Abruzzo, anno 1

by • 13 Aprile 2010 • Inchieste571

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L’Aquila. In questi giorni, mentre si organizzano le manifestazioni per ricordare l’anniversario del terremoto, la piazza del mercato dove da qualche tempo una grande tenda, all’insegna del motto «Riprendiamoci la città», ospita incontri mostre e dibattiti, promossi dai comitati di cittadini, è stata animata dal set di Radio tre, che all’Aquila ha realizzato le trasmissioni del 2 aprile, e dalla redazione del quotidiano «L’Unità» che, con l’obiettivo di documentare la situazione a un anno di distanza, hanno dato spazio e voce ai cittadini e alle istituzioni, culturali e politiche, del territorio.
La città, non solo quella dentro le mura (circa 160 ettari, normalmente indicata come «centro storico») ma anche quella della prima periferia, è ancora vuota, abbandonata e, ora, puntellata. Con strade e piazze occupate dalle macerie a dimostrare come nessuno si sia occupato seriamente di un programma per la rimozione e lo smaltimento di materiali che avrebbero potuto essere lavorati nelle numerose cave abruzzesi e riutilizzati. La mancata attenzione a quello che appare come il primo problema da risolvere denuncia l’assenza di un piano per il futuro della città, un progetto che non può ridursi al programma elaborato dalla Struttura di missione guidata da Gaetano Fontana che prevede di riaprire gradualmente sei aree collocate ai margini, e quindi facilmente raggiungibili e disponibili, per interventi di ripristino della rete dei servizi. Anche il recente passaggio di testimone tra il commissario della Protezione civile Guido Bertolaso e il governatore della Regione Gianni Chiodi non sembra, per ora, aver inciso sull’assenza di programmi per la ricostruzione.
Molti sindaci di comuni e frazioni del circondario hanno in questi mesi puntato sulla collaborazione con le facoltà di Architettura (Roma e Camerino ma soprattutto Pescara) ma, anche in questo caso, appare evidente che un coordinamento tra le diverse iniziative potrebbe più efficacemente valorizzare l’intero territorio.
Sul fronte del patrimonio culturale non va meglio. Mentre le opere rimosse da chiese e palazzi giacciono nei depositi, la confusa iniziativa delle «adozioni» dei monumenti da parte dei paesi partecipanti al G8 dello scorso luglio non sembra aver per ora prodotto nessun tangibile risultato. E il dubbio che ne produrrà si fa più serio quando si legge del rifiuto di Bertolaso di permettere ai francesi di lavorare, con tecnici e imprese propri, al restauro della chiesa delle Anime Sante.
Ma a un anno dal terremoto la protesta «delle carriole» è un segnale forte della volontà degli abitanti di riappropriarsi del destino della loro città e, allo stesso tempo, una richiesta precisa agli amministratori locali di favorire occasioni di partecipazione al complesso lavoro di ripianificazione della città.
Amministratori che finora hanno guardato quasi con fastidio le occasioni di riflessione e le proposte elaborate dalle strutture culturali della città – l’Università, l’Archivio di stato, la Biblioteca provinciale, la Deputazione di storia patria, ma anche Italia Nostra che chiede una legge dedicata alla città come «monumento urbano» – e le richieste di numerosi comitati cittadini di una visione strategica che riguardi la città e che riallacci e consolidi i rapporti con il suo territorio. Ignorando studiosi ed esperti, sembra che la scelta sia quella di procedere per interventi casuali e frammentari, evitando l’ascolto dei cittadini che, di contro, producono una considerevole mole di attività e iniziative spontanee, dimostrando di volersi cimentare in prima persona con la sfida che la ricostruzione può costituire.
Come poi non restare perplessi alla lettura dell’annuncio, da parte dell’assessore alla Ricostruzione, «piazza d’Armi sarà un grande parco urbano», dal momento che questa vasta area, da sempre a vocazione sportiva e in posizione strategica all’ingresso della città già in passato «erosa» da qualche intervento improprio, rischia invece, nei fatti, di essere banalmente frammentata? Una parte infatti è già stata assegnata, tra le polemiche, al Consorzio celestiniano che vi ha realizzato una struttura di accoglienza (provvisoria?), un’altra sarà destinata a ospitare, sempre secondo l’assessore, anche il mercato cittadino. E per la stessa area già da tempo l’associazione che fa capo alla squadra cittadina di rugby ha elaborato un progetto di attrezzature sportive.
In questo quadro a dir poco confuso s’inserirà, per finire, l’intervento che dovrebbe qualificare l’area: il progetto (teatro in legno, centri sportivi e luoghi di incontro) di Mario Cucinella. Che dire poi dell’area da assegnare alle associazioni: in precedenza scelta in località Centi Colella, poi revocata e che ora sembra essere stata individuata, sempre tra incomprensioni e polemiche, lungo la Statale 80?
Ma le questioni su cui i cittadini s’interrogano e su cui dimostrano, anche attraverso i tanti siti web, di volersi cimentare, sono altre: su quali settori produttivi puntare? Come s’interverrà sulla rete infrastrutturale per riconnettere i 19 nuclei del progetto Case (al di là delle decine di rotatorie costruite e in costruzione)? Come migliorare la qualità della vita in questi luoghi privi dei più elementari servizi? Cosa si farà delle aree di risulta dalle demolizioni? Come si faranno le ricostruzioni integrali o parziali? Quale sarà il ruolo dello spazio pubblico?

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