James Ackerman (1919-2016)

by • 22 Gennaio 2017 • Professione e Formazione3137

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Studioso dell’architettura italiana ed europea del Cinquecento, di Michelangelo e Palladio. Memorabile la sua esegesi intorno al tema della villa, da Plinio il Vecchio a Le Corbusier

 

Il 31 dicembre scorso è mancato a Cambridge (Mass.) James Ackerman. Studioso noto per i suoi studi su Michelangelo (dal 1961) e Palladio (a partire dal 1964), ma più in generale sull’architettura italiana ed europea del Cinquecento. Ackerman è anche autore nel 1986 di un suggestivo articoloThe Villa as Paradigm, uscito sulla rivista “Perspecta” – che non solo apre al libro ben più famoso – The Villa: Forms and Ideology of Country Houses (1990) – ma costruisce la dimostrazione forse più interessante della sua arguzia letteraria e di una complessità storiografica che la sua scrittura, piana e raffinata, a volte nasconde.

Il saggio si occupa del tema – non della tipologia – della villa su una lunghissima durata, da Plinio il Vecchio a Le Corbusier, e forse andrebbe letto in parallelo con un libro che esce nello stesso anno: An Open Elite? England 1540-1880, di Lawrence Stone e di Jeanne C. Fawtrier Stone. Il saggio è articolato in un’introduzione – in cui i complessi intrecci tra politiche (quelle delle Open Elites non solo inglesi), forme del loro abitare, rapporti tra residenza e giardini, vengono dichiarate – e un primo paragrafo che, non a caso, s’intitola The Ideology of the Villa. Ed è su questo paragrafo che vorrei fermare la mia attenzione. Ackerman, riprendendo tutta una letteratura che dal testo del 1948, sul Dual states of Paradigm della villa di Colin Rowe, arriverà quasi sino a oggi, affronta il paragone tra la concezione della villa in Palladio e la villa Savoye di Le Corbusier, ma lo fa da un punto di vista che forse non è stato più sviluppato sino a oggi: la villa, anche la villa Savoye, è anche “by nature in those areas of post medieval western world in which feudal system was most on the economic resources of the city”. La villa come impresa economica (curiosamente la villa Savoye lo diventerà dopo la seconda guerra mondiale), come espressione di privilegi e luogo sociale non solo rapprentativo (e con grande intuito Ackerman cita la definizione ottocentesca di Cesar Daly della villa). Un’ideologia che si radicalizzerà all’inizio dell’Ottocento, quando quella ideologia della villa si democratizzerà: e la genealogia che Ackerman propone (Scott Richardson, Viollet-le-Duc, Voysey e poi Le Corbusier) è davvero suggestiva e… spaesante. Anche perché Ackerman torna continuamente sulla parola – villa – e sul perché quella parola viene attribuita anche alla Savoye. Lo fa nel paragrafo su Style and Form, che ci si aspetterebbe fosse iconografico e tipologico e che invece parte dal “programma” che sta dietro la parola e offre il suo rifermento. Lo slittamento semantico che accompagna la parola villa può essere letto solo come “fenomeno di gradualismo culturale”, sulle piste della Longue durée delle Annales. E arriva così a tre esempi che incarnano questo slittamento insieme semantico e ideologico: la Ames Gatehouse, la Coonley House e la Villa Savoye (che Ackerman scrive maiuscolo).

La sede per continuare una simile lettura richiederebbe spazio e riferimenti incompatibili con tale ricordo e il suo pubblico. Quel che anche solo quest’accenno ci aiuta a cogliere è quanto Ackerman lavorasse su molte causalità storiche e usasse gli esempi come prove di una riflessione che si misura con le storiografie più raffinate (da Lawrence Stone a Braudel, dagli iconologi del Warburg Institute ai diversi studiosi degli immaginari, francesi e americani). La sua è una storia dell’architettura che dialoga con le altre storiografie, facendo di architetture, anche troppo studiate, esempi per aiutare il lettore a capire quante chiavi siano necessarie per non ridurre la narrazione dell’architettura, che Ackerman cura con vera passione, a mera descrizione o a una storia genealogica, ancora tutta interna a riflessioni sulla tipologia, sul carisma, di matrice weberiana o meno o ancor meno sul disegno.

Rileggere quel saggio così intenso credo sarebbe per tutti noi un giusto omaggio, dovuto credo, all’intelligenza storiografica e all’amore per lo spaesamento dello storico nato a San Francisco.

 

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