Torino ritrova due fiori all’occhiello: Galleria Sabauda e Museo Egizio

by • 10 Aprile 2015 • Progetti3337

Share

TORINO. I destini dell’Egizio e della Sabauda restano, in qualche misura, intrecciati. Di là dalle pur notevoli differenze, le due eccellenze museali sabaude prima conviventi una sopra l’altro si sono separate; con l’Egizio a “spodestare” la Sabauda, conservandone tuttavia alcune tracce. Entrambi si sono così ampliati, inaugurando a pochi mesi di distanza (con cantieri non completamente terminati), occupando quasi interamente edifici vincolati di particolare valenza urbana, dove il restauro ha prevalso sull’architettura d’interni (secondo l’aureo principio che, in casi consimili, il miglior intervento è quello che meno si percepisce), e dove allestimento e museografia la fanno da padroni.

Un “faraonico” Collegio
Dall’1 aprile l’Egizio presenta il percorso completo. Sì, perchè va ricordato che il museo non ha mai chiuso, consentendo al pubblico la visita a cantiere in corso, con restauri, ristrutturazioni e interventi strutturali e di consolidamento di non poco conto. E già questo è un primato. Ancor più pensando al manufatto, nel cuore della città barocca: il Collegio dei Nobili, diretto dai gesuiti e costruito nel 1679-90 su direzione dell’ingegnere Michelangelo Garove (che si rifà a progetti di Guarino Guarini; ma più probabilmente si deve al sacerdote gesuita Carlo Maurizio Vota); dal 1787 sede della Reale Accademia delle Scienze (che continua a occuparne una parte) e poi anche sede (con adattamenti firmati dall’architetto Giuseppe Maria Talucchi) della collezione di antichità egizie (5.268 pezzi riuniti dal torinese Bernardino Drovetti, Console di Francia in Egitto al seguito delle campagne napoleoniche), acquistata nel 1824 dal re di Sardegna Carlo Felice di Savoia e aperta al pubblico nel 1831.
Il progetto – del gruppo vincitore della gara internazionale bandita nel 2007, guidato da Isolarchitetti con Dante Ferretti (scenografie), Paolo Marconi (scomparso nel 2013), Giancarlo Battista e Gabriella De Monte (restauro), ICIS (progetto, direzione lavori, strutture e sicurezza), Proeco e Itaca (impianti) – ha avuto il merito di ripensare radicalmente la distribuzione, “srotolando”, nel senso quasi letterale del termine, un percorso che si sviluppa su 2 km e circa 10.000 mq consentendo al visitatore di non dover tornare sui propri passi.
Oltrepassato l’androne che in precedenza ospitava la biglietteria, si attraversa il cortile, scavato e poi ripavimentato in ossequio ai dettami della Soprintendenza. Qui è davvero eccessivo l’understatement sabaudo per le sedute sagomate in pietra di Luserna che bordano i due grandi lucernari, possibili segni forti e invece anodine quanto piatte superfici vetrate specchianti (il progetto iniziale li concepiva invece come prismi che caratterizzavano la hall sottostante). All’esterno, la “mano” della presenza contemporanea è dunque affidata al roof garden con caffetteria, che occhieggia sulla copertura dell’ottocentesca manica Schiapparelli ma che è ancora in cantiere (d’altronde, l’apertura è stata anticipata rispetto al cronoprogramma). Proprio nella manica retrostante il cortile si apre l’ingresso, che subito conduce all’atrio con biglietteria, bookshop e servizi ricavati sotto il cortile: un ambiente con plafond e rivestimenti traslucidi che sfuma i contorni e rimanda idealmente allo statuario – ora Galleria dei re – già riallestito da Ferretti nel 2006: più scenografia che non architettura d’interni, con atmosfere vintage da disco lounge fine anni ottanta. Più interessante, invece, sul lato della manica principale secentesca, la scelta d’aver lasciato in vista le murature basamentali, per una sorta di archeologia del moderno (nell’accezione storiografica del termine), che si fa archeologia del presente quando, al secondo piano, si può apprezzare l’intervento di Piero Sanpaolesi – anni cinquanta – per i locali allora occupati dalla Galleria Sabauda. Ancora nell’interrato, la visita comincia con l’opportuna e riuscita presentazione della storia della collezione (allestimento di Migliore+Servetto Architects). Da qui, 5 rampe di scale mobili conducono in cima, al secondo piano. Lo stretto e alto cavedio che ospita l’intervento, tanto prosaico quanto necessario, è “ingentilito” dal “Grande Nilo”: installazione a tutt’altezza di Ferretti, esplicito omaggio ad Alberto Burri coi suoi teli di juta.
Si entra nelle sale vere e proprie, sempre oscurate, illuminate di luce soffusa e climatizzate per ragioni di conservazione, dall’atmosfera accogliente e ovattata, complici anche i restauri integrativi e “stilistici” di scuola marconiana, che infatti passano inosservati. Non passa invece inosservata la doppia galleria-ballatoio a sbalzo in struttura d’acciaio appesa che ospiterà mostre temporanee e alcuni reperti provenienti dai depositi: unica concessione architettonica alla trasformazione, insieme alla reinterpretazione spaziale e ambientale della tomba di Iti e Neferu (Migliore+Servetto); in attesa di vedere che sarà del recupero del piano sottotetto, sempre da destinare alle esposizioni temporanee ma al momento in stand by per mancanza di fondi.
E proprio il paradigma archeologico dettato dall’impostazione museologica del giovane neodirettore Christian Greco ha orientato molte scelte allestitive: nel contestualizzare geograficamente i reperti così come nel ricostruire filologicamente le condizioni di ritrovamento; come per la teca più grande – 4,6 x 4 m – che riproduce le dimensioni di una tomba permettendo l’esatta disposizione degli arredi. Una filologia che richiama la direzione museale dell’egittologo Ernesto Schiaparelli il quale, a cavallo tra Otto e Novecento, ricostruì in scala, attraverso un modello ligneo dipinto, la tomba di Nefertari da lui scoperta. Tale allestimento storico, comprensivo delle vetrine originarie, è l’unico a essere stato mantenuto nel “transetto” a metà della Galleria dei sarcofagi: una testimonianza della stratificazione museografica.
E se la risalita del percorso è stata meccanica quanto piuttosto angusta, la discesa, connettivo tra i piani, è invece a piedi e aulica, in quanto sfrutta il monumentale scalone ottocentesco realizzato dall’ingegner Alessandro Mazzucchetti, che porta a conclusione della visita nell’esaltante black box ferrettiano della Galleria dei re.
Un cenno non secondario meritano infine i ben 70 armadi e 103 teche, magistralmente realizzati da Goppion (per 99.120 kg di carpenteria e 2.190 mq di vetro), su disegno di Isolarchitetti: davvero notevoli perchè… tendenti a scomparire; essenziali involucri vetrati quasi privi di connettivi metallici, al fine di frapporre la più minima membrana tra oggetti e fruitori.
Insomma, sebbene gli spazi siano più che raddoppiati e i reperti esposti circa 6.500 (a fronte dei 26.000 rimasti nei depositi), la sensazione è che, anche senza il supporto della multimedialità, fortunatamente presente in dosi contenute e in maniera discreta, la visita scorra piacevolmente, senza ingenerare sensi di soffocamento o “ansie da prestazione” nel visitatore (che magari ancora ricorda come ben più “incombente” l’esperienza del precedente percorso, sebbene assai più breve).
L’intervento, costato 50 milioni, è stato condotto da un’apposita Fondazione (composta da MIBACT, Comune, Provincia, Regione, Compagnia di San Paolo e Fondazione CRT), primo caso di collaborazione pubblico-privata per un museo statale.
www.museoegizio.it

La nuova Sabauda, o dell’accrochage
Lo stesso Collegio dei Nobili, dal 1865 al 2012 ha ospitato, al secondo e terzo piano, la quadreria di casa Savoia. Tra le principali pinacoteche italiane, istituita da Carlo Alberto nel 1832, la Galleria Sabauda ha traslocato nella Manica nuova di Palazzo Reale dove, dal 4 dicembre 2014, è stata riaperta al pubblico dopo un intervento di ristrutturazione e allestimento museale (4 piani per circa 8.000 mq di superfici espositive) costato complessivamente intorno ai 18 milioni.
L’edificio, piuttosto elegante negli esterni neomanieristi quanto anonimo negli interni, progettato dall’architetto di corte Emilio Stramucci nell’ultimo decennio dell’Ottocento e terminato nel 1903, ha in precedenza ospitato gli uffici della Real Casa insieme ad appartamenti di servizio e, in seguito, vari uffici pubblici.
Il progetto, firmato da un’associazione temporanea d’imprese guidata da Studio Albini e vincitrice nel 2006 di una gara internazionale di progettazione su curriculum con annessa proposta metodologica, ha puntato a ottimizzare la fruizione degli ambienti posti in monotona sequenza su uno spessore di manica doppia, riaprendo in ogni sala tutti i varchi previsti dal progetto originario e tamponati nel corso degli anni. Si è così ottenuta una grande permeabilità delle sale, spunto per allestimenti flessibili. Una soluzione che in parte ovvia al vincolo dei corridoi centrali di distribuzione – i quali obbligano il visitatore a continui andirivieni -, predisposti a ogni piano con pannelli didascalici recanti brevi descrizioni dei principali pittori presenti, tratte dalla storiografia artistica: una sorta di galleria – letteraria – all’interno della galleria di quadri. Il valore museografico aggiunto è stato giocato sul tema dell’accrochage, ovvero sulle raffinate tecnologie a supporto dell’allestimento, con l’inserimento a soffitto di binari per lo scorrimento di pannelli sospesi da terra a cui fissare i quadri (mentre polittici e pale d’altare poggiano su basamenti al suolo). Di qui la possibilità di una quasi infinita configurazione degli spazi, separando o connettendo le sale a seconda della scelta di “ostruire” o meno i varchi, ma anche compartimentando le sale stesse per mezzo dei soli tramezzi mobili costituiti dai pannelli scorrevoli, all’occorrenza rimovibili. Elegante anche la soluzione inerente le didascalie, risolte con bande tessili – analoghe alle schermature delle finestre – a mo’ di lunghe strisce a tendina, pendenti dai medesimi binari. Sofisticata la soluzione illuminotecnica: integrati da una luce diffusa orientata verso l’alto, faretti led dotati di filtro sagomatore tarato sulla superficie dei singoli quadri ne esaltano l’effetto plastico di distacco dal supporto.
Ancor più che nel caso dell’Egizio, i segni del contemporaneo sono episodici e confinati. Da un lato, un grande ambiente a tutt’altezza – unico vano per il quale la Soprintendenza abbia concesso la demolizione dei solai a ogni piano – ospita la batteria ascensori con ballatoi di collegamento; tuttavia, la carpenteria metallica non è all’altezza né delle tecnologie allestitive, né tanto meno della reputazione che accompagna i nomi dei suoi artefici, da Rick Mather a Open Building Research. (In più, ancora alla data odierna, l’impianto non è in funzione nè collaudato per via di un contenzioso con l’impresa esecutrice dei lavori!). L’altra epifania architettonica si riscontra invece nell’apertura di un lucernario nel sottotetto: sono qui ospitati, da un lato, in un candido spazio mansardato inondato di luce ma al contempo raccolto, la collezione dell’industriale Riccardo Gualino e, al capo opposto, un piccolo spazio per convegni e la sala per il restauro delle opere, separata dagli sguardi indiscreti del pubblico soltanto da un vetro.
Così come in alto sorprende la vista del cielo (che potrebbe allargarsi alla contemplazione dell’area archeologica delle Porte palatine e del confinante Duomo con campanile se si adibisse l’attigua terrazza a servizio ristoro, come previsto dal progetto ma rimasto sulla carta), verso il basso è vieppiù fonte di stupore il passaggio dal chiarore del vano scala monumentale all’affascinante penombra ipogea del piano sotterraneo dell’edificio, in laterizi a vista, che ospita una parte del Museo archeologico.
Un collegamento quanto mai opportuno, a materializzare l’appartenenza dei due musei al Polo Reale di Torino: 55.000 mq che riuniscono, oltre a questi, il Palazzo Reale, l’Armeria e la Biblioteca reali, il Palazzo Chiablese. E altrettanto opportuno sarebbe rendere agibile il collegamento interno, sopraelevato ed esistente, della Sabauda col Palazzo Reale; soprattutto dal momento che il biglietto è unico e altrettanto unica la biglietteria – a Palazzo Reale -, che costringe i visitatori sprovvisti a disdicevoli dietrofront con allungamenti dei tempi morti di oltre un quarto d’ora. Perchè una gestione a dir poco dilettantesca può inficiare anche i migliori progetti di valorizzazione culturale.
www.galleriasabauda.beniculturali.it
www.poloreale.beniculturali.it

Museo Egizio: crediti di progetto
ARCHITETTURA E COORDINAMENTO GENERALE
capogruppo Isolarchitetti (Aimaro e Saverio Isola, Flavio Bruna, Michele Battaggia, Andrea Bondonio, Stefano Peyretti), con ICIS (C. Turvani, G. Donna, A. Faletti, L. Luciani, M. Luciani, D. Russo, M. Valente)

RESTAURO
Giancarlo Battista, Marco Grimaldi, Paolo Marconi, Maria Gabriella De Monte

VETRINE E TECNOLOGIE ESPOSITIVE
Isolarchitetti

ALLESTIMENTI SCENOGRAFICI
Dante Ferretti, Isolarchitetti

STRUTTURE, GEOTECNICA E SOTTOSERVIZI
ICIS

IMPIANTI
PROECO, ITACA

DIREZIONE LAVORI
arch. Cosimo Turvani (ICIS) con ing. Fabio Maglione e geom. Marco Figazzolo (ICIS)
Esecuzione vetrine
arch. Stefano Peyretti (Isolarchitetti)
Coordinatore sicurezza
arch. Vittorio La Rotella (ICIS)
Direttore operativo edilizia-architettura
arch. Flavio Bruna (Isolarchitetti)
Direttore artistico
arch. Saverio Isola (Isolarchitetti)
Direttore operativo restauro architettonico
arch. Giancarlo Battista, arch Marco Grimaldi
Direttore operativo restauro artistico
dott.sa Maria Gabriella De Monte
Direttore operativo strutture
ing. Giuseppe Donna (ICIS)
Direttore operativo restauro impianti fluido-meccanici
ing. Giuseppe Bonfante con p.i. Franco Pautasso (PROECO)
Direttore operativo restauro impianti elettrici e speciali
ing. Roberto Bellucci Sessa (ITACA) con ing. Stefano Quintano (ITACA) e ing. Paolo Ronco (STIEL)
Direttore operativo contabilità
arch. Giancarlo Battista con arch. Carla Ceraldi

Galleria Sabauda: crediti di progetto
PROGETTAZIONE ARCHITETTONICA E COORDINAMENTO
capogruppo Studio Albini Associati (Marco e Francesco Albini), con Rick Mather Architects, Vittorio Grassi Architetto, OBR Open Building Research

PROGETTO MUSEOGRAFICO
Studio Albini Associati

PROGETTAZIONE STRUTTURALE, CONSOLIDAMENTO E SICUREZZA
D’Appolonia

PROGETTAZIONE STRUTTURALE E DOCUMENTI TECNICO-ECONOMICI
FM Ingegneria

PROGETTAZIONE IMPIANTI
Manens-Tifs

PROGRAMMAZIONE MUSEALE
Aubry & Guiguet Programmation

CONSULENTI  
Carlo Bertelli (analisi storico-filologiche)
Società Rava & C. (progetto restauro apparati decorativi)
Noorda Design (progetto grafico e comunicazione visiva)
Castagna Ravelli Studio (progetto di illuminazione)
Onleco (acustica) 
Studio Lo Cigno, ing. Giuseppe Amaro (antincendio)
Paolo Bombelli, Anna Maria Palladino (supporto operativo locale)

DIREZIONE LAVORI
arch. Marco Albini
Direzione operativa opere civili
arch. Vittorio Grassi (RMA), arch. Paolo Brescia (OBR)
Direttore operativo consolidamento strutturale
ing. Fabrizio Tavaroli (D’Appolonia)

Direttore operativo uuove strutture:
ing. Alessandro Bonaventura (FM Ingegneria)
Direttore operativo impianti meccanici e elettrici:
ing. Paolo Sette (Manens-Tifs)

(Visited 690 times, 1 visits today)

Tag


Pin It

Comments are closed.