Gardella su Gardella: la cultura di un «antistar»

by • 18 Marzo 2019 • Interviste, Professione e Formazione1428

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A 20 anni dalla morte, il figlio Jacopo ricorda il padre Ignazio

 

L’intervista con Jacopo Gardella si propone come strumento conoscitivo e interpretativo, ma anche come una brevissima prova documentata dell’esperienza teorica del padre Ignazio (Milano, 30 marzo 1905 – Oleggio, 15 marzo 1999) nelle circostanze storiche e culturali della sua epoca. Muovendosi in una trama di richiami storici, critico-estetici e letterari, il reportage fornisce una chiave di lettura della cultura architettonica che ha segnato gran parte del Novecento italiano. Nato a Milano il 27 aprile 1935, Jacopo Gardella si laurea in architettura presso il locale Politecnico nel 1960. Inizia la pratica professionale nello studio del padre, con cui ha collaborato su moltissimi progetti, e di docente in varie Facoltà di Architettura italiane (Pescara, Milano, Torino, Venezia, Camerino).

 

Architetto Gardella, come ricorda il suo rapporto lavorativo/professionale con suo padre?

Il mio rapporto lavorativo è legato a un contesto professionale di due generazioni di architetti, ingegneri e designer, ma con l’obiettivo comune di combinare innovazione e tradizione in un processo di ricerca che riguardava non solo la funzionalità dell’opera ma anche i significati e i valori. Mio padre era una persona rigida, ma con modi misuratamente affabili di un osservatore realista e colto, mentre nell’attività professionale/lavorativa il rapporto fu di cooperazione, coinvolgendomi pienamente.
Ricordo con molta partecipazione il suo metodo professionale di esaminare quotidianamente, insieme al suo gruppo di lavoro, i disegni dei vari progetti. Correggeva, ripensava, introduceva qualche aspetto che reputava rispondere pienamente alle esigenze del progetto. Tutto questo era il suo metodo di collaborazione: un processo di crescita e apprendimento personale e di partecipazione all’idea base di un’opera e al suo sviluppo finale. Citava spesso il filosofo Giambattista Vico, il quale soleva dire che “si impara facendo e si conosce solo quello che si è capaci di fare”. Con ciò manifestava il suo pessimismo sulle esplicazioni teoriche e astratte e, al contrario, la sua certezza nell’esperienza diretta e nella pratica quotidiana.

 

È il ricordo di suo padre come figura fondamentale dell’architettura italiana del XX secolo?

Ignazio Gardella da molti non è considerato una figura fondamentale della recente architettura italiana, a differenza di altri architetti italiani che hanno conseguito una fama universale come Renzo Piano o Aldo Rossi. Gardella al contrario non ha mai avuto un riconoscimento così consolidato e generalizzato, sebbene sia stato apprezzato, e lo sia ancora oggi, da molte persone preparate e colte che hanno avuto con lui un’affinità d’idee ed hanno compreso la portata dei suoi contributi alla storia dell’architettura. Egli viene considerato effettivamente un protagonista delle diverse stagioni attraversate dalla architettura del secolo scorso, essendo stato uno degli esponenti del movimento razionalista italiano, poi nel dopoguerra uno dei sostenitori del Movimento organico ed infine più tardi ha aderito, seppure con qualche riserva, al recupero della storia, così come era stato promosso dalla Tendenza e dal postmoderno.

 

Suo padre ha attraversato varie epoche ed ha adottato vari stili lasciando tuttavia un segno molto personale. Ci può descrivere brevemente i caratteri estetici ed i principi etici della sua architettura?

Durante tutto il corso della sua professione Gardella ha tenuto un atteggiamento molto empirico e un comportamento non dogmatico ma duttile, pur restando fedele ad alcune convinzioni per lui fondamentali ed irrinunciabili; teneva in gran conto le esigenze del committente, ascoltava i consigli del costruttore, prendeva nota dei caratteri del luogo in cui era chiamato a progettare, osservava le abitudini e le tradizioni costruttive locali. Egli guardava alla storia dell’architettura non come repertorio di esempi da copiare ma come patrimonio di esperienze collaudate e consolidate, dalle quali trarre insegnamento e stimolo creativo. Sosteneva l’autonomia dell’architettura, il cui processo progettuale, poggiando su accorgimenti tecnici, era strettamente connesso alla capacità, al talento, alla creatività, comunicando un’esperienza concreta fatta di emozioni e messaggi soggettivi.

 

Ci può parlare dell’amicizia di suo padre con Alvar Aalto?

Verso la fine degli anni ’30 egli allacciò i contatti con l’architetto finnico, considerandolo, poi, come un maestro, e stabilendo con lui grande affinità metodologica nel processo creativo di un’opera: pragmatismo e inventiva, equilibrio e rispetto per l’ambiente, coscienza dello spazio interno, uso dei materiali e loro valenza espressiva di essi; infine, l’indipendenza dalla geometria tradizionale delle proporzioni. Concetti che riscontro nel modo di progettare l’architettura di mio padre, e che all’epoca emergeva come proposta di cultura e non di compromesso; di chi aveva oltrepassato il razionalismo dopo averlo strettamente compreso e che ne aveva sviluppato le questioni spaziali.

 

Il ruolo dell’architetto sembra veramente cambiato oggi. È diventato molto simile a quello di un protagonista dello “star system”. Che cosa penserebbe oggi Ignazio Gardella dell’architettura mondiale?

Penserebbe che l’architettura contemporanea sta attraversando un periodo di grande confusione e di generale smarrimento, e si trova in un momento di clamorose contraddizioni. Ha dimenticato le sue origini storiche, ha tradito le premesse del Movimento moderno, ha perso gli obiettivi etici e gli scopi sociali che lo animavano e fortificavano al momento della sua crescita e della sua diffusione. Di fronte a tanta proliferazione di opere stravaganti ed irragionevoli, non solo Gardella, ma anche tutti i suoi amici e coetanei, sobbalzerebbero di sgomento e piomberebbero nel più grande sconforto perché assisterebbero alla negazione di tutto quello che essi avevano coraggiosamente perseguito, insegnato ai loro allievi, dimostrato con le proprie opere.

 

Le nuove tecnologie – come i rendering, le modellazioni digitali, le immagini virtuali – avrebbero accresciuto la qualità creativa di quei giovani pionieri del Razionalismo milanese?

Le nuove tecnologie non avrebbero per nulla giovato agli architetti di allora, né giovano a quelli di oggi. Le progettazione parte dalla testa ed arriva alla mano. Non ha bisogno di strumenti intermedi. L’informatica è uno strumento utilissimo per accelerare la trasmissione di dati e per facilitare l’esecuzione di programmi, ma non porta nessun aiuto alle capacità creative. La vena artistica si nutre non di una tecnica anche se molto evoluta, ma di una cultura quanto più possibile vasta ed approfondita. Gardella, nei suoi anni d’insegnamento, soleva invitare i suoi allievi a leggere, a studiare, a guardare le opere d’arte, ma non avrebbe mai imposto a loro l’obbligo di usare il calcolatore elettronico. Di sicuro avrebbe desiderato che venisse insegnato nei corsi universitari un più ampio programma di storia dell’architettura.

 

Se dovessimo ricordare le opere più importanti di suo padre, quelle che hanno segnato la storia dell’architettura italiana, quali metterebbe sul podio?

Metterei al primo posto il Dispensario antitubercolare di Alessandria (1936): esempio di un Razionalismo rigoroso ed attento ma non scolastico; di una modernità meticolosa e controllata ma non pedante. Al secondo posto metterei la Casa degli impiegati della ditta Borsalino, sempre ad Alessandria (1948): esempio di rinnovato interesse per la tradizione, per il recupero della storia. Lo si vede da molti elementi architettonici che caratterizzano questo edificio: le finestre tornano ad essere verticali come erano in passato, mentre le finestre razionaliste erano diventate molto spesso sottili fessure orizzontali; le tradizionali persiane tornano ad essere visibili in facciata, mentre il Razionalismo le aveva abolite e sostituite con avvolgibili a scomparsa; un forte aggetto di gronda protegge le facciate, mentre il Razionalismo aveva abolito ogni sporgenza del tetto. Sul terzo scalino del podio metterei il Padiglione di Arte contemporanea a Milano (1954): esempio di passaggio dall’architettura razionalista di provenienza tedesca e francese all’architettura organica di origine scandinava.

 

Nonostante la notorietà, suo padre non si comportava come un “archistar”. Diversa cultura, diverso modo d’intendere l’architettura?

Diversa educazione, diverso comportamento, diverso rapporto con il prossimo; maggiore discrezione, maggiore riserbo, maggiore avversione ad ogni forma di protagonismo. Gardella non era un caso isolato; come lui si comportavano anche i suoi colleghi ed amici: una generazione diversa dall’attuale, un clima agli antipodi rispetto all’odierna ricerca di esibizionismo. Erano convinti che fosse sufficiente testimoniare con il loro esempio e dimostrare con le loro opere. La notorietà non li autorizzava a sentirsi superiori e tanto meno ad assumere l’odiosa immagine dell’attuale “archistar”.

 

Immagine di copertina: Ignazio e Jacopo Gardella sul cantiere della ricostruzione del Padiglione d’arte contemporanea (PAC) a Milano (foto di Antonio Ciccarini – © Archivio Storico Gardella)

 

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