Ritratti di città. Quito e la bulimia da pianificazione

by • 7 Marzo 2019 • Città e Territorio, Mosaico1875

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Stretta nella morsa tra recessione, privatizzazione e globalizzazione, i numerosi piani elaborati dalla capitale dell’Ecuador hanno sortito scarsi effetti

 

Qui-to ovvero “a metà della terra” come potrebbero averla chiamata gli indios, evidentemente consapevoli di trovarsi sulla linea dell’equatore; oppure, secondo altre ipotesi di toponomastica, “la città dei bianchi”, ovvero i conquistadores spagnoli che arrivarono da queste parti alla ricerca del tesoro di Atahualpa, l’ultimo re Inca. In realtà più che i suoi gioielli trovarono l’oro, e tanto, com’è abbastanza evidente appena si entra nella chiesa della “Compañia de Jesús”, ispirata alla Chiesa del Gesù di Roma, che dietro la facciata intagliata in pietra vulcanica nasconde una delle più esemplari realizzazioni della tecnica del “pan de oro”: eccetto il pavimento in legno, tutto è ricoperto di scaglie del prezioso metallo, comprese le colonne che sono una replica di quelle del “baldacchino” di San Pietro.

Governare una città lunga oltre 40 km

Dalle chiese barocche agli edifici del potere civile che si affacciano su Piazza dell’Indipendenza la visita al centro storico, tutelato dall’Unesco fin dal 1978, ci restituisce l’immagine di una città sospesa tra i fasti del passato e il disordine che pervade le strade laterali e che ha contaminato la grandezza di quella che, dopo la cacciata degli spagnoli nel 1822, fu una delle tre capitali della Grande Colombia disegnata da Simon Bolivar. Così tra le cattedrali d’oro e i locali in penombra dove pranzare costa un dollaro americano, che qui è moneta ufficiale, la distanza è minima ma significativa.

In ogni caso, e a differenza di ciò che è accaduto in altre capitali latinoamericane, il centro ha sempre conservato un certo protagonismo nelle dinamiche urbane di Quito che, vista dall’alto, appare come una lingua costruita, lunga oltre 40 km e circondata dai vulcani, dove vivono circa 2,7 milioni di persone, di cui un terzo confinato negli agglomerati rurali che si arrampicano oltre i 3000 metri di altitudine.

La sua storia urbanistica si concentra nell’ultimo secolo (basti pensare che, tra il 1940 e il 2000 la popolazione è cresciuta di dieci volte, da poco meno di 200.000 abitanti a oltre due milioni) ed è fortemente legata alle espansioni e alle crisi dell’economia locale prima centrata su cacao, caffè e banane e poi sul petrolio. Nello specifico, il destino del nucleo storico cambiò radicalmente negli anni Trenta: le classi più agiate, “spaventate” dal massiccio arrivo d’immigrati dalle campagne, iniziarono a lasciare il centro e a costruire le loro case nella zona nord secondo modelli di “città giardino”. A loro subentrarono i poveri campesinos e, una decina di anni dopo, le famiglie dei tanti soldati partiti alla volta della frontiera con il Perù, con cui l’Ecuador combatté e perse una guerra che si sarebbe trascinata, ad intermittenza, fino alla fine del secolo scorso.

Il Plan regulador firmato da Jones Odriozola (1942-45) costituisce il primo tentativo di pianificare la capitale secondo i principi della zonizzazione: le residenze della borghesia a nord, le attività commerciali e amministrative nella zona centrale, il sud destinato alla nuova classe operaia. Si enfatizza così una divisione classista del territorio che “istituzionalizza” i fenomeni di segregazione sociale già palesi a inizio secolo e che affliggono tutt’ora Quito. Basti pensare che nei quartieri di taglio “occidentale”, come quello di “González Suárez”, per affittare un appartamento oggi non bastano tremila dollari al mese, mentre a sud si pagano in media duecento dollari e anche meno se ci si spinge fino ad Atucucho, che è poco più d’un barrio de invasión dove le famiglie si auto-organizzano per gestire la comunità e garantirsi la sicurezza.

Tali dinamiche si consolidarono poi negli anni Sessanta quando, grazie all’industria del petrolio, si saldò un’alleanza, politica ed ideologica, tra l’apparato statale e le grandi aziende private. Fenomeni macroscopici che, nel 1967, imposero, agli animi più sensibili dell’urbanistica locale, l’esigenza di varare il Plan director de urbanismo, così da porre un freno alle massicce lottizzazioni, e nel 1973 un primo strumento di pianificazione dell’area metropolitana. In realtà fu tutto vano, con le grandi società immobiliari che decisero autonomamente le direttrici di sviluppo e il centro storico alle prese con un primo accenno di gentrificazione.

Nel gioco dell’oca inscenato da urbanisti e immobiliaristi, registriamo altri tentativi a vuoto: nel 1981 il Plan Quito – Esquema director che si poneva l’obiettivo di razionalizzare una città policentrica e aprire la strada al riconoscimento della proprietà privata nei quartieri informali, poi avviata tra il 1984 e il 1998; e nel 1993 il Plan estructura espacial metropolitana. Quest’ultimo intendeva occuparsi dei processi di conurbazione e di ordinare il sistema della mobilità, anche se si dovrà attendere il 1995 per celebrare l’inaugurazione del Trolebús, un sistema di trasporto su corsia dedicata disegnato su modello di quello di Curitiba, e il 2003 per l’entrata in servizio delle cinque linee del MetrobusQ, che si muovono da nord a sud, mentre è ancora in costruzione il primo tracciato della metropolitana.

Entrati nel nuovo secolo, la vena pianificatoria degli uffici comunali non si è placata dando alla luce il Plan general de desarrollo territorial (2001-09) con cui si affermano logiche di recupero della città consolidata, di protagonismo dello spazio pubblico e di partecipazione. Questa volta le buone intenzioni s’infrangono contro le turbolenze politiche ed economiche che, nel 2008, portano il presidente Rafael Correa a dichiarare la bancarotta dello Stato, e contro l’intraprendenza dei privati che continua ad alimentare il monopoli di sempre, soprattutto nella zona settentrionale della capitale. Tuttavia, ed arriviamo all’oggi, i tenaci urbanisti ecuadoriani sono pronti a sfornare il Plan metropolitano de ordenamiento territorial (2012-22). In questo caso, sono degne di nota le intenzioni di promuovere la salvaguardia del contesto ambientale, il ritorno a un uso misto dei suoli e il recupero dei vuoti urbani. A tale proposito è interessante il bando pubblico emanato lo scorso anno per raccogliere idee per il riordino delle aree ferroviarie, così come sono lodevoli le iniziative di associazioni e di singoli per proporre azioni di ricucitura del territorio, come quella della giovane architetta Ninike Celi Atala che ha immaginato nuove funzioni e “ponti” attrezzati per connettere i lembi urbani oggi separati da muri e torrenti inquinati.

Tra recessione, privatizzazione e grandi firme

Forse non è un caso che ciò avvenga a seguito della conferenza sullo sviluppo sostenibile “Habitat 3” qui promossa dall’ONU nel 2016 e, soprattutto, dopo che tra il 2015 e il 2016 è esplosa la bolla immobiliare. Un fenomeno nel quale tutti avevano investito e che, insieme al calo del prezzo del petrolio e agli effetti di un tremendo terremoto, ha portato l’Ecuador in recessione e segnato la fine della carriera decennale del presidente Correa, sopravvissuto ad un colpo di stato nel 2010 ma non ai giudici che in tutto il continente hanno investigato sulle tangenti pagate dalla multinazionale brasiliana delle costruzioni Odebrecht e che ha travolto Petroecuador, l’azienda statale del petrolio.

Ma se da un lato hanno preso quota interessanti iniziative socio-culturali, come quella del programma “Q – Quito Creative City” e quelle per il recupero e valorizzazione dello storico mercato di San Roque, dall’altro gli immobiliaristi non si sono arresi e oggi puntano su una doppia leva. In primis sfruttando il disegno politico messo a punto dal nuovo presidente Lenin Moreno che, a dispetto del nome e con l’alibi della crisi economica, sta varando pesanti iniziative di privatizzazione spostando in capo alle grandi lobbies delle costruzioni la gestione di circa 30 miliardi di dollari in opere pubbliche e, in secondo luogo, sta puntando sull’appeal delle grandi firme dell’architettura e del design internazionale. Così Philippe Starck e Marcel Wanders prestano il loro marchio alle iniziative immobiliari disegnate dalle società di progettazione locale, su tutti la Uribe & Schwarzkopf; mentre Bjarke Ingels firma il progetto per IQON, l’edificio più alto di Quito, che dai render si preannuncia un costoso alveare molto meno creativo di altre realizzazioni di BIG.

Scovare l’architettura

Del resto anche qua, sulla linea dell’equatore, la globalizzazione pare avere la meglio sulla storia locale (sono quasi scomparsi dallo scenario urbano gli apprezzabili edifici in cemento armato costruiti dai vari Milton Barragan, Jaime Dávalos e Rubén Moreira) e sulle più recenti realizzazioni orientate ad un interessante profilo socio-culturale. Così non è facile scovare l’ampliamento del Museo della Città, installato nell’antico ospedale di San Juan de Dios e firmato da MCM+A, la biblioteca Gerardo Anker progettata da L+A Arquitectos e soprattutto due interventi sugli spazi urbani: Plaza Huerto San Agustín di Jaramillo Van Sluys Arquitectura+Urbanismo e la piazza antistante la chiesa di Santa Clara, un tempo occupata da un parcheggio privato e che, su progetto di Boris Albornoz, è stata riconquistata ad uso pubblico. La speranza è che questa new wave riesca a resistere con tenacia al richiamo delle brochure patinate delle società immobiliari e che il centro storico possa compiere la metamorfosi, già iniziata in alcuni quartieri come “La Mariscal”, inaccessibile fino ad un paio di decenni fa, per diventare il baricentro di una Quito a misura d’uomo.
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One Response to Ritratti di città. Quito e la bulimia da pianificazione

  1. […] fondati sul coinvolgimento dei loro abitanti, non solo in Colombia e Perù ma anche a Panama e a Quito, dove ha progettato la “urbanización” di Santa […]