Cile, Plaza de la Dignidad

by • 9 Marzo 2020 • Forum, Mosaico1212

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L’occupazione dello spazio pubblico e la sua risignificazione attraverso il mutamento della toponomastica, in seguito alle proteste di piazza a Santiago e Valparaiso

 

Lo que pasa en Plaza Italia es la captura de un espacio público
(Luis Rafael Pardo Sáinz, deputato – 27 gennaio 2020)

 

Il mondo s’infiamma di rivolte che mettono in evidenza i limiti del modello neoliberale: dalle primavere arabe alla Francia, da Hong Kong al Cile. E benché geograficamente defilato, il caso cileno è particolarmente interessante: in questo paese, che è stato dichiaratamente usato come laboratorio per lo sviluppo di un modello economico di libero mercato puro dal golpe militare del 1973 in poi, si evidenziano con maggior nitidezza dinamiche d’interesse globale.

Per questo vale la pena soffermarsi su una pratica secondaria all’interno del movimento di protesta che da ottobre 2019 chiede cambi strutturali nella gestione del Paese: l’attribuzione di nuovi nomi alle vie e piazze delle città. Lontano dall’essere solo un dato folcloristico, il fenomeno ha implicazioni profonde ed è legato a specifiche modalità di permanenza nello spazio.

I movimenti sociali cileni sono storicamente radicati sul territorio: nascono in aree marginali – spesso insediamenti abusivi – e, durante la dittatura, per far fronte all’abbandono da parte delle istituzioni, arrivano a sviluppare una struttura di autogoverno. Oggi sono le organizzazioni territoriali, discendenti dei movimenti di occupazione dei terreni degli anni ‘70 e ‘80, a farsi portavoce delle necessità e aspirazioni della popolazione, organizzando la vita sociale e la gestione dei servizi nelle aree periferiche, proponendo quotidianamente pratiche comunitarie alternative, spesso nell’indifferenza dello Stato. Tuttavia, a causa della forte segregazione urbana, il quartiere è uno spazio poco inclusivo e le dinamiche che vi si sviluppano sono caratterizzate da un forte particolarismo; questa mancanza di universalità lo rende inadatto per manifestazioni corali e trasversali, siano celebrazioni o proteste. D’altra parte, non sono neppure gli edifici governativi, militarizzati e rappresentativi di un sistema alienato dalla quotidianità del paese, a essere scelti come palcoscenico, ma quegli spazi pubblici che si trovano nel centro della città, in una posizione di cerniera tra aree eterogenee e appartenenti alla quotidianità e all’immaginario comune del cittadino, indipendentemente dalla sua condizione sociale.

Questo sentimento di appartenenza ha fatto sì che tutte le grandi proteste cilene, da quelle che hanno portato al referendum che ha sancito la fine della dittatura a quelle più recenti per l’educazione pubblica, si siano riversate in questi luoghi che hanno assunto nell’immaginario collettivo un valore di spazio di auto-rappresentazione della popolazione. Tradizionalmente, queste parti di città possono essere sottratte temporaneamente all’ordine costituito per dare visibilità a una socialità alternativa: sia pacificamente, come durante la festa nazionale o l’anno nuovo in cui decade l’altrimenti rigidissimo divieto di consumare alcolici per strada, sia violentemente, come nel caso delle proteste.

Tuttavia, con le proteste (estallido social) si è assistito a un salto qualitativo nell’uso dello spazio: fino al 18 ottobre scorso l’occupazione era sì collettiva, aperta, disgregatrice dell’ordine e del traffico urbano, ma sempre fugace e pronta a dissolversi di fronte alla repressione. Oggi, come constata anche un governo che altrimenti non ha brillato per lucidità di lettura della situazione sociale, siamo di fronte a un fenomeno inedito. L’occupazione cessa di essere transitoria e si converte in cattura del territorio”, in un invito a stabilirvisi, ad abitarlo e rimanerci fino a quando le richieste non trovino risposta. Questa differenza sostanziale è dichiarata in un atto simbolico potente: l’attribuzione di nuovi nomi a questi luoghi.

Plaza Baquedano a Santiago, diventata Plaza de la Dignidad, è un caso talmente emblematico che persino Google Maps per un periodo si è adeguato alla nuova toponomastica. Ma non è il solo: a Valparaiso Parque Italia è stato ribattezzato Plaza del Pueblo da una delibera di giunta ratificando quella che ormai è una prassi. Dietro questa caparbietà nel rinominare i luoghi della protesta c’è la volontà di andare oltre al temporaneo sovvertimento dell’ordine urbano e la necessità di ricostruire una nuova struttura sociale partendo dall’abitare; infatti, è qui che si riuniscono i cabildos, le assemblee cittadine nelle quali è stata concepita la proposta di una nuova costituzione, s’incontrano i vicini, si organizzano esposizioni e feste. In poche parole, si propongono alternative di società partendo dal più democratico ed accessibile dei beni pubblici: lo spazio.

E se in principio l’affluenza era massiva, la repressione ha obbligato parte della popolazione a ritirarsi dai luoghi del dissenso, convertiti nello scenario dello scontro tra le forze dell’ordine e la primera linea. La difesa di questi presidi è prioritaria: è il rifiuto del ripristino dell’immagine urbana precedente per sancire il ritorno alla normalità. Una dinamica confermata anche dai casi in cui la protesta non è riuscita a consolidarsi e la sostituzione toponomastica non è riuscita, a sottolineare come questo movimento sociale abbia chiaro che la base della rivendicazione di potere è la capacità di azione, non il contrario.

Oggi questo popolo, al quale è stato negato il diritto alla memoria, che nel tentativo di fare i conti con il passato si perde in una nebbia di omertà, teme che queste proposte ed esperimenti cadano nell’oblio, coperte da una mano di vernice o lavati dalla nettezza urbana, e sente la necessità di preservare la prova tangibile che la gente ha saputo riunirsi e organizzarsi. Ciò che è certo è che ormai difficilmente si potrà tornare a una gestione della città dall’alto e che il coinvolgimento della popolazione nel progetto urbano è ormai necessario per rispondere ai quesiti che la ricostruzione inevitabilmente proporrà: Chi gestisce lo spazio pubblico e a chi appartiene? Chi e come ne definisce gli usi? Quale dovrà essere l’atteggiamento nei confronti dei segni materiali della protesta del processo di ricostruzione?

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