Se la comunità aliena Palladio

by • 4 Febbraio 2019 • Mosaico, Patrimonio1816

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Riflessioni a margine della cessione a privati di Villa Emo a Fanzolo di Vedelago

 

Non è la prima volta: limitandosi agli ultimi due anni, le ville di Andrea Palladio (1508-1580) passate di mano saranno tre. Ed è possibile comprarle a prezzo di saldo. La piccola Villa Forni Cerato a Montecchio Precalcino (Vicenza, progetto post 1564) è stata pagata circa 360.000 euro in seconda convocazione d’asta, meno dell’offerta minima e poco più della metà di quella di base stabilita dal curatore fallimentare. A metà 2017, dopo vent’anni di vicissitudini e dopo i vani tentativi di mettere insieme la cifra necessaria da parte della piccolissima municipalità locale, l’ha acquistata Ivo Boscardin, imprenditore che ha agito guidato da un raro impulso civico-passionale conscio, visto il pessimo stato di conservazione, che non ne basteranno nemmeno altrettanti per risistemarla e fruirla, avendo inoltre ben presente come molto difficilmente si autosostenterà.

Dopo la notizia della messa in vendita per 45 milioni di dollari nel 2017 da parte della famiglia Gable di Atlanta, che la usava da decenni come dimora estiva, Villa Cornaro a Piombino Dese (Padova, 1552) è stata acquistata nella seconda metà del 2018 per 22 milioni di euro da Ada Koon Hang Tse, manager di Hong Kong con interessi nel campo delle proprietà residenziali, commerciali e alberghiere, in contemporanea a Palazzo Pisani Moretta a Venezia. È probabile che continuerà ad essere visitabile difficilmente come è successo fino adesso, solo per qualche ora in un giorno del fine settimana durante i periodi prestabiliti.

Ora, dopo la vendita nel 2004 da parte dell’unico discendente diretto della famiglia dei committenti di Palladio ancora esistente ad una banca locale (Credito Cooperativo Trevigiano), sarà Villa Emo a Fanzolo di Vedelago (Treviso, progetto ante 1556) a passare di mano circa per gli stessi 15 milioni per cui era stata venduta, priva però di una parte degli annessi, nel frattempo divenuti sede della banca.

Delle tre, Villa Emo è particolarmente significativa non solo per la rilevanza dell’architettura ma pure per la memoria delle antiche funzioni e perché il paesaggio che la circonda è ancora abbastanza vasto e intatto da evocarle. Proprio allo scopo di garantirle una maggior tutela, nel 2004, a seguito di vicende occorse a quel tempo, da un lato la Soprintendenza procedeva a vincolarne l’intorno e dall’altro l’assemblea dei soci della banca, guardando oltre la quotidianità gestionale, decideva di acquisire il complesso impedendo ulteriori guasti al territorio e riscattando al contempo un pezzo fondamentale della sua propria storia identitaria. Si tratta di una realtà geografica, culturale e sociale descritta in modo esemplare da molteplici punti di osservazione da parte Denis Cosgrove nel suo volume Il Paesaggio Palladiano. La trasformazione geografica e le sue rappresentazioni culturali nell’Italia del XVI secolo. Queste ville, prima ancora di essere architetture, erano fabbriche ante litteram, luoghi dedicati alla produzione, ma pure teatri di rappresentanza del potere e, purtroppo, anche di razzismo e prevaricazioni delle classi più alte sulle fasce più povere della popolazione: pratiche giustificate dai patrizi in nome della loro differenza determinata programmaticamente da una raffinatissima cultura di altissimo livello.

Le nobili intenzioni che avevano guidato le scelte dell’istituto di credito sembrano tramontate: a corto d’idee si torna a guardare al sodo, stavolta senza scomodare preventivamente i soci. L’amministrazione comunale sta tentando altre strade provando a costituire un gruppo d’interesse per operare concretamente una controproposta tenendo ancorato questo bene nelle mani del territorio, tuttavia gli spazi di manovra sono assai ristretti: come in passato (e come hanno evidenziato pragmaticamente i Gable, ex proprietari di Villa Cornaro nell’intervista al NYT citata più sopra) anche questa volta probabilmente non sarà esercitato il diritto di prelazione.

La villa non si perderà, le tutele probabilmente reggeranno, ma il patrimonio identitario della comunità perderà un asset o per meglio dire, un bene. Fondamentale ma non più ritenuto strategico da una banca che pareva differente.

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