Wake up al Salon Suisse

by • 25 Maggio 2016 • Biennale di Venezia, Interviste1305

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Con la performance teatrale «L’enfer du béton armé» di Hassan Fathy si apre «Salon Suisse», evento collaterale della Biennale. La curatrice Leila el-Wakil ci svela il programma di «Wake up! A path towards better architecture», collegandosi al tema scelto da Alejandro Aravena

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Architetta e storica dell’arte, docente associata all’Università di Ginevra, Leila el-Wakil è stata nominata da ProHelvetia, fondazione svizzera per la cultura, curatrice di «Salon Suisse» per la 15° edizione della Biennale. Piattaforma di discussione aperta agli specialisti così come a tutti gli appassionati d’architettura e d’arte, «Salon Suisse» , con sede dal 2012 a Palazzo Trevisan degli Ulivi (opening giovedì 26 maggio, ore 18,30), è insieme un luogo e un’occasione per discutere d’architettura e arte contemporanea prendendo spunto dal tema «Reporting from the front» scelto da Alejandro Aravena. Un tema di grande impegno politico e sociale, di assoluta attualità, che pone l’architettura davanti ai propri doveri e ad una realtà ben lontana da quella rappresentata sulle riviste patinate.

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A questo proposito, che cosa pensa del titolo scelto per questa Biennale?

Si tratta di un soggetto fondamentale del quale colpisce la capacità di descrivere e rappresentare la condizione odierna. Il modo in cui Aravena ha formulato il problema è interessante, giusto, intenso. Ne adoro la forza evocatrice e la sua capacità di mettere l’intera professione davanti alle proprie responsabilità, perché l’architettura riacquisti un ruolo determinante nel condizionamento dell’esistenza dell’umanità. In un occidente autodefinitosi civile e avanzato, noi tutti beneficiamo di uno stile di vita opulento del quale non siamo più nemmeno in grado di avvertire l’anomalia rispetto alle condizioni di vita di altri paesi. In questo contesto, ciò che è realmente scioccante è il costo esorbitante dei nostri edifici rispetto alla loro durata di vita e alle prestazioni ambientali, soprattutto se messe a confronto con le costruzioni storiche e tradizionali. Senza considerare l’armonizzazione e l’integrazione con il contesto storico, urbano e paesaggistico. Si tratta ad ogni modo di una questione non solo energetica e/o economica ma soprattutto morale ed etica. Non possiamo pensare di continuare a costruire con budget colossali quando una parte del mondo non dispone di un tetto. Penso sia una questione per la quale vale la pena lottare ed è venuto ormai il momento di agire. Si tratta d’altronde di temi già noti, teorizzati negli anni ‘20 e ‘30, e ancora negli anni ‘70. Ad oggi, sono ancora troppo rari i professionisti che hanno osato contraddire l’establishment architettonico e finanziario dominante. L’impegno di Aravena in questa Biennale indica una svolta già evidente nei paesi emergenti e tra i giovani architetti. Siamo in un momento chiave del cambiamento.

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Dalla Sua riflessione si evince un’immagine dell’architettura che ha rinunciato al rapporto con il tempo in nome dei principi capitalistici. Possiamo dire che l’architettura ha perso la sua prospettiva atemporale e la sua ambizione d’eternità?

Sì, assolutamente, e trovo che sia molto grave. Oggi non siamo così lontani dal poter accostare l’architettura ad un qualsiasi bene di consumo. Per rispondere al pressante ed incostante bisogno immobiliare del mercato, l’architettura dovrebbe trovarsi davanti la seguente alternativa: fare appello ai principi della sostenibilità e durata nel solco della migliore tradizione architettonica del passato, od orientarsi verso una reversibilità del costruito e propendere per architetture effimere e temporanee. Si tratta ovviamente di due dimensioni differenti che comportano delle assunzioni di responsabilità. Certo è che l’irresponsabilità che genera edifici costosissimi e allo stesso tempo volatili non è più sostenibile. Credo che sia necessario rimettere in questione la concezione di edifici fuori scala e monumentali. Questa corsa all’ostentazione, alla ricerca del nuovo come per reiterare le meraviglie del mondo, contraddice tutta la ricerca nel campo dell’ecologia applicata ai materiali e della sostenibilità ambientale che continuiamo a promuovere nelle parole ma non nei fatti.

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Qual è il programma di «Salon Suisse» e il legame con il Padiglione elvetico curato da Christian Kerez?

Tra il padiglione e il Salon non esiste una correlazione immediata, anche se Kerez ha avuto modo di lavorare alla riqualificazione delle favelas di Caracas. In questo senso il suo lavoro è molto vicino a quello di Aravena in Cile. Il titolo del Salon, «Wake up! A path towards better architecture», è in stretta relazione con il tema della Biennale, un tema che mi riguarda tanto dal punto di vista personale che accademico. È l’ultima occasione per destarsi, reagire e ridare all’architettura il suo valore e la propria coscienza etica. Il programma del Salon si compone di cinque appuntamenti durante i quali si alterneranno protagonisti della scena nazionale ed internazionale, impegnati sulle tecnologie, la riscoperta del potenziale della tradizione, le soluzioni economiche e l’architettura per tutti.

Ad “aprire le danze”, il 26 maggio, è l’opera teatrale inedita dell’architetto egiziano Hassan Fathy (1900-1989), messa in scena dall’atelier Emmet dell’Università di Ginevra. S’intitola «L’enfer du béton armé» e illustra un dialogo tra i due protagonisti che dibattono delle rispettive qualità dell’architettura moderna e tradizionale. Ad introdurre l’apertura del Salon, i tre invitati Anna Heringer, Martin Rauch e Simon Vélez.

Il 28 maggio, il Liechtenstein organizzerà un dibattito sull’educazione architettonica «The New Schools of Thought».

A giugno (dal 16 al 18) «Let’s discover» proporrà una riflessione sull’ispirazione dei materiali e metodi costruttivi tradizionali e il loro impiego nella costruzione contemporanea. Lo studio ginevrino Terrabloc, Bill Bouldin e l’irachena Salma Samar Damluji confronteranno le proprie esperienze sulla costruzione in terra cruda e pietra tra Ginevra e Gaza passando per lo Yemen. Il tema dell’abitato d’urgenza e per i rifugiati sarà illustrato da Manuel Herz e dal cineasta Dominique Fleury.

A settembre (dall’8 al 10) «Let’s build» metterà in primo piano l’autocostruzione con Daniel Grataloup, architetto e scultore franco-svizzero, Ahmad Hamid, architetto e designer egiziano, e Mariana Correia, architetta portoghese coinvolta nella protezione del patrimonio a livello internazionale. Come ridare importanza ai processi partecipativi e autonomi nella storia occidentale e globale?

A ottobre (dal 20 al 22) «Let’s dig» permetterà di approfondire il tema dell’architettura semi-interrata e troglodita con degli esempi antichi e moderni e d’interrogarsi in merito al futuro. L’architetto svizzero Peter Vetsch, l’irachena Mahnaz Ashrafi e il sacerdote copto Maximous El-Antony presenteranno alcune realizzazioni residenziali e culturali di diversi orizzonti.

A novembre (dal 24 al 26) «Let’s reduce» indagherà le possibilità del piccolo e grande budget in architettura. Lo studio LVPH di Paul Hambert a Friburgo al fianco di David Adjaye illustrerà queste nuove forme di minimalismo. Una sintesi artistica proposta dall’AJAR (Association des jeunes auteurs romands) concluderà l’intero «Salon Suisse» 2016.

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Il Suo approccio al soggetto proposto da questa edizione è uno straordinario messaggio d’impegno e speranza. Tuttavia tratta di una nuova moda o di una sincera ondata riformatrice? Pensa davvero che ci troviamo davanti ad un cambiamento di paradigma?

Assolutamente. Ci troviamo davanti ad una svolta. La scelta è d’intraprendere un percorso moralmente impegnato e socialmente responsabile o di lasciar sparire la professione nei meandri di una «finanziarizzazione» del mondo. Penso che i giovani siano molto più informati e coscienti del problema di quanto non lo fosse la mia generazione. Molti aspirano ad un mondo migliore e più giusto. Si preoccupano più frequentemente e più sinceramente dei problemi etici, sociali e ambientali. Credo che una nuova generazione ed una nuova classe di professionisti sia stata formata e che stia già operando il cambiamento. Un processo di cambiamento globale è iniziato.

LEGGI L’INTERVISTA IN LINGUA ORIGINALE

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Per_approfondire

Chi è Leila el-Wakil

Leila EL-WAKILNata al Cairo, architetta e storica dell’arte, consegue il titolo di dottore di ricerca in Storia dell’Arte nel 1986. Nel 2012 riceve il premio Best Teaching Award. Dal 2013 è docente associata nell’Unità di storia dell’arte della Facoltà di Lettere dell’Università di Ginevra. Ha sempre sviluppato un approccio globale alla storia dell’architettura, orientando le sue ricerche in parallelo sull’architettura e sulle arti applicate del periodo moderno e contemporaneo in Svizzera, Europa e in Medio Oriente. Dal 2010 è contemporaneamente coinvolta nel Master avanzato in Museologia delle belle arti e nella conservazione del patrimonio del Triangolo azzurro (Losanna, Neuchâtel e Ginevra).

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