Caravaggio sulla scena di Napoli

by • 22 Maggio 2019 • Reviews981

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Visita alla mostra, con allestimenti in rapporto al capoluogo partenopeo

 

NAPOLI. Dal 12 aprile la gente si mette in fila ogni giorno in migliaia al Museo di Capodimonte, sulla collina da cui si vede il profilo della città punteggiato di cupole, per visitare la mostra delle opere che Caravaggio realizzò a Napoli. La città vive una stagione di vivacità culturale [senza sottilizzare troppo su un turismo forse troppo caciarone]: al MANN le stesse file attendono pazientemente di visitare le sculture di Antonio Canova “l’ultimo degli antichi e il primo dei moderni”, o al Museo MADRE per “The man who measures the clouds” di Jean Fabre installato nel cortile dell’edificio progettato da Alvaro Siza nell’ambito della mostra “Oro rosso” che si tiene contemporaneamente nello stesso Museo di Capodimonte e nella Galleria Trisorio.

Capodimonte nasce come reggia e museo che Carlo di Borbone volle costruire per ospitare la sua corte e la sua collezione. La costruzione fu avviata nel 1738 su progetto di Antonio Medrano e ultimata praticamente 100 anni dopo. Il titolo della mostra “Caravaggio Napoli” è esplicativo. Il pittore lombardo vi soggiornò per diciotto mesi complessivi tra l’ottobre del 1606 e il giugno del 1607 e, successivamente, dall’autunno del 1609 per quasi un anno fino al 1610, quando morì a Porto Ercole nel viaggio verso Roma. Dopo il notissimo episodio dell’assassinio romano e l’incontro con le contraddizioni della città partenopea, il suo stile diventa più drammatico e l’eredità che lascia è centrale nella definizione del naturalismo nella pittura del secolo.

La mostra mette a confronto 6 opere di Caravaggio con 22 quadri di artisti napoletani che ne compresero le novità ma ne vennero al tempo stesso travolti. Il percorso espositivo si articola su sei tappe tematiche: Il Pio Monte della Misericordia, La Flagellazione, La Salomè con la testa del Battista, La Crocifissione di Sant’Andrea, Le Maddalene in estasi e San Giovanni Battista e Il Martirio di Sant’Orsola.

 

L’allestimento

A cura dello studio portoghese COR arquitectos (Cremascoli Okumura Rodrigues) con Flavia Chiavaroli e il progetto grafico dello Studio Sonnoli, l’allestimento conduce nelle sale nude e invase dalla penombra, dove i quadri sono unici protagonisti, favorendo un contatto diretto tra spettatore e opera. Ma ogni campitura ha uno scorcio che dialoga con quella contigua, una vista, un taglio, una prospettiva come nel flusso continuo di un tessuto antico che si attraversi all’imbrunire. È l’intento del progetto di allestimento, vale a dire alludere a un percorso tra le quinte urbane dove Merisi visse e operò. Ma i pannelli sono al tempo stesso raffinati, negli attacchi a terra, nelle dimensioni e proporzioni. Il percorso si conclude nella sala multimediale, dove si “entra” nei dettagli e nelle superfici dei dipinti, accompagnati da un filmato che racconta la vita di Caravaggio a Napoli.

 

La mostra non finisce qui

L’istituzione del Pio Monte della Misericordia fu fondata nel 1602 da sette nobili che s’incontravano regolarmente all’Ospedale degli Incurabili. Nel primo soggiorno napoletano Caravaggio dipinse “Le sette opere della Misericordia”. Il quadro è installato sull’altare maggiore in asse con l’ingresso della cappella a pianta ottagonale. Nei documenti dell’istituzione si legge che fu pagato 400 ducati e vi si sancisce l’inamovibilità per qualsiasi ragione. Ecco perché “Caravaggio Napoli” ha un’appendice in via dei Tribunali. Entrando nella cappella colpisce il dispositivo d’illuminazione che esalta la visione del dipinto: è la stessa luce di Capodimonte.

In genere condivido quanti non approvano le manomissioni, in occasioni speciali, di un sito che generalmente ospita un’opera; l’opera va vista sempre nelle condizioni originarie. Ma in questo caso bisogna ammettere che la luce artificiale migliora la visibilità di particolari da sempre poco leggibili. Al centro dell’aula, in una sorta di dialogo con Caravaggio, un uomo di cera tiene in bilico una croce: è “The man who bears the cross” di Jean Fabre, in mostra praticamente negli spazi della cultura cittadina. L’uomo è l’autoritratto dello stesso autore. Dialogo e triangolazione di luoghi ed eventi, in una città che fa della trama la narrazione della propria inesauribile e fascinosa complessità multiforme.

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