Nader Tehrani, pedagogista dello spazio

by • 18 Settembre 2018 • Mosaico, Professione e Formazione1868

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Profilo del pluripremiato architetto iraniano-statunitense: il rapporto d’amore con l’Italia, gli edifici per la formazione, le sperimentazioni progettuali

 

Nader Tehrani (classe 1963, architetto iraniano-statunitense, fondatore nel 1986 dell’Office dA e nel 2011 dello studio NADAAA, con sede a New York e a Boston) ama l’Italia e, tra il 2017 e il 2018, ha soggiornato per due mesi all’American Academy di Roma (città che ha segnato la sua formazione negli anni Ottanta, quando era studente alla Rhode Island School of Design). «Un’opportunità», spiega Tehrani «per avviare un lavoro analitico sui sistemi costruttivi e sui materiali adoperati nell’antichità. Negli ultimi vent’anni mi sono concentrato proprio sulla varietà di combinazioni materiche, dunque questa sarà un’occasione per sistematizzare tale lavoro». Durante il soggiorno ha anche organizzato la mostra “Guardando attraverso il dittico” presso la Bibliothè – Contemporary Art Gallery dove protagonisti erano gli spazi di uno dei suoi ultimi progetti, la Daniels Faculty of Architecture, Landscape and Design dell’Università di Toronto, inaugurata il 17 novembre 2017, che ha già ricevuto due prestigiosi riconoscimenti nel 2018: l’Honor Award for Architecture da parte della AIANY Design Awards e l’Honor Award for Design Excellence da parte della Boston Society of Architects. In questo progetto, infatti, lo studio NADAAA sembra aver condensato il meglio delle esperienze progettuali sinora realizzate: dalla copertura spettacolare dell’open space principale che si snoda su una superficie priva di appoggi per 34 metri di ampiezza (le cui audaci piegature hanno sia funzione tecnica che estetica permettendo l’ingresso della luce naturale, il controllo idrologico e l’ottimizzazione strutturale), alla perfetta fusione con l’adiacente neogotico Knox College del 1875 (in parte anche restaurato), all’efficienza energetica, all’integrazione nell’ambiente circostante e relativa riqualificazione. Terhani spiega che l’edificio, in accordo con il preside, è stato concepito come una sorta di “factory”, un luogo in grado di valorizzare il lavoro degli studenti.

Nel 2015, lo studio aveva già fatto notizia con la realizzazione della nuova Scuola di Design dell’Università di Melbourne, dove l’invenzione tecnologica viene utilizzata soprattutto per la realizzazione di spazi innovativi dal punto di vista didattico il cui risultato è la configurazione di un mix tra hybrid studio & social space. “Pedagogical buildings” li definisce Tehrani, nel doppio senso del termine: prima di tutto perché rappresentano «un’indagine sulle nuove soluzioni spaziali in grado di promuovere modelli alternativi per l’apprendimento, quindi edifici che diventano essi stessi strumenti didattici – progetti che servono come esempio di condizioni architettoniche esemplari». A Melbourne un atrio – Suspended Studio – caratterizza la vita all’interno della scuola trasformandola in un evento quotidiano dove lo scambio di sapere è al primo posto in un continuum di spazi che invitano all’interscambio e alla sosta; realizzato come un massiccio elemento ligneo sfaccettato, appeso al soffitto, sembra voler sfidare le leggi della statica diffondendo energia e fascino, oltre a svolgere importanti funzioni fonoassorbenti (grazie ai numerosi fori che ne punteggiano la superficie) e di copertura per lo spazio studio sottostante. «La formazione», si giustifica Tehrani, «avviene non solo durante le lezioni nelle aule, ma anche negli spazi informali e negli intervalli. Il progetto degli spazi interstiziali rappresenta buona parte di questo edificio, trasformando gli spazi di passaggio in spazi di studio, di collaborazione, d’incontro intellettuale»

Si tratta della stessa filosofia che coinvolge Tehrani nel suo ruolo di preside alla Irwin S. Chanin School of Architecture della Cooper Union di New York, quando, in una recente intervista ha dichiarato che in architettura la domanda intellettuale è più importante che risolvere un aspetto tecnico: «Alla Cooper Union siamo soliti dire che non stiamo lì per risolvere problemi ma per formulare domande. La cosa più importante in architettura è insegnare a essere scettici, critici, polemici nel relazionare la storia al futuro. […] È per questo che è meglio insegnare a pensare in modo critico che a come risolvere un problema» (in “Alias”, 6 gennaio 2018, p. 5).

Guardando indietro al lavoro di Tehrani, altri esempi infittiscono la gamma di sperimentazioni, pur tralasciando le installazioni, gli arredi e il product design. In particolare: la Rock Creek House (Washington, 2016), un progetto di riadattamento dove l’intensità dei materiali gioca a rincorrere il dettaglio attirando lo sguardo anche dei più distratti nel proprio universo materico; la Tongxian Gatehouse (Pechino, 2003), un complesso per una comunità di artisti, concepita come un monolite di mattoni combinato all’impiego del legno locale chumuzu; Casa La Roca (Caracas, 1995) dove una cortina di mattoni assume elasticità dilatandone e restringendone la maglia, trasformandosi da elemento passivo in un sistema per l’ingresso della luce naturale.

 

Una lezione di metodo

Il singolare lavoro di ricerca di Tehrani ci permette di riflettere sullo stato attuale della sperimentazione in campo progettuale e su come arginare il fiume in piena di soluzioni ammalianti che proviene dall’impiego del digitale, sia per quanto riguarda i metodi progettuali, sia per l’infinita gamma di soluzioni formali e strutturali. Secondo Tehrani, infatti, la ricerca architettonica non si deve sviluppare nella «reiterazione di ogni esperimento in maniera isolata», ma coinvolgere anche «altri esperimenti e creare un impegno (quasi un’etica di disciplina) nel produrre nuove forme di conoscenza», tanto più oggi che lo stesso computer permette di «superare la dicotomia tra progettista e costruttore reincorporando il processo di disegno costruttivo all’interno del software dell’architetto».

Una conoscenza che parte innanzi tutto, come ricordato, da uno studio approfondito dei materialiNoi pensiamo al materiale non come ad una questione professionale, ma concettuale»), passati alla lente d’ingrandimento del digitale tanto da modificarne l’intima natura, in particolare i materiali più tradizionali come il legno e il mattone; fino alla configurazione di spazi performativi, pensati per essere vissuti all’insegna della multifunzionalità e dell’interazione. Tutti aspetti in linea con una forma mentis caparbia e curiosa che vive il proprio mestiere come un cammino intellettuale all’insegna della scoperta, di piccoli grandi segreti da svelare, di preziosi passi in avanti da condividere.

 

Riferimenti e dettagli

Non a caso, tra i riferimenti di Tehrani vi è Sigurd Lewerentz (1885-1975), del quale tre luoghi di preghiera sono attualmente in mostra alla Biennale di Architettura di Venezia (provenienti dal National Centre for Architecture and Design – ArkDes che ne custodisce l’archivio), tra cui la chiesa di St. Mark (1960) a Björkhagen (Stoccolma), dove l’architetto usa il mattone per l’intera costruzione, smaterializzandone l’essenza grazie a uno spessore dei giunti pari quasi a quello dei mattoni: l’effetto è sorprendente. Alla Biennale è stato sottolineato quanto importante per Lewerentz fosse il dettaglio, considerato “uno strumento per innalzare e trasfigurare l’ordinario”. Allo stesso modo oggi Tehrani afferma che «Il dettaglio, se inquadrato come principio generativo e non come anello conclusivo, definisce il linguaggio di tutte le componenti di uno specifico progetto». Tematiche che è possibile vedere applicate già nella sua installazione del 2001 alla Harvard Graduate School of Design sul tema Immaterial/Ultramaterial (i cui risultati sono raccolti nel testo omonimo a cura di Toshiko Mori) che «trasforma il dettaglio della curvatura del compensato quale punto di partenza per il progetto, ma anche rispetto alla più vasta geometria della forma che risponde alle contingenze del contesto». Risultato: un prototipo concepito come una membrana lignea la cui geometria può adattarsi ad un’infinita varietà di condizioni.

«Dovremmo porre l’accento su cosa significhi progetto, e su come la disciplina architettonica possa dare un senso alle trasformazioni della condizione umana – a casa, al lavoro, e nello spazio pubblico. La grande architettura conta veramente, anzi, vorrei fare luce sul dibattito e sulle differenze di opinione che rendono il progetto un protagonista reale nella produzione di benessere, educazione e politica».

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