Rossi relativo

by • 10 Luglio 2019 • Mosaico, Reviews1216

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Visita alla mostra su Aldo Rossi al Palazzo della Ragione di Padova: un’occasione mancata di ripensamento critico

 

PADOVA. C’è stato un tempo non così lontano in cui gli studenti di architettura poco motivati avevano un modo semplice ed efficace per sfangarla negli esami di composizione: appoggiarsi al prevedibile vocabolario formale dell’idolo del momento, quell’aldorossi rigorosamente tuttoattaccato portato in palmo di mano da schiere di allievi ossequienti, assurti ai ranghi accademici perché fedeli al verbo imperante, quello della (poco) sottile linea Rossi. Ed ecco il proliferare di finestrelle quadrate col serramento a crocicchio, colonnoni fuori scala, cabine balneari e tetti triangolari; ecco le gite d’obbligo parallele e simmetriche al Gallaratese e al cimitero di Modena, mentre il Maestro furoreggiava sulle riviste dal cartaceo valore oracolare.

Sembrano passati anni luce da quel tempo, e chissà cosa coglieranno gli studenti di oggi, avvezzi a un’esperienza dell’architettura sempre più global e inclusiva, del piccolo mondo antico di figure e ossessioni personali svelate dai disegni attorno ai quali è costruita l’esposizione «Aldo Rossi e la Ragione. Architetture 1967-1997», aperta fino al 30 settembre al Palazzo della Ragione. Gioca facile il titolo con una citazione del Rossi letterario de L’architettura della città, testo feticcio per intere generazioni di architetti, che nel complesso edilizio padovano riconosceva un pezzo di città le cui funzioni rimangono indipendenti dalla sua forma. Attraverso 140 disegni oltre ad alcuni modelli, l’esposizione presenta un percorso cronologico dagli anni ’70 ai ’90 attraverso l’opera dell’architetto milanese (1931-1997), dal monumento ai partigiani di Segrate (1965-67) alla ricostruzione del teatro La Fenice di Venezia (1996). Uno spazio maggiore è riservato dai curatoriFondazione Aldo Rossi, Cinzia Simoni e Alessandro Tognon (Associazione Culturale Di Architettura) – a quattro caposaldi: il cimitero di San Cataldo, il Teatro del Mondo, l’hotel Il Palazzo a Fukuoka e il progetto di concorso per il Deutsches Historisches Museum a Berlino.

La scelta di presentare il lavoro di Rossi attraverso i suoi disegni, senza alcuna immagine fotografica delle opere e qualsivoglia traccia o lettura critica originale, indirizza la mostra verso un pubblico di nicchia, un manipolo di fedeli aldorossiani che certo non mancherà, ma che sembra confinato in una dimensione di pura nostalgia e memoria: termini invero in perfetta consonanza con la poetica del Maestro. Se ogni esposizione di architettura si deve confrontare con l’impossibile flagranza dell’opera, sotto la volta affrescata della grande aula padovana l’ordinata disposizione dei disegni li inquadra come oggetti autonomi, astratti dal significato di cui dovrebbero farsi referenti: pura astanza.

Certo l’interpretazione pittorica di alcuni progetti – soprattutto i primi – è assai seducente dal punto di vista figurativo, entro il mondo di una metafisica sospesa tra Sironi e De Chirico. Rossi, accanito disegnatore ossessionato dal rincorrersi di figure, citazioni e autocitazioni, dallo spaccato che emerge in mostra sembra essere stato più impegnato a costruire il culto della propria personalità che a costruire tout court: ecco un disegno con il Teatro del Mondo che fa capolino sul fondo di un cimitero di Modena inquadrato prospetticamente dalla stecca del Gallaratese, con un frammento di statua colossale (San Carlone?) che sembra calzare a pennello con il grande cavallo ligneo conservato nella sala. L’architettura come teatro, per l’appunto, e l’architetto come regista, sceneggiatore e prim’attore. E infatti nel 1990 il divo Rossi è consacrato con l’assegnazione del Pritzker Prize: è il momento in cui i suoi progetti crescono di scala, varcano i confini della Padanìa per sconfinare in un colto internazionalismo, ma è anche la stagione matura in cui gli aspetti produttivi dei grandi edifici – hotel, musei, complessi urbani – schiacciano ai margini l’intensità poetica e l’autenticità delle origini per farsi puro calligrafismo.

Questa retrospettiva rappresenta dunque un’occasione mancata d’inquadrare, a una ventina d’anni dalla scomparsa di Rossi, l’eredità del suo pensiero e il valore di un’architettura silenziosa e inattuale in un’epoca di assordante cacofonia. Perché non è stato coinvolto la vicina Università IUAV (citofonare Alberto Ferlenga)? L’eredità materiale pare invece assai viva: gran parte dei materiali in mostra provengono infatti da collezioni private, indice di un feticismo del segno del Maestro che prescinde da una compiuta riflessione su tali materiali. Tra archivio e mercato prevale senza alcun dubbio il secondo, in ossequio a un’autonomia dell’architettura spinta per assurdo fino all’autonomia del singolo disegno d’autore. La sublime inutilità di un’esposizione vuole pur sempre il suo tornaconto.

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