Ritratti di città. Potsdam, restaurazione o ri-forma urbis

by • 23 Giugno 2019 • Città e Territorio, Mosaico3373

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Tra architettura e politica, una riflessione su demolizioni e ultime ricostruzioni filologiche. Il caso della Garnisonkirche

 

L’immagine del potere

Unita a Berlino da un continuum di canali e foreste e sua perfetta antitesi, Potsdam è la città prussiana per antonomasia: nata dal volere di un principe elettore e divenuta poi residenza reale di Casa Hohenzollern, è stata esercizio stilistico di architetti innamorati dell’Italia in copie di nostri palazzi, castelli e parchi, accerchiati da caserme e luoghi di stanziamento per le guarnigioni di re e imperatori. L’inscindibile legame Chiesa-Esercito-Stato, fondativo per molti regimi primo fra tutti quello prussiano, trovò perfetta rappresentazione nella forma urbis di Potsdam e nelle sue architetture e giocò nella stagione del nazismo un ruolo di primo piano. Qui si scrisse una delle pagine più nere della storia tedesca, nel cosiddetto Tag von Potsdam (21.03.1933), quando un Hitler appena eletto tenne dal pulpito della Garnisonkirche (Chiesa della guarnigione di corte), dentro la chiesa come fosse su un qualsiasi palco pubblico, uno dei suoi più celebri e deliranti discorsi, chiedendo ed ottenendo l’intercessione e l’appoggio di quei tre poteri.

Dal momento che le immagini sono sempre state lo strumento prediletto di qualsivoglia propaganda di regime, non stupisca che i dipinti e le foto che ritraggono questo specifico luogo di Potsdam vedano sempre per protagonisti uomini malati di potere, da Napoleone in visita alla tomba di Federico II a Hitler che vi stringe la mano a Paul von Hindenburg o vi tiene il suo comizio, da Attlee, Truman e Stalin che da essa poco distanti decidono le sorti dell’Europa a Walter Ulbricht fotografato nel 1968 a ragionare su un suo plastico, per trasformare Potsdam, capitale del nuovo Bezirk socialista, in smilitarizzato Ort der Moderne.

Non è detto che a un visitatore occasionale qui per Sanssouci l’attuale facies da cartolina d’epoca ricolorata possa dare fastidio, e forse a quello extraeuropeo le copie delle copie non disturbano poi tanto se invogliato nelle guide a confrontarsi con un passato lontano; ma chi l’ha vista episodicamente negli ultimi vent’anni può cadere vittima di uno straniamento, ogni volta non trovando più la città della volta precedente: i pieni diventati vuoti, i vuoti riempiti da lindi facsimile. Chi cerca le tracce della capitale socialista è destinato a rimanere deluso, perché Potsdam è tornata ad essere prussiana e rivuole il suo Mitte tale quale era prima del bombardamento degli alleati nel 1945. A guerra praticamente conclusa il raid aereo britannico cercò di distruggere il nucleo più interno della città, laddove il militarismo prussiano su cui era stata fondata si manifestava in termini strutturali. Un vero assist per la nuova amministrazione DDR, che mise in sicurezza la zona di Sanssouci – oggi patrimonio UNESCO – demolendo i simboli militari e politici nel centro cittadino.

 

Giù il Muro, via alla restaurazione

Nel 1990, subito dopo la riunificazione delle due Germanie, Potsdam tornò ad essere molto ambita da partiti e imprenditori dell’ovest, i primi per l’incredibile valenza politica di cui s’ammanta il suo governo, i secondi consapevoli che la sua ricostruzione, qui più che in altri Länder dell’ex DDR in cui investivano a basso costo, avrebbe loro garantito potere e fama a lungo termine. Nel deserto di ideali e spirito critico lasciato da 40 anni di dittatura socialista, sarebbe bastato ricostruire per riesumare nazionalismo e xenofobia di una fazione politica che in tutti quegli anni aveva covato la sua vendetta. Così come a Berlino appena il giorno dopo la caduta del Muro, un comitato preposto ordinò all’istante l’abbattimento del Palast der Republik (dove a breve sarà inaugurato il nuovo feticcio dello Stadtschloss), a Potsdam, pochi chilometri più a ovest, il Parlamento del nuovo Bundesland Brandenburg iniziò a redigere, col placet del Bund, un piano di smantellamento degli edifici socialisti nel centro storico e di sua totale ricostruzione. Mitte divenne area protetta, isolata rispetto al traffico e palcoscenico di sistematiche demolizioni, di teatro, stadio, scuole, luoghi per lo sport e ogni indesiderata, singola traccia di architettura socialista.

Al loro posto sono già sorti lo Stadtschloss oggi sede del Landtag, col Fortunaportal, il Lustgarten, la Nikolaikirche e la quasi totalità dei prospetti sull’Alter Markt. Fatto questo, ci si appresta a intervenire su altri hotspots, nei luoghi di raccordo col nuovo Markt, seguendo un documento programmatico redatto all’uopo, l’integriertes Leitbautenkonzept, dove tutti gli edifici interessati sono raggruppati in due categorie; alla prima appartengono le “ricostruzioni storicamente vere” di facciate e strutture interne (come Palazzo Barberini), alla seconda invece le ricostruzioni di sole facciate su interni moderni (come Palazzo Pompei e Palazzo Chiericati, perfette copie dei loro omologhi in Italia).

 

Nostalgia canaglia

Questa Fassadenstadt è un regalo ai turisti affamati di una bellezza standard che non hanno trovato a Berlino o a una cittadinanza che prova Sehnsucht [bramosia; ndr] per un passato mai vissuto, per architetture per cui poter provare orgoglio? Potsdam aveva già il complesso di Sanssouci, noto in tutto il mondo, perché dunque un intervento così massiccio nel suo centro storico e politico?

Architettura e forma urbis sono sempre state indissolubilmente legate alla politica o meglio, sono uno degli strumenti prediletti dalla politica: la nuova mania tedesca di ricostruire ciò che la storia aveva sepolto sotto bombe e nuovi edifici si tinge oggi di significati che non possono più esseri giustificati come un tempo da operazioni filantropiche o squisitamente estetiche.

Stephan Trüby, teorico dell’architettura e docente all’Università di Stoccarda, studia da anni il fenomeno delle ricostruzioni tout court in Germania: «C’è la falsa convinzione di ampie fasce di popolazione che l’architettura e le città storiche siano apolitiche, che si tratti di sola bellezza. Io sostengo che dietro la retorica di una presunta bellezza e di una presunta tradizione di una presunta città europea, si nasconda una politica culturale e architettonica di destra: fatto che non dovremmo sottovalutare».

 

Una riedificazione forzata

La storia della riedificazione forzata della Garnisonkirche di Philip Gerlach (1730), simbolo del potere militare antidemocratico a Potsdam, è in tal senso emblematica. Le decisioni, le manovre e pratiche messe in atto per riaverla a tutti i costi, nonostante le proteste di una buona fetta di cittadinanza, hanno molto della politica populista dei nostri giorni. Se fino a un decennio fa il dibattito sulla ricostruzione di edifici storici in Germania ruotava attorno alla questione morale del «se» (fosse lecito ricostruire), oggi, bypassato, eliminato il dubbio, si ricostruisce e basta, e lo si fa assai politicamente: l’aspetto storiografico e la motivazione ideologica sono diventati egemonici nelle ricostruzioni filologiche. Condizioni come la vera necessità di un edificio, le esigenze di chi vive nei luoghi prescelti da questa politica, la funzionalità di un’architettura (e persino i suoi costi) non sono più determinanti; al contrario, nella sua retorica, i carnefici vengono trasformati in vittime, insieme alle loro architetture perdute martiri di un «Bombenholocaust» nemico della nazione tedesca.

Il cantiere della Garnisonkirche chiuderà forse nel 2023, quando definitivamente demolito l’attiguo Rechenzentrum socialista, simbolo della scena artistica alternativa e della resistenza d’intellettuali e democratici autonomi, risorgerà esattamente com’era nel 1933. La Stiftung Garnisonkirche Potsdam nata all’indomani della caduta del Muro mette in atto la sua vendetta e benché il suo motto (Ricordare la storia. Imparare la responsabilità. Vivere la riconciliazione) parli di fini pacifici e decisamente più nobili, in molti hanno additato l’inutilità e la pericolosità della rinascita di un luogo in cui mai fu praticata la resistenza, dove rintoccavano le campane donate dalle SS, da sempre punto d’incontro per le forze antidemocratiche, antisemite, nazionaliste e della destra radicale.

Potsdam non ha bisogno di nuove chiese, per altro poco frequentate, e in molti temono diventi un fatale luogo di pellegrinaggio per nostalgici dal momento che nei suoi stessi dépliant pubblicitari vi è anche lodato il “legame tra fede cristiana e virtù prussiana”. Ma i suoi patroni nel Bund e gli investitori non vedono l’ora di potersi crogiolare nello splendore revanscista di un “monumento culturale di importanza nazionale”, fra revisionismi storici che in passato avrebbero fatto sorridere la Germania secolarizzata, tuttavia oggi assai pericolosi. «Non esiste un presente senza ideologie – ancora Trüby – o una società libera dalle ideologie. Soprattutto i partiti populisti hanno insistito sulle ricostruzioni e hanno predicato l’eliminazione dei memoriali a vantaggio della costruzione di monumenti da poter adorare». Si pensi al centro storico nuovo di zecca di Francoforte o alla Garnisonkirche: «Come in Italia si vogliono creare teste di ponte nelle città e iniziare da lì la rivoluzione conservatrice, che però non è una rivoluzione, bensì vera e propria eversione».

Letture
«ARCH+» n. 235 (maggio 2019), Rechte Räume – Bericht einer Europareise

Breve panoramica delle demolizioni
Edifici più rappresentativi di epoca DDR demoliti dal 1990 ad oggi, in lista per le prossime demolizioni e/o al momento salvati.

 

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