baukuh: per noi conta la qualità dello spazio

by • 12 Aprile 2010 • Inchieste573

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Il ruolo assegnato, nella storia dell’architettura, alla distribuzione come momento del progetto inclusivo di ragioni funzionali e sociali, ha delineato un rapporto privilegiato tra spazio costruito e «vie sociale», fino alla modernità. Oggi invece, sempre di più, lo spazio sembra definirsi lontano da queste ricerche, come pura conseguenza dell’involucro. Il dibattito avviato da questo Giornale nel numero scorso intende stimolare l’attenzione del contesto professionale, coinvolgendo affermati progettisti italiani su un tema fondativo del fare architettura. I primi a rispondere a 4 domande sulla distribuzione sono gli italiani baukuh Studio di Architettura (www.baukuh.it).

1. Distribuzione, qualità dello spazio, tipologia: che cosa rappresentano per lei questi temi?
La qualità dello spazio è un obiettivo, se non «l’obiettivo». Tipologia e distribuzione sono strumenti interconnessi, ma che meritano discorsi distinti. Per tipologia, generalmente, s’intende un tentativo di classificazione degli edifici basato sulla loro organizzazione spaziale o, a volte, sulla loro funzione. La distribuzione, il modo in cui le persone si muovono all’interno di un edificio, è parte integrante della classificazione tipologica. È importante notare come tali categorie siano più vaghe che deterministiche. Preferiamo riferirci a modelli specifici, piuttosto che rimanere nella genericità astratta delle categorie tipologiche. Non crediamo che il discorso tipologico e sul carattere dell’edificio abbia aiutato così tanto l’architettura nel corso degli ultimi tre secoli.
I modelli, i progetti specifici, con i loro compromessi e le loro rinunce, ci sembrano uno strumento più sensibile e raffinato, in definitiva più utile e sicuramente meno soggetto a speculazioni di natura ideologica. I casi singoli sono uno strumento molto più pragmatico e, al contempo, più sorprendente. Gran parte delle nostre scelte progettuali si compiono di volta in volta in precisa relazione rispetto a uno o più modelli specifici. La distribuzione, in quanto parte integrante, a volte fondativa, del lavoro progettuale cristallizzato nei modelli, rimane per noi un tema sicuramente importante, anche se vorremmo evitare di sovrastimarne il valore e l’influenza sui comportamenti umani. I tempi del Team X, con l’idea di fondo che l’architettura possa redimere la vita dell’uomo sulla terra, ci sembrano, per fortuna, definitivamente passati.

2. Anche la modellazione 3D si sta rivelando un efficace strumento di controllo del progetto distributivo, al pari dei tradizionali studi basati su piante e sezioni?
Riguardo a questo argomento, ci piace ritenerci profondamente [neo]classici. Del resto, siamo totalmente in accordo con Raymond Hood, quando sosteneva l’importanza fondamentale della pianta rispetto agli altri strumenti di controllo del progetto di architettura. Crediamo molto nella produzione di modelli (reali), come strumento di controllo dello spazio, ovviamente quando le condizioni lo consentono (i modelli costano e richiedono tempo). In ogni caso, siamo sempre più consapevoli che se lo spazio è così complicato da non poterlo descrivere con strumenti tradizionali, molto probabilmente è anche uno spazio brutto. Non siamo interessati a traduzioni letterali della supposta complessità del mondo globalizzato in architetture costruite o virtuali. L’architettura non è, se non incidentalmente, metafora del mondo. In ogni caso, preferiamo Jacopo de’ Barbari e la grafica Atari degli anni ottanta all’estetica frattale dei novanta.

3. Quanto incide oggi la volontà della committenza, pubblica o privata, sulle scelte distributive, e quali sono i margini di libertà del progettista?

I margini di libertà sono gli stessi di sempre, cioè relativamente scarsi. E questo non ci sembra un problema: i vincoli contribuiscono alla buona architettura. La libertà assoluta del genio creatore è un falso mito, strumentale alla consacrazione mediatica di alcuni dei protagonisti della scena architettonica contemporanea. In ogni caso, esistono occasioni professionali in cui è possibile operare delle scelte sui meccanismi distributivi. Alcuni programmi, esplicitamente pubblici, ad esempio quello museale, consentono un grado di libertà considerevole; l’edilizia residenziale è uno degli ambiti in cui la libertà è scarsa, più per i condizionamenti del mercato che della committenza. Inoltre, abbiamo spesso l’impressione che a ridurre lo spazio di libertà nelle scelte distributive (e tipologiche) siano più spesso le norme sull’efficienza energetica che una volontà precisa della committenza. Raramente è possibile disarticolare le volumetrie edilizie, a causa dei costi sempre più elevati del pacchetto-parete. L’epica della distribuzione di progetti come il Gallaratese di Carlo Aymonino non appare più realisticamente perseguibile.

4. È possibile per il progettista stimolare vera innovazione distributiva e tipologica in un mercato residenziale omologante gestito da soggetti privati e rispetto a un’utenza che non ne fa esplicita richiesta?
Non pensiamo che l’innovazione sia un obiettivo primario per l’architettura. Ci ritroviamo nelle parole di Robert Venturi dell’architetto come expert in existing conventions o, ancora, the architect selects as much as creates. Di tanto in tanto, comunque, l’innovazione si produce, spesso ai margini dell’architettura propriamente detta. Riguardo al tema della distribuzione, l’unica invenzione (ri-scoperta) degli ultimi decenni ci sembra essere il junkspace, con la sua promessa di generica disponibilità a usi molteplici, come spazio del movimento e simultaneamente della stasi. Riguardo all’attuale mercato residenziale italiano riteniamo certamente deprecabile la becera consuetudo che lo contraddistingue, ma il problema non ci sembra la mancanza d’innovazione, quanto la mancanza di qualità. Come molti, nutriamo la segreta speranza che questa crisi contribuisca alla rimozione di molti degli attori (professionisti, imprenditori, politici) che hanno contribuito a questo stato delle cose.

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