Salone del Restauro 2019: tra eccellenze e interventi in situazioni di crisi

by • 25 Settembre 2019 • Patrimonio, Professione e Formazione950

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Report dalla 26° edizione del Salone Internazionale del Restauro, dei Musei e delle Imprese Culturali a Ferrara

 

FERRARA. Si è svolta dal 18 al 20 settembre, presso il centro fieristico, la 26° edizione del Salone Internazionale del Restauro, dei Musei e delle Imprese Culturali, con la novità dell’accordo stipulato con il Ministero dello Sviluppo Economico e in collaborazione con l’ICE, Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane ed Assorestauro. Gli obiettivi di tale accordo si sono esplicati nella manifestazione in una particolare attenzione a presentare il know-how italiano nel settore come vera e propria eccellenza e quindi come prodotto dall’elevata spendibilità all’estero, anche attraverso momenti dedicati agli scambi con paesi strategici (Israele, Libano, Turchia, Russia, Germania, Cuba, USA, India e Cina), grazie alla partecipazione di oltre 160 imprese provenienti da tutto il mondo e di 53 delegati stranieri esperti del settore di 19 Paesi. È stata poi riconfermata la storica collaborazione con il MiBACT, che nello stand istituzionale ha presentato interventi di messa in sicurezza ed innovazione tecnologica applicata alla fruizione tattile ed inclusiva delle opere d’arte, insieme all’offerta per l’alta formazione presso gli Istituti centrali. Nuova entrata, con ruolo attivo e diverse conferenze organizzate e coordinate, è stata la Fondazione Scuola dei Beni e delle Attività Culturali, anch’essa istituto di formazione, ricerca e studi avanzati fondato dal MiBACT. Un’attenzione, quella per la formazione, che risponde peraltro ad un’attrattiva esercitata da tempo sugli studenti stranieri che, fin dagli anni universitari, arrivano in Italia proprio per approfondire lo studio del restauro o, più in generale, per affinare una particolare attenzione al progetto di architettura nel costruito storico.

Nota positiva per questo Salone, che ha visto un nutrito programma con oltre 100 tra convegni, workshop, seminari e incontri, mostre ed eventi, è stata una tangibile presenza di giovanissimi, quindi di un pubblico di non addetti ai lavori, evidentemente frutto di un buon coinvolgimento delle scuole. Insieme all’alta formazione, per sua natura destinata ad una ristretta cerchia, non è da sottovalutare infatti la cura da riservare quantomeno all’avvicinamento delle nuove generazioni al valore del patrimonio, soprattutto di quello diffuso, non monumentale, che caratterizza i nostri centri storici. Non si tratta di un inciso romantico, perché le ricadute di ogni intervento d’architettura sono materiali e visibili e, quando non è possibile tutelare in toto attraverso la legge, la sensibilità del cittadino può contribuire alla buona riuscita d’interventi compatibili con il tessuto minore e con il paesaggio.

Ai fatti, non è poi garantito che questa attenzione venga osservata dalle stesse istituzioni preposte, neppure quando si parla di ricostruzione post-sisma, scenario che il nostro Paese purtroppo ben conosce. La critica arriva dall’autorevole voce del professor Giovanni Carbonara nell’ambito della conferenza “La complessità degli interventi di restauro in situazioni di crisi”, in cui sono stati esaminati, tra numerosi altri temi, alcuni dei risultati meno soddisfacenti raggiunti dopo il sisma dell’Italia centrale del 2016. La conferenza, momento di confronto centrale del Salone coordinato dall’architetto Carla di Francesco, ha preso spunto dall’evento più rilevante dell’anno per ciò che concerne la perdita di un capolavoro del patrimonio mondiale, ovvero l’incendio della Cattedrale di Notre-Dame a Parigi. Le relazioni hanno spaziato su molti casi studio inerenti, dall’incendio della cappella della Sindone a Torino, alla ricostruzione all’Aquila, al crollo di San Giuseppe dei Falegnami a Roma, all’azione dell’ICCROM. Tra i relatori anche Benjamin Mouton, già architecte en chef della cattedrale, la cui relazione ha posto le domande ricorrenti e necessarie che seguono ad ogni catastrofe, in primis: come ricostruire? Affermando la necessità di alimentare un dibattito internazionale, l’architetto ha motivato l’identificazione dell’edificio come “icona gotica” di tutta l’umanità e al contempo ha descritto l’incendio come un incidente che non merita di essere ricordato alla stregua di altri eventi tragici quali bombardamenti, di cui molti progetti di ricostruzione evocano volontariamente la memoria attraverso scelte formali e compositive. Complessivamente è stata ipotizzata la linea del restauro integrale dell’icona gotica attraverso l’uso di materiali storici e il recupero delle forme antecedenti all’incendio, dove possibile anche negli elementi decorativi. Non è questa la sede per sviscerare ulteriormente un tema così complesso, peraltro il dibattito intorno ad un restauro di questa portata è destinato a non esaurirsi; ma pur condividendo la necessità di non trasformare la grave perdita in una ghiotta occasione per personalismi progettuali, a maggior ragione perché ricadenti su un patrimonio sovranazionale, ci si limita ad osservare che per Notre-Dame, come per moltissimi altri monumenti, si può parlare anche di vera e propria “iconografia” o “complesso delle rappresentazioni nell’arte relative a un determinato oggetto”, perché nei secoli l’edificio è stato oggetto di numerosissime trasformazioni che ne hanno restituito altrettante rappresentazioni o immagini. Se la presenza gotica è imperativa per Notre-Dame, a causa dei danni subiti non potrà di fatto trattarsi di una ricostruzione “dov’era, com’era”, espressione inflazionata che difficilmente trova reale riscontro nel confronto con la materia, potrà esservi però l’occasione per un progetto misurato e consapevolmente contemporaneo.

Significativa comunque l’esigenza di riflettere sul tema dell’intervento in condizioni di crisi, termine inteso nella sua accezione più negativa di “urgenza”, evento imprevisto ed inaspettato che istituzioni, enti locali e preposti si trovano periodicamente ad affrontare, in molti casi riuscendo a mettere in campo le migliori risorse professionali e umane, a “fare scuola”. Purtroppo, poi, quasi sempre dimenticando nell’ordinario di riservare la stessa caparbietà anche allo stanziamento di fondi ed alle attività per la conservazione preventiva, sulla cui importanza si concorda unanimemente da tempo; una carenza che colpisce soprattutto perché interessa diffusamente anche il Paese che mira a rimarcare il proprio ruolo di leader di riferimento nell’intervento sul costruito.

Infine, tra i casi più importanti presentati durante la manifestazione è emerso per estensione e risorse impiegate il progetto “Ducato Estense” che, con un finanziamento di 70 milioni dal Fondo Sviluppo e Coesione 2014-2020 stanziati dal CIPE nel 2016, mira alla valorizzazione di un territorio compreso tra l’Emilia Romagna e la Garfagnana (Toscana) su oltre 70 comuni, accomunati da un’impronta legata alla casata estense. Lo stato dell’arte relativo ai circa 30 cantieri finanziati per interventi di restauro e riqualificazione di emergenze architettoniche, infrastrutture ed eccellenze paesaggistiche è stato riassunto dai rappresentanti di MiBACT ed enti locali e l’incontro è stato occasione per confrontarsi su analogie e differenze nelle strategie, testimoniando processi virtuosi in cui le ricadute sociali ed economiche dell’architettura cominciano già ad evidenziarsi.

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