Ritratti di città. Medellin non dorme sugli allori

by • 7 Ottobre 2016 • Città e Territorio, Mosaico3039

Share
La seconda città della Colombia prosegue la sua politica di rinnovamento che fa dell’architettura uno strumento d’inclusione sociale e non solo d’immagine. Report dal nuovo grande cantiere urbano: la trasformazione della Zona Nord

 

Una reputazione ormai consolidata

Medellin da qualche tempo comincia ad attirare curiosi, viaggiatori, intellettuali provenienti da tutto il mondo grazie ad una trasformazione urbana, tuttora in corso, che si potrebbe paragonare a quella di Barcellona negli anni Ottanta, quando Oriol Bohigas, non solo affermato architetto ma all’epoca anche assessore all’urbanistica, ideò la formula Monumentalizar la periferia. Un principio analogo si riscontra oggi nella politica amministrativa del capoluogo di Antioquia che cerca, con successo, di migliorare l’immagine della città grazie a un sistema di monumenti contemporanei di straordinaria efficacia. Ormai famose le operazioni urbanistiche intraprese dall’ex sindaco Sergio Fajardo, matematico e figlio di uno dei più importanti maestri dell’architettura colombiana moderna. L’obiettivo era rendere Medellin più accogliente e inclusiva. L’architettura è stata il suo strumento di trasformazione: scuole, impianti sportivi, musei, parchi e trasporti hanno mutato la società e condotto gli esclusi a riconoscersi nel cambiamento. Fra i tanti interventi dell’illuminato sindaco i più noti sono la realizzazione di una rete di biblioteche localizzate nei quartieri poveri: esempio per tutte la Biblioteca de España, progettata dal noto architetto di origine italiana Giancarlo Mazzanti, e la costituzione del Polo di sviluppo scientifico, tecnologico e culturale della Zona Nord, che è riuscito a stabilire dialoghi armonici e ricchi di vita sociale fra i vari punti strategici dell’area.

 

L’orto botanico, cuore del polo culturale della Zona Nord

Il nuovo sindaco, il giovane Federico Gutierrez (classe 1974, di formazione ingegnere civile, in carica dal gennaio 2016), sembra interessato a continuare la politica di consolidamento ed espansione dell’area, ove sono in cantiere altri due edifici permeabili ed aperti alla comunità: il Colaboratorio, un sistema di aule-laboratorio totalmente pubbliche; e il MOVA, Centro de innovación del Maestro, uno spazio multifunzionale per la formazione dei docenti.

L’orto botanico, cuore del polo culturale, rappresenta attualmente il sistema di spazi pubblici più interessante della città. È uno dei pochi giardini botanici al mondo veramente democratico: tutti possono entrare, senza pagare e senza interrompere l’incessante dinamismo dei flussi pedonali di una metropoli che sta raggiungendo i cinque milioni di abitanti. Il più “gentile” spazio della città viene utilizzato per manifestazioni, concerti, spettacoli e pic-nic: è un progetto complesso che fonde elementi naturali ed artificiali. Ben collegato con i quartieri adiacenti, offre molteplici possibilità ricreative, didattiche e culturali. All’interno delle aree verdi sono stati realizzati negli ultimi anni vari interventi ben integrati con il mondo naturale: un auditorium, aule didattiche, spazi espositivi, il giardino delle farfalle, quello delle orchidee ed il vivaio.

L’edificio di accesso al giardino, progettato da Ana Elvira Velez e Lorenzo Castro, è uno spazio insolito con un ampio cortile ellittico ed uno specchio d’acqua che ricorda la piscina dei pinguini allo zoo di Londra, realizzata a inizio anni trenta da Berthold Lubetkin. Il colore protagonista – pavimento, muri e copertura – è il giallo ocra, come la sabbia del deserto, scelto per generare un intenso contrasto con le tonalità degli elementi naturali. La fascia perimetrale, sviluppata attorno al patio, è un’area polifunzionale che ospita ristorante, bar e bookshop. L’involucro scherma il caldo sole del pomeriggio grazie a elementi in legno che creano una barriera semitrasparente tra lo spazio pubblico e quello più intimo delle terrazze.

 

Fulcro dell’orto botanico è la grande piazza coperta dell’Orquideorama, progettata dallo studio Plan B con Camilo e Paul Restrepo. Sergio Gómez, uno dei più importanti fotografi della città, che ha fotografato amorevolmente tutti i nuovi progetti colombiani, afferma che si tratta dell’architettura più interessante realizzata nel Paese negli ultimi anni. Secondo alcuni critici non è un vero edificio, secondo altri è il più intelligente: quello che meglio si adatta al clima locale. Non ha pareti. La piazza coperta è occupata da un grande specchio d’acqua, un palco per gli spettacoli e alcuni piccoli moduli per uffici, servizi e caffetteria. Nelle ore del mezzogiorno la piazza non si riscalda, in quanto sembra di stare sotto un enorme albero. Durante le torrenziali piogge equatoriali, è uno dei pochi spazi pubblici della città dove ripararsi godendo della musica del temporale. L’impianto è modulare: tutte le forme, in pianta come in copertura, si sviluppano a partire da un esagono. Il modulo base della copertura è un ombrello gigante che reinterpreta le colonne a fungo delle sede Johnson Wax di Frank Lloyd Wright in Wisconsin: sei pilastri metallici sostengono altrettanti petali artificiali protetti da una pelle di policarbonato e da un controsoffitto in legno che lascia passare la luce ma non i raggi solari diretti.

 

Uscendo dal giardino si è accolti dal Parque de los Deseos, altro simbolo della rinascita della città: un sistema spaziale aperto, progettato dal giovane Felipe Uribe, che mescola funzioni culturali, espositive, commerciali e ricreative. Si tratta di un modello di configurazione dinamica nel quale i percorsi pedonali urbani penetrano all’interno dell’architettura e si lanciano verso le terrazze delle quote superiori, da cui si osserva il quartiere da una prospettiva inedita e si può fruire delle rappresentazioni teatrali, musicali e cinematografiche che nei fine settimana animano la piazza. Il linguaggio ricorda le grafie inclinate della scuola di Diamantina di Oscar Niemeyer e della più recente Stazione dei pompieri di Zaha Hadid nel campus Vitra a Basilea. Il cuore esterno, pavimentato con lastre di pietra ocra, presenta un’inclinazione simile a quella di Piazza del Campo a Siena. Padroni di casa sono le centinaia di bambini che godono dei giochi, delle fontane e dei film proiettati sul grande schermo.

 

Uno dei punti di forza è l’arredo urbano che si moltiplica secondo configurazioni inusuali. “L’urbanistica è un problema di millimetri -scrive Uribe – ed è a partire degli elementi di arredo, e dello spazio publico che li accoglie, che il luogo va orientando le azioni sociali”. Di straordinaria intensità è il coinvolgimento dei flussi urbani all’interno degli edifici e sulle terrazze: il tetto del Planetario si può raggiungere grazie a due rampe che permettono di apprezzare gli ambiti naturali e le dinamiche sociali da una posizione inedita. Lo stesso avviene dalle terrazze della Casa de la Musica (nella foto di copertina di Valerio Stopponi), progettata, come il Planetario, da Uribe: l’ultimo livello, aperto, è uno spazio monomaterico e monocromatico in cui le varie inclinazioni creano un effetto insolito in relazione alle vicine colline.

 

La stessa sensazione d’inclusione urbana si riscontra nell’adiacente Museo Explora, centro interattivo per la divulgazione della scienza e della tecnologia che somiglia più ad un luogo ricreativo aperto che a un consueto museo fatto di spazi protetti. Protagonista del complesso, firmato da Alejandro Echeverri, è una una piazza stretta e lunga, incassata nel suolo, che secondo il critico Carlos Mesa è il vero vestibolo della zona, alla quale si accede attraverso due ampie rampe vive di vegetazione tropicale e di fontane. Due scale metalliche esterne collegano la piazza con una strada pavimentata in pietra, sospesa sopra le chiome degli alberi, da cui osservare la vitalità del quartiere. Dalla strada sospesa si accede ai quattro moduli metallici, rossi, che accolgono le sale museali. La foresta di pilastri grigi che sostiene il sistema dei piani alti reinterpreta quella che Enric Miralles pensò per il campus spagnolo di Vigo. Protagonista della pelle delle sale è un rosso intenso: a simboleggiare l’apporto rivoluzionario di questo luogo strategico per il rinnovamento urbano. La pianta del piano terra è completamente permeabile e ombreggiata; di qui si accede alla zona dell’acquario, ricco di enormi pesci provenienti dal Rio delle Amazzoni, all’auditorium e alle scale mobili che proiettano i flussi pedonali verso le zone commerciali e le sale espositive dei piani alti. Il cortile allungato, più che una piazza è un patio didattico destinato all’apprendimento, grazie alla collocazione di diverse apparecchiature scientifiche che fanno scoprire attraverso il gioco alcune leggi della fisica.

 

Ultimo tassello, in ordine temporale, della riqualificazione urbana della zona è rappresentato dalla sede di Ruta N, un grande centro di ricerca tecnologica, sempre a firma di Echeverri. In pianta è una “C” che costruisce il bordo dell’isolato e definisce un ampio cortile verde, inclinato e aperto verso il cielo e le chiome degli alberi dell’adiacente campus dell’Università di Antioquia. Il trattamento delle facciate varia in modo significativo rispetto all’esposizione e alle caratteristiche dell’intorno. Verso l’esterno la pelle è pesante, chiusa, con lastre prefabbricate rosse, ottimistica reinterpretazione del rosso terreo del laterizio delle comunas, i quartieri autocostruiti delle periferie. Verso il cortile invece domina un sistema di piante rampicanti che occupano il nuovo panorama, proteggono gli spazi dalla radiazione solare diretta e dialogano con le specie naturali che colmano il cuore della piazza. Il piano terra, coperto ma aperto, presenta un sistema di ristoranti affacciati verso il giardino e gli spazi della sala conferenze e della hall a tripla altezza: cerniera transitoria ai luoghi di lavoro più intimi dei piani superiori.

 

Un modello premiato e replicabile

Questi progetti che definiscono il Polo culturale della Zona Nord manifestano del positivo mutamento avvenuto negli ultimi anni in città, a sua volta simbolo della trasformazione di tutta la Colombia. Il Paese, uscito da tempi bui, ha voluto velocemente ricostruirsi al suo interno e proiettare all’esterno un’immagine di progresso e di pace riconquistata.
 L’architettura ne è stata lo strumento proficuo, tant’è che diversi attestati internazionali sono giunti a Medellin, consentendole di vincere lo scorso anno il premio City of de Year quale città più innovatrice a scala planetaria, sopravanzando New York e Tel Aviv.
 Le opere ci trasmettono fondamentali insegnamenti che parlano di progetti urbani integrali in provocatoria relazione con il ricco mondo naturale dei tropici, fondamentali per migliorare la qualità di vita, l’integrazione e lo sviluppo intellettuale dei cittadini. 
Seguendo l’esempio di tali progetti permeabili, è d’importanza strategica che la trasformazione di Medellin continui a essere indirizzata verso la realizzazione di un sistema di spazi ed edifici pubblici ben collegati fra loro attraverso ampie aree verdi e percorsi pedonali e ciclabili. La Zona Nord ne è prova e rappresenta un modello d’integrazione fra turisti, curiosi e cittadini di diversa estrazione. Il nuovo orgoglio degli abitanti dei quartieri più poveri che circondano la zona dovrà continuare ad essere stimolo al dialogo con gli altri e allo sviluppo di una mentalità più aperta, colta e rispettosa delle differenze.

 

 

(Visited 910 times, 1 visits today)

Pin It

Comments are closed.