Ritratti di città. Valparaiso, architettura alla prova del piano

by • 13 Settembre 2019 • Città e Territorio, Mosaico1345

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La capitale legislativa del Cile, che vanta numerose opere di qualità, ha appena approvato il piano urbanistico

 

Origini e contesto

“Valpo”, come la chiamano i suoi abitanti più giovani, fu fondata a inizio Cinquecento dall’italiano Giovanni Battista Pastene che la battezzò “Valle del Paradiso” e pose la prima pietra del porto che divenne, almeno fino all’apertura del canale di Panama, un punto di rifornimento obbligato per chi risaliva la costa atlantica. Poi, nell’Ottocento, all’epoca della cosiddetta “febbre dell’oro” la città iniziò a crescere così rapidamente che non si faceva in tempo a decidere i nomi delle strade: c’erano solamente i numeri delle case e così, per poterle identificare, quelle nuove venivano dipinte con colori sgargianti caratterizzando lo straordinario skyline delle colline che si allargano ad anfiteatro sopra il costone roccioso.

Sopravvissuta alle guerre d’indipendenza, ai terremoti e agli tsunami, Valparaiso è oggi la capitale legislativa del Cile ed è il capoluogo di una conurbazione da un milione di abitanti, connessa dai treni metropolitani, che si allarga all’interno verso Quilpué e Villa Alemana e, a nord, fino a Viña del Mar e Concón, dove palazzinari senza scrupoli hanno trasformato le scogliere di Playa Cochoa in una cortina di torri e piramidi. Un destino che, fortunatamente, ha risparmiato Valparaiso, il cui centro storico è stato dichiarato, nel 2003, Patrimonio dell’umanità Unesco. Dell’area protetta fa anche parte il costone roccioso su cui risalgono gli ascensori, costruiti da ingegneri inglesi nel secondo Ottocento, che portano abitanti e turisti verso le colline dove hanno abitato Salvador Allende e Pablo Neruda e che racchiudono uno dei repertori di street art più estesi al mondo.

 

La cultura per la rigenerazione urbana

La pervasività dei graffitari e il diffondersi della “movida” notturna, hanno reso gli spazi urbani sempre più vitali e favorito operazioni di recupero aperte a funzioni pubbliche come accaduto sul “cerro” Carcel, la collina del carcere, che adesso è il parco culturale di Valparaiso. Un complesso di spazi dedicati alle arti e allo spettacolo disegnati dagli architetti del gruppo HLPS con un intervento che, all’esterno, ha mantenuto il carattere asciutto ed essenziale della funzione originaria ma, all’interno, riserva ambienti ampi e accoglienti. Quello che era un luogo basato sul concetto della chiusura adesso è un luogo in cui la comunità si ritrova anche indipendentemente dal pur interessante programma artistico. Qui, nel 2017, Alejandro Aravena, in occasione della Biennale cilena di Architettura e Urbanistica, ha realizzato l’installazione denominata “La Serpentina”: una struttura metallica lunga circa 40 metri che conteneva un percorso ondulato nel quale si rincorrono i bambini. A suo modo una messa in scena ludica delle relazioni nello spazio pubblico.

 

Il rapporto con il mare

Inoltre, il parco culturale ospita occasionalmente il WAVE, il Workshop di Architettura Valparaiso Estremo, in cui l’estremo è un riferimento alla zona portuale più periferica ed in particolare all’area del molo Baròn, dove si è appena concluso l’ultimo atto di una lunga storia iniziata nel 2005, quando un gruppo d’investitori privati vi propose la costruzione di un gigantesco mall commerciale contornato dall’immancabile porto per yacht di lusso. L’abnorme cubatura e la discutibile qualità architettonica provocarono una sollevazione popolare e portarono l’Ordine degli Architetti a scrivere una lettera a Michelle Bachelet. La presidente cilena, capendo la delicatezza del tema, chiese l’intervento della Pontificia Università Cattolica di Valparaiso per elaborare un masterplan che proponesse un sostanziale recupero del bordo costiero e vincolasse l’area a funzioni di spazio pubblico. Su quelle basi, e dopo anni di dibattito, nel 2018 è stato indetto un concorso in cui la giuria, composta da Sergio Baeriswyl, Luis Izquierdo e Marcelo Ruiz, è stata affiancata dal voto popolare mediante il quale è stata recentemente premiata la proposta di un gruppo di lavoro della Facoltà di Architettura e Urbanistica dell’Università statale che ha lavorato su una ricucitura con il contesto urbano, la valorizzazione degli edifici storici presenti nell’area e il disegno di un “lungomare” di libera fruizione. Rimane da capire in che modo si passerà dalla fase di progetto alla realizzazione, per la quale si prevede comunque un cronoprogramma molto blando che arriva fino al 2031.

 

I buoni progettisti

Per fortuna a Valpo non mancano, come testimoniano i principali interventi dell’ultimo decennio: dallo stadio municipale Nazar, disegnato dal collettivo di architetti Industrialdraft con un’interessante struttura reticolare ad arco ed un “recinto” di reti traforate, alle sedi locali di alcune delle numerose Università pubbliche e private cilene. Tra queste, la Scuola di Ingegneria biochimica della PUCV, progettata nel 2014 da Juan Pavez Aguilar, José Requesens Aldea e Fernando Miranda Monreal: un edificio di otto piani, di cui due sotterranei, che si snoda attorno ad un vuoto centrale caratterizzato da rampe e scale metalliche. Mentre nella vicina Viña del Mar meritano una citazione il campus dell’UNAB realizzato nel 2013 da Schmidt Arquitectos Asociados e la sede dell’Università Adolfo Ibañez con un complesso di edifici connessi da ponti e percorsi disegnati nel 2011 da José Cruz Ovalle e Associati.

Esempi di un’architettura di qualità alla quale si ascrivono anche, tra il sacro e il profano, la cappella di San Pablo de Placilla (2014), disegnata da Juan Pavez Aguilar e José Requesens Aldea come un padiglione in cemento e legno che si apre completamente sugli spazi aperti circostanti, oltre ad una serie d’interventi promossi dalla florida industria del turismo che, per altro, sta alimentando un sostenuto accenno di gentrificazione. Tra i più attivi in quest’ambito, il duo Fantuzzi e Rodillo con l’Hotel Fauna (2012-2014) che ridà vita ad un edificio del 1870, e con “El Internado” (2018), vivace recupero di un’antica struttura di accoglienza. Mentre l’intervento per l’Hostal Ritoque, di Alejandro Soffia e Gabriel Rudolphy nella località di Quintero (2014), propone un’architettura in cui il lusso sta nella raffinatezza del disegno e non nel dispendio di materiali “impropri” o nell’uso di tecnologie poco sostenibili, un concetto che gli autori dicono di aver appreso dallo studio dell’opera di Bruno Munari. Di più ampio respiro l’intervento denominato “Dinamarca 339” di Joaquín Velasco Rubio, un centro culturale che ospita festival e manifestazioni di qualità.

 

“El gran incendio” e la pianificazione

I temi del recupero, della riqualificazione del patrimonio ma anche della sostenibilità hanno trovato più ascolto a partire dal 2014, quando andò a fuoco gran parte della Valparaiso collinare portando alla distruzione di oltre 3.000 abitazioni e mettendo in pericolo l’intera città. L’incendio, uno dei più gravi nella storia del Cile, ha portato ad un deciso ripensamento sulla qualità dello spazio urbano e sullo sviluppo della città e si sono moltiplicate le iniziative d’inclusione sociale, comprese quelle sui temi dell’autocostruzione, promosse da collettivi di architetti, per risolvere l’emergenza dei senza tetto ma anche per superare i temi dell’informalità che si nascondono nelle pieghe meno visibili delle colline affacciate sul mare.

L’incendio, infine, è stata la molla per risolvere l’empasse urbanistico che ha tenuto in ostaggio la città per oltre dieci anni. Infatti, l’iscrizione nel 2003 del centro storico nella lista Unesco suggeriva l’aggiornamento degli strumenti di pianificazione che, però, ha ceduto il passo al dilemma burocratico se si dovesse lavorare prima ad un piano strategico (Pladeco, Plan comunal de desarollo) o ad un piano regolatore (Plan director de gestión patrimonial). Così, spente le fiamme si sono moltiplicati dibattiti ed appelli che hanno innescato l’attivazione di un percorso partecipato che, dal 2015, ha portato proprio quest’anno alla pubblicazione del Pladeco 2019. Le 350 pagine del documento sono ricche di ottime intenzioni: una città inclusiva e aperta, il recupero del territorio e il suo sviluppo in termini di sostenibilità, la pianificazione integrata e partecipativa. C’è solo da augurarsi possano generare anche buone azioni.

 

Il testo qui pubblicato è una versione ridotta e rielaborata del capitolo monografico dedicato alla città cilena all’interno del libro Sudamericana (Timía Edizioni, Roma 2019, pp. 144, euro 16): una raccolta dei testi scritti da Daniele Lauria nel corso dei suoi frequenti viaggi in 12 grandi città latinoamericane per raccontarne lo sviluppo rapido e spesso incontrollato, le contraddizioni e gli scenari culturali e sociali.

 

 

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