Milano, debutta il Mudec (disconosciuto da Chipperfield)

by • 1 Aprile 2015 • Progetti3010

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MILANO. Finalmente, dal 27 marzo anche il capoluogo lombardo ha il suo museo delle culture, destinato a far conoscere il patrimonio di mondi lontani e, in questo caso, quello etno-antropologico delle collezioni comunali, composto da oltre 7.000 opere d’arte, oggetti d’uso, tessuti e strumenti musicali provenienti da tutti i continenti, frutto di oltre 200 anni di donazioni da parte di missionari, studiosi e collezionisti milanesi, da scoprire sia nel futuro allestimento permanente che nei depositi visitabili, aperti al pubblico su appuntamento.
Quello del Mudec è un progetto con radici lontane, risalenti al 1990, quando il Comune acquista il comparto delle ex officine meccaniche Ansaldo in via Tortona per destinarla ad attività culturali con un’operazione di recupero di archeologia industriale. Il concorso per il polo «Città delle Culture» è vinto nel 2000 da David Chipperfield, che affida al museo il ruolo di punto focale, proponendo una struttura rivestita di zinco in cui giocano un ruolo importante i diaframmi trasparenti e la struttura in cristallo che irrompe nell’edificio generando una sinuosa corte interna illuminata dall’alto. Progetto al quale oggi, tuttavia, l’architetto britannico non vuole associare il proprio nome perché in disaccordo con alcune scelte della direzione lavori condotta dal Comune (cfr: Chipperfield alla «guerra del pavimento»: Milano non associ il mio nome al Mudec, Il Giornale dell’Architettura, 22 marzo 2015). Se la qualità di un’architettura, e più in generale di un’opera d’arte, è soprattutto l’incanto suscitato dalla finezza di tutti i dettagli e dalla loro riuscita composizione in un insieme, … beh, in questo caso al Mudec manca qualcosa, e non ci si può che allineare alle perplessità espresse dall’architetto britannico. Il disinteresse per l’impatto visivo della pavimentazione è percepibile sin dal cortile d’ingresso, dove la riuscita «invasione» del nuovo progetto è un po’ vanificata dalla sciatteria della base su cui appoggia.
Entrando, in linea con il sobrio spirito del luogo, gli spazi del piano terra non stupiscono con effetti speciali e non confondono. I contenuti sono chiari nella loro organizzazione: a sinistra il Mudec bistrot; a destra il Mudec Design store (entrambi separati dal cortile da semplici diaframmi vetrati), il guardaroba e l’accesso alla restrostante area degli uffici e dei depositi; al centro il richiamo forte della scala principale, che indica il percorso per passare dall’atrio d’ingresso verso la luce che inonda il primo piano.
Dalle scale si approda così nello spazio rarefatto della piazza coperta al piano superiore, dove si trovano anche il triste auditorium e gli spazi espositivi, che vivono di vita propria con gli allestimenti. Molto suggestivo quello proposto da Peter Bottazzi per «Africa. La Terra degli Spiriti» (fino al 30 agosto), che con oltre 200 magnifiche opere tra maschere, amuleti e oggetti di vita quotidiana crea un percorso a cura di Ezio Bassani, Lorenz Homberger, Gigi Pezzoli e Claudia Zevi, finalizzato a spiegarne il valore, la simbologia e l’importanza nella vita quotidiana dell’Africa nera. Un allestimento in cui il visitatore è letteralmente catturato dall’inizio, nella penombra della prima stanza, dove emergono le potenti presenze delle maschere isolate in teche cilindriche di vetro illuminate dall’alto. Tra sonorità di sottofondo che richiamano ambienti lontani ma atavicamente vicini, le maschere sembrano parlare come se avessero mantenuto intatti i loro poteri.
Mostra di ricerca, frutto del lavoro di un comitato scientifico di tutto rispetto, «Mondi a Milano» (fino al 19 luglio), racconta invece come la città meneghina ha accolto e divulgato le culture non europee nel corso dei suoi più importanti eventi espositivi, dall’Esposizione storica di arte industriale ai giardini pubblici del 1874, fino alle biennali e triennali degli anni venti e trenta del Novecento. Come anche l’incontro tra la cultura milanese e l’Africa, con le interessanti sezioni dedicate al Vivere in colonia e alle sperimentazioni degli anni 1933-1940 tra razionalismo, primitivismo e colonialismo, con focus sugli insediamenti tra Libia ed Etiopia, sugli esperimenti della casa mobile, sulla zeriba di Paolo Masera e gli arredi dell’abitare temporaneo.
Esempio di gestione in partnership tra pubblico e privato, che vede insieme il Comune, a cui sono affidate la direzione scientifica, la conservazione e valorizzazione del patrimonio e il coordinamento delle attività del Forum delle Culture, e 24 ORE Cultura – Gruppo 24 Ore, responsabile per la realizzazione delle mostre temporanee e la gestione dei servizi di accoglienza e intrattenimento, il Mudec avrà una seconda inaugurazione a fine ottobre con la presentazione della collezione permanente (nell’area espositiva attualmente occupata da «Mondi a Milano») e della nuova programmazione espositiva.
Ma attenzione, la nuova realtà milanese si propone di essere molto più di un museo, aspirando al ruolo di cittadella della cultura in grado di generare interscambi e occasioni di studio e intrattenimento attraverso servizi quali la Biblioteca (oltre 400 opere e fondi bibliografici accessibili al pubblico su appuntamento), la Mudec Academy, centro di alta formazione nei settori cultura, arte, moda, design, food, turismo, e il centro didattico Mudec Junior. E chissà se il bistrot al piano terra e il ristorante dell’ultimo piano con vista sul cortile industriale, aperti a tutti, costituiranno un’altra tappa modaiola degli itinerari food design di via Tortona.

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