Vittoriano Viganò, grande e negletto

by • 18 Dicembre 2019 • Mosaico, Professione e Formazione1006

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Il centenario dalla nascita dell’architetto è occasione per ricordarne pensiero e opere, ma con il problema della gestione del suo lascito

 

Vittoriano Viganò (Milano, 14 dicembre 1919 – 5 gennaio 1996) è un protagonista dell’architettura italiana anche se nella storiografia trova poco spazio. L’unico a considerarlo è Bruno Zevi che pubblica il suo primo importante progetto, l’Istituto Marchiondi per giovani disaddattati nel quartiere di Baggio nelle pagine della sua Storia dell’architettura moderna. Ancora Zevi nel 1969 dedica uno speciale a Viganò in «L’architettura», attraverso un itinerario dei suoi progetti a cura di Renato Pedio, dal colorificio Attiva di Novi Ligure (1965-68), allo scalone d’onore per la XIV Triennale del 1968, curata da Giancarlo De Carlo e mai aperta per le contestazioni studentesche, passando per la casa di André Bloc sul lago di Garda (1957-58), opera da annoverare nella corrente del New Brutalism teorizzata dallo storico inglese Reyner P. Banham nel 1955 di cui fecero parte Alison e Peter Smithson e tra gli italiani De Carlo, Leonardo Ricci e lo stesso Viganò.

Nella lettera a Pedio in merito all’indagine sulle sue architetture, Viganò scrive: «Brutalismo: come fatto diretto, esplicito, non finzione spaziale e materica; brutalismo: come riconoscimento di valore (formale e civile) dei materiali poveri; brutalismo: come contestazione dell’atteggiamento elegante, facile, di elite; brutalismo: come assunzione di strumenti materici unificati, interno/esterno, e semplificazione; brutalismo: come espressionismo (come opposto della maniera) come verifica dello spazio e delle proprietà materiche dell’edilizia».

Dunque il brutalismo è un modo di vivere, essenziale, puro, duro, senza ambiguità nel linguaggio e nella forma, naturale evoluzione del moderno, in un periodo di crisi del linguaggio che poi porterà allo sviluppo della tendenza e del postmoderno, di fatto un ritorno della storia come dogma. Viganò non accetta compromessi. Lo dimostra, a partire dalla sua risposta ai problemi della periferia milanese e dei suoi abitanti, la realizzazione dell’Istituto Marchiondi: un manifesto dove la chiarezza dell’idea progettuale riflette non solo un’architettura originale, ma un modello di società nuovo e distante dall’Italia del dopoguerra. Nonostante l’accoglienza di ragazzi problematici, l’architettura non ghettizza ma offre una nuova dimensione antropologica e sociale.

«Fa parte di quel pensiero che non si piega alle facili esibizioni vernacolari del neorealismo – scrive Anna Rita Emili -, ma ripartendo dalle dinamiche razionaliste assume, nel corso di pochi anni, una forte identità, che vede nella ricerca della sincerità, della verità, della semplicità, dell’elementarità, dell’essenzialità, i suoi caratteri principali. Non esiste decoro, nè rifiniture nell’edificio di Viganò, non esiste la cura del dettaglio, ma esistono il principio del dettaglio, l’importanza della saldatura tra elementi costruttivi, considerati, anch’essi, come sinonimo di verità e onestà, esattamente come avviene per il cemento armato». Viganò rivela nelle sue opere una profonda onestà intellettuale. Come nel colorificio Attiva, che dialoga con l’orizzontalità della pianura del basso Piemonte rompendone la simmetria con la copertura e le sottostanti travi che sbordano oltre il perimetro. Inoltre, la fabbrica presenta grandi vetrate col doppio obiettivo di far entrare la luce naturale e godere del paesaggio circostante. Il tema del paesaggio nel definire il rapporto tra i pieni delle strutture in cemento armato e i vuoti delle superfici vetrate rappresenta il carattere dell’opera di Viganò. Caratteri presenti nel suo altro capolavoro, la casa sul Garda per Bloc, architetto, artista del movimento di Arte Concreta, fondatore e direttore dell’«Architecture d’Aujourd’hui». Sul lago l’architetto milanese realizza villa “La scala”, così denominata per il vertiginoso collegamento con l’imbarcadero. L’opera rappresenta la risposta italiana alle architetture del mid-century californiano progettate da Richard Neutra, Rudolph Schindler, Craig Ellwood, Albert Frey, Donald Wexler e John Lautner a Palm Springs e Los Angeles. Completamente in beton brut, la casa è formata da due solai trapezoidali, la soletta del pavimento e il tetto, mentre le pareti laterali sono lastre di vetro che si aprono verso una spettacolare vista panoramica sul lago. Proprio la scelta di due materiali e la purezza del disegno la annoverano tra i capolavori del New Brutalism al pari dei Collegi del colle di De Carlo a Urbino (1961-1966) e del villaggio Monterinaldi di Ricci (1949-1964).

Viganò dunque grande dimenticato dell’architettura italiana nonostante la mostra del Politecnico di Milano terminata lo scorso 16 dicembre a cura di Giampiero Bosoni e Andrea Gritti, che riprende i temi dell’esposizione “A come Architettura Vittoriano Viganò” (1991), priva d’intenti didattici ma confezionata solo per chi già conosce l’opera dell’architetto milanese, senza fornire strumenti utili agli studenti, principali beneficiari della mostra, per comprendere la complessità dell’architetto. Tuttavia questo caso evidenzia anche una problematica legata all’accessibilità degli archivi, come spesso accade quando questi sono in mano agli eredi. Così, nonostante il Fondo Viganò sia conservato presso l’Archivio del moderno dell’Accademia di Mendrisio, la consultazione è difficoltosa. Gli effetti di una modalità poco professionale di gestione dell’archivio di un parente architetto o artista, determina quindi una limitata possibilità di valorizzarne le opere. Tale pratica, purtroppo oggi molto diffusa, sembra rispecchiarsi nella deplorevole condizione in cui versa il Marchiondi, in stato di totale abbandono e degrado, nonostante la messe di tesi e progetti universitari sviluppati negli anni recenti dal Politecnico.

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