Venezia, lo IUAV celebra Andrea Bruno

by • 21 Ottobre 2019 • Reviews877

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In mostra all’ex Cotonificio “Gino Valle” otto progetti dell’architetto torinese che ha donato il proprio archivio all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia

 

VENEZIA. Otto progetti di Andrea Bruno sono esposti nello spazio “Gino Valle” all’ex Cotonificio, una delle sedi dell’Università IUAV. Allestiti da Nicola Potenza e presentati da Francesco Bandarin, sono stati introdotti dal rettore Alberto Ferlenga e da Serena Maffioletti, coordinatrice dell’Archivio Progetti, per celebrare il dono che l’architetto torinese (nato nel 1931) ha formalizzato recentemente con il lascito del proprio archivio all’Istituto veneziano. La mostra in corso fino al 15 novembre vuole anticipare al pubblico una parte del ricchissimo materiale di questo lascito acquisito dall’Archivio Progetti dello IUAV. L’occasione ci sollecita a evidenziare il ruolo del laboratorio di documentazione e di ricerca dell’archivio dell’Università IUAV di Venezia, che vive un crescendo di attività: numerosi e importanti sono infatti i fondi archivistici pervenuti da donazioni di architetti e docenti italiani.

In questo senso, quella di Bruno è una presenza eccezionale, e non soltanto perché è difficile catalogare la sua attività all’interno delle discipline compositive piuttosto che in quelle della cosiddetta conservazione. La particolarità del suo pensiero progettuale sta nella chiarezza di una concezione che si rivela in ogni suo disegno: persino gli appunti preliminari, gli schizzi occasionali per fermare una suggestione o quelli tracciati per mettere a punto una meditazione sui luoghi, mostrano la lucidità e la coerente profondità della sua visione.

Nell’esposizione veneziana ognuno degli otto progetti esposti viene analizzato e rappresentato autonomamente in un singolo spazio, offrendoci una riprova diretta della continuità tra gli schizzi iniziali, gli esecutivi e le suggestive fotografie – prima e dopo – scattate dallo stesso architetto con inusuale maestria. Appare evidente come dai primi disegni l’opera riesca a farsi presenza materiale senza ulteriori mediazioni, e soprattutto come i valori ambientali e il carattere storico degli spazi costruiti vengano enfatizzati dall’intervento architettonico di Bruno. È immediatamente condivisa dal pubblico la coerenza concettuale di un principio essenziale e delineato senza equivoci negli schizzi che poi traspare nel lavoro realizzato come atto formale di congruità con gli spazi architettonici di una vicenda costruttiva ancora viva ed in progress. I suoi progetti sono in tal senso presenze attive, esperienze vissute, figure materiali generate dall’attenzione alla storia dei luoghi, senza rinuncie all’assolutezza di un pensiero innovativo.

Ci raccontava Bruno di quando per la prima volta giunse da lontano davanti alla Cappella delle Brigittines a Bruxelles. Vide la forza e il carattere dell’edificio barocco isolato, e vide che l’attesa risposta progettuale doveva inevitabilmente essere quella di affiancargli una piccola sorella, une petite soeur. Fu in quella prospettiva che tracciò per il concorso un “minuscolo disegnino”, una soluzione essenziale e coerente che proprio per questo fu immediatamente percepita e condivisa. Oggi le due “sorelle” sono così inseparabili che leggerle disgiuntamente significherebbe distruggere il valore urbano e sociale che ha conferito loro la frontalità del progetto di Bruno.

Come per le Brigittines, anche gli altri suoi progetti si accendono alla luce di questa esperienza contestuale, di questa contiguità e continuità con il costruito che Bruno sa enfatizzare e rendere elemento vitale del progetto. Così è per il Castello e la Manica lunga di Rivoli, il Salone ipogeo di Palazzo Carignano a Torino, gli interventi del Castello di Lichtenberg in Alsazia, il Minareto di Jam in Afghanistan, per la Cattedrale armena di Bagrati, o per il Museo archeologico Maà di Cipro, fino all’esemplare progetto per la Valle dei Budda di Bamiyan, distrutti dalla dinamite sempre in Afghanistan. Per descriverlo, quest’ultimo progetto, dovremmo parlare di un “non-intervento”, di una meravigliosa sospensione di ogni atteggiamento demiurgico, di un farci da parte davanti alla storia che nella sua drammaticità estetica ci riporta con la memoria all’impronta radiografica dei corpi umani sui muri bombardati di Nagasaki. 
Mi sono chiesto se la grandezza di queste sue architetture non stia proprio nella doppia aggettivazione che le caratterizza: primarie e concettuali ad un tempo; logiche e ineluttabili, concrete nel rispetto delle preesistenze e altrettanto evocative e immaginifiche di una dimensione a venire. 
È sempre Bruno a farcelo notare citando a suo riferimento ideale il medioevale monumento equestre di Cangrande della Scala, che a Verona Carlo Scarpa espose su un basamento di calcestruzzo alto sette metri, “a cavallo delle mura di Castelvecchio”.

Moderni e antichi sono infatti i valori che Bruno indaga con le sue architetture. La critica storicistica è lontana da chi pretende di dialogare con i Sumeri o con Guarino Guarini come fosse un loro contemporaneo. La contemporaneità ha dimenticato quanto sia feconda d’idee l’indissolubile unicità fra chiavi di lettura apparentemente contrapposte. Affascinata dai velleitarismi formali della neo-modernità, se non dai suoi risvolti finanziari, la contemporaneità non riesce a superare e talvolta neppure a distinguersi totalmente dalla continuità con le forme canonizzate del modernismo o del post-modernismo – che poi sono la stessa cosa -, perdendo in tal modo ciò che ha reso l’architettura un’arte tanto pubblica e condivisa quanto anonima e sovra-storica, quale è stata per millenni – un’arte “non-autoriale” si direbbe oggi – ma non di meno espressione dei tempi e dei valori umani e sociali delle collettività, tanto che nelle sue più alte e celebrate manifestazioni di monumentalità ancora la si guarda come opera di nessuno, meraviglia della ragione umana, come la natura stessa.

 

Immagine di copertina: l’allestimento della mostra (foto di Francesco Girardini)

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