Premio Oderzo: rispetto delle regole o libertà del progetto?

by • 8 Ottobre 2019 • Forum, Professione e Formazione1587

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Riflessioni a margine dell’annullamento della XVI edizione del premio di architettura Città di Oderzo

 

A fine settembre si è chiusa la call per partecipare al premio Architetto italiano dell’anno indetto dal CNAPPC e contestualmente si è registrato l’annullamento della XVI edizione del premio di architettura Città di Oderzo.

Nato per valorizzare le opere realizzate in Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige – quasi a sintetizzare l’indagine compiuta dai premi Marcello d’Olivo e Architetti Alto Adige – il premio Oderzo anche quest’anno ha potuto contare su una giuria di livello internazionale per valutare più di cento progetti candidati. Il presidente Nicola Di Battista (alla sua terza partecipazione come giurato), Walter Angonese, Laura Zampieri e Manuel Aires Mateus, dopo un’attenta analisi e discussione hanno votato all’unanimità il progetto dello studio AMAA (Marcello Galioto e Alessandra Rampazzo) ad Arzignano (Vicenza), ritenendo la proposta capace d’indicare un nuovo modo di rifunzionalizzare gli anonimi capannoni industriali che punteggiano la pianura veneta. L’assegnazione non desta sorpresa, visto che il recupero di un magazzino mediante l’innesto di una scatola in metallo completamente trasparente e con dettagli volutamente “grezzi” (spazi destinati a ospitare la nuova sede dello studio AMAA) ha già ricevuto la menzione d’onore al premio Barbara Capocchin 2019 – premiazione in programma il 28 ottobre – proprio perché «rappresenta un buon esempio di riuso di un fabbricato esistente attraverso l’inserimento al suo interno di un nuovo volume completamente indipendente».

Conclusi i lavori della giuria, consegnata la graduatoria all’organizzazione in cui venivano indicate anche delle menzioni, però, qualcosa s’inceppa. Alla segreteria del premio, infatti, perviene una segnalazione, di cui non è stato possibile verificare la fonte né la consistenza, in cui si evidenzia come il lavoro non abbia avuto ancora l’agibilità da parte del Comune di Arzignano. Anzi non è ancora stata chiusa nemmeno la SCIA. A questo punto il comitato organizzatore s’interroga sull’opportunità di assegnare il premio a un’opera non ancora del tutto in regola. Seguono settimane di controlli – gli organizzatori effettuano persino un accesso agli atti presso il Comune – che si concludono con la decisione di annullare il premio tout court. Marco Pagani, presidente dell’Ordine degli Architetti di Treviso, “portavoce” degli enti organizzatori, contesta la conformità dell’opera: il volume trasparente, viste le prescrizioni, non poteva essere realizzato e allo stato di fatto non sarebbe nemmeno agibile – ribadendo la necessità del rispetto delle regole, soprattutto se queste garantiscono la sicurezza di chi fruisce uno spazio (una battaglia portata avanti dall’Ordine anche in memoria di Marco Gottardi, l’architetto veneto morto insieme a Gloria Trevisan nell’incendio delle Grenfell Tower a Londra nel 2017). I progettisti, simmetricamente, dichiarano di aver voluto realizzare un edificio “manifesto” che evidenziasse i limiti normativi obsoleti che frenano la rigenerazione di tanto patrimonio edilizio privo di qualità mediante soluzioni architettoniche innovative. Nonché l’infondatezza degli addebiti.

La vicenda mette in luce due aspetti interconnessi. Il primo riguarda l’atavico conflitto tra architettura e mondo delle regole che vede la prima voler spostare più in alto l’asticella per consentire nuove ricerche e sperimentazioni anche con mosse non sempre regolamentari, mentre il secondo vorrebbe consentire un miglior controllo su una professione sempre più complessa e, spesso, svolta al ribasso. L’altro aspetto fa riflettere sulla natura stessa dei tanti premi e concorsi dedicati all’architettura: possono valutarne la qualità spaziale, la capacità trasformativa, la ricerca formale, il valore artistico, l’impatto sui contesti che la ospitano senza verificarne la correttezza regolamentare e la conformità alle prescrizioni normative? Oppure devono trasformarsi in strumenti di ulteriore controllo amministrativo (o deontologico) con cui valutare la rispondenza e la conformità quali aspetti qualitativi del progetto?

Qualsiasi sia la risposta, sempre che ne esista soltanto una, la vicenda segna un’ulteriore piccola ferita nel già martoriato panorama architettonico italiano.

 

Immagine di copertina: due scorci dell’intervento di studio AMAA per la rifunzionalizzazione di un capannone industriale ad Arzignano (foto di Simone Bossi)

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