New York, il Guggenheim sempre sulla breccia

by • 18 Marzo 2016 • Patrimonio2443

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Due iniziative appena lanciate confermano la popolarità del museo progettato da Frank Lloyd Wright. Eppure, quando venne costruito, i consensi non furono unanimi, come ricordato da un libro di Gabriele Neri

 

Sembra essere senza sosta la fortuna mediatica del Guggenheim di New York progettato da Frank Lloyd Wright sulla Fifth Avenue, davanti a Central Park e inaugurato nel 1959. Sono due le iniziative appena lanciate per far conoscere ancora di più la sua architettura al grande pubblico. Dopo aver pubblicato l’anno scorso la guida interattiva all’edificio, quest’anno è la volta di farlo scoprire ai bambini dai 7 ai 12 anni da diversi punti di vista, aiutandoli ad individuare luoghi particolari e caratteristiche architettoniche, tra cui il centro esatto della rotonda, una scala a forma di un pallone da calcio o la sala di lettura Aye Simon, nascosta dietro il suo distintivo ingresso a forma di buco della serratura. Ma questa non è la sola novità dedicata a scoprire il travagliato progetto di Wright; dall’inizio dell’anno, infatti, il museo può essere visitato stando comodamene in poltrona grazie a Google Street View come parte del Google Art Project.

Pensare che quando fu inaugurato, il Guggenheim fu accolto tutt’altro che bene! Lo dimostrano le vignette satiriche che comparvero sui giornali dell’epoca, recentemente riscoperte da Gabriele Neri nel suo libro Caricature architettoniche. Satira e critica del progetto moderno (Quodlibet, Macerata 2015), di cui riportiamo un passaggio.

 

Scandalo sulla Quinta Strada

Il museo fu pensato come un organismo volutamente estraneo rispetto ai principi urbanistici e architettonici di Manhattan, invisi all’architetto americano. La forma dell’edificio, paragonata a uno ziggurat capovolto, così come il materiale impiegato (cemento armato), erano tanto lontani dalla dominante logica dei blocks della città, occupati perlopiù da scheletri ortogonali di acciaio rivestiti con pietra o altri materiali, che esso divenne presto – molto prima della sua apertura – un argomento di pubblico dominio. Giornalisti, critici e semplici cittadini si sbizzarrirono per trovare il nickname più adeguato: “un piatto di fiocchi d’avena capovolto”, “una lavatrice”, “un lavatoio”, “un grande, bianco congelatore per gelati”, un “orribile avocadoburger hollywoodiano”, ecc. In un noto articolo pubblicato sul «New Yorker», Lewis Mumford lo associò a “un gigantesco portapillole”, mentre comuni erano commenti come il seguente, tratto dal «New York Mirror»: “Il museo è una delle mostruosità più raggianti di Frank Lloyd Wright […] All’esterno sembra una palla di fango […] Questa specie di alveare non è adatto a nessun luogo di New York […] Beh, eccolo, un edificio che dovrebbe essere messo in un museo per mostrare quanto è folle il ventesimo secolo”.

La distanza dalla “normale” prassi costruttiva locale, unita alla complessità della struttura e all’originalità dell’impianto distributivo, crearono inoltre problemi che andavano al di là dell’aspetto formale. Per Wright infatti fu molto difficile ottenere il benestare delle autorità competenti, dal momento che l’edificio violava in svariati punti la normativa del regolamento edilizio locale. Data la visibilità della figura dell’architetto, famoso e celebrato in tutto il mondo – è del 1943 il romanzo The Fountainhead di Ayn Rand, poi trasformato in un celebre film, in cui il protagonista è volutamente ispirato a Wright – anche simili faccende divennero oggetto di cronache, articoli e commenti vari: alla fine del luglio 1953, ad esempio, la “battaglia” di Wright contro il Board of Standards and Appeals di New York, organo preposto al controllo in materia di edilizia, fu riportata dai quotidiani dell’intero Paese con commenti positivi e negativi. Allargando lo sguardo, si possono poi ricordare le critiche mosse da Aline Louchheim nei confronti della Fondazione Guggenheim, accusata di essere «un luogo esoterico e occulto dove si usa un linguaggio mistico»: tale pregiudizio, circolante negli ambienti newyorkesi ostili al programma culturale ordito da Solomon e da Hilla Rebay, andava a toccare l’opera di Wright, in quanto sembrava trovare un’espressione tangibile proprio in quelle forme architettoniche. Il titolo del «New York Times» del 25 ottobre 1959, pochi giorni dopo l’inaugurazione, sintetizzava tutti questi argomenti usando un ricorrente gioco di parole, ispiratore anche di alcune vignette satiriche: “That Museum: Wright or Wrong?” Il sottotitolo aggiungeva: “È un museo, o un monumento a Mr. Wright?“.

La vignetta di Randall Enos, «Wrong Wright», nella copertina del libro di Gabriele Neri

Non stupisce quindi che il carattere controverso del Guggenheim, le cui “ambiguità” (non solo architettoniche) venivano discusse quotidianamente sui giornali, abbia stimolato la matita dei cartoonists, a cominciare da quelli del «New Yorker». L’originalità dell’edificio provoca ad esempio la domanda di un automobilista, che passando davanti al museo – già terminato ma non ancora inaugurato – chiede all’amico: «Possono fare una roba del genere sulla Quinta Strada?» Tuttavia il principale motivo di critica, e dunque anche l’oggetto preferito di satira e di scherno, non fu l’aspetto esteriore dell’edificio ma l’interno; in particolare la celebre rampa a spirale che costituisce il fulcro dell’edificio e lungo la quale avviene la contemplazione delle opere. Nella serie di cartoons che il «New Yorker» dedica all’inaugurazione del museo sono molte le vignette in cui si fa la parodia dell’esperienza estetica riservata ai visitatori, obbligati a salire in cima per poi scendere avvitandosi lungo il percorso espositivo accusando alla fine malesseri vari e problemi di equilibrio. In una stanza, tutti i presenti stanno conversando in maniera alquanto strana: non in posizione eretta ma piegati secondo un angolo corrispondente a quello dell’inclinazione della rampa del Guggenheim. Ciò provoca dei dubbi a un signore che confessa: «Sono d’accordo, è un monumento al genio di Frank Lloyd Wright, ma come museo…»

Nella vignetta di Dana Fradon del gennaio 1960 si vede invece un pittore nel suo atelier mentre dipinge stando in piedi su una pedana obliqua, simile a un breve tratto della rampa wrightiana. «Credo che abbia in testa il Guggenheim», commenta una signora. Anche in questo caso dietro alla battuta si possono trovare argomenti più complessi. Sul «New York Times», quotidiano che più volte ospiterà la voce del dissenso nei confronti del nuovo museo, nel 1956 era stata pubblicata una lettera – indirizzata all’allora direttore del Guggenheim James Johnson Sweeney – firmata da un gruppo di 21 artisti (tra cui Robert Motherwell e Wilem de Kooning) in cui si sollevava pubblicamente il tema del rapporto tra arte e architettura. Con riferimento all’idea di Wright di utilizzare pareti espositive inclinate e un’illuminazione naturale, gli artisti si lamentavano del “cinico disprezzo per la fondamentale cornice rettilinea di riferimento indispensabile per un’adeguata contemplazione visiva dell’opera d’arte”. Su questo tema si può citare ancora il commento di John Canaday, critico d’arte del «New York Times», che avrebbe definito il Guggenheim come “una guerra tra architettura e pittura, dalla quale entrambe escono seriamente menomate”. Uno dei commenti più crudeli fu però quello di William Lescaze, architetto del famoso Savings Fund Society Building di Philadelphia: “Frank Lloyd Wright si è battuto per realizzare un museo-cattedrale in cemento (non solo per l’edificio principale, ma anche per il piccolo edificio amministrativo nel quale di certo nulla può essere veramente amministrato) con un tirannico disprezzo verso le opere d’arte da mettere in mostra, verso gli esseri umani che andranno a vederle, verso chi mangerà nella caffetteria, e verso chi avrà l’incarico di dirigere il museo”.

Il Guggenheim non fu l’unico museo newyorkese a stimolare la creazione di vignette satiriche. A pochi anni di distanza, si scherzerà sul nuovo Whitney Museum disegnato da Marcel Breuer: “Perché qualcuno non progetta un museo che non debba essere spiegato?“, chiede una signora all’amica dopo aver fatto un tour dell’edificio, svelando una distanza non indifferente tra la visione del pubblico e quella di architetti e curatori.

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