Ode al mattone, un dialogo intergenerazionale a due voci

by • 24 Agosto 2009 • Reviews751

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Carmassi, il suo nome è quasi un sinonimo di mattone. Ma il mattone è un materiale che può connotare di volta di volta, e in modo molto differente, un manufatto. Quali aspetti dei laterizi la affascinano e quali esempi di progetti (altrui e propri) citerebbe per raccontare come questo stesso materiale riesca a esprimere caratteristiche diverse?
Una muratura di mattoni dev’essere non solo bella, ma anche indistruttibile. A me interessano le vibrazioni del colore insite in questa materia naturale, quando non si percepisce solo la superficie ma la sua sostanza intima, lo spessore, la pasta, la profondità, la capacità di invecchiare, di migliorare nel tempo, di essere restaurata con innumerevoli interventi, producendo un risultato diverso e più bello dell’originale, come nel caso della porta Palatina a Torino. Potrei fare un lunghissimo elenco di autori e opere per testimoniare quanto questo materiale sia versatile. Mi limito a citare Michel De Klerk, Hendrich Petrus Berlage, Sigurd Lewerentz, Peter Zumthor. In particolare Lewerentz ha realizzato in Svezia spesse murature di mattoni pieni e scuri, sovrapponendoli con giunti di malta chiara mescolata con inerti, quasi come un calcestruzzo. A Colonia Zumthor ha costruito il Kolumba Museum con suggestive e singolari superfici esterne di mattoni chiari e snelli, e giunti molto spessi di malta dello stesso colore. Da un dettaglio comparso sulle riviste si deduce che la parte interna della muratura è costruita con foratoni intonacati.

Guardando il vostro lavoro mi pare ci sia sempre un interesse per il potenziale astrattivo del mattone più che per una sua valenza materica, e la modularità mai negata dalla geometria accentua il distacco. È corretto leggere in ciò una fascinazione per la pittura metafisica e per gli sfondi astratti di molta pittura rinascimentale?
Propongo un esercizio: trasformare i volumi della prospettiva di città rinascimentale esposta nel Palazzo Ducale di Urbino, con analoghi volumi elementari di mattoni. Risultato: volumi astratti ma fatti di materia vibrante, mattoni lisciati a mano che offrono una superficie vellutata e grassa, bella da toccare, quasi masse laterizie senza discontinuità. Tuttavia le mie opere sono fatte di volumi elementari e lunghi muri, liberamente connessi tra loro da cerniere, e non soggiacciono a geometrie rigide o ad assi di simmetria. Da lontano o da alcune angolature possono apparire metafisiche, da vicino manifestano la loro sincerità materiale.

Il mattone, un rivestimento che però parla di massa e struttura: si tratta di realtà o finzione? Vita o teatro? Una scelta d’amore che si rinnova di volta in volta o con il tempo il rapporto si è definitivamente consolidato?
Prediligo murature a sacco di forte spessore, o murature piene di mattoni a quattro o cinque teste. Per necessità ho adottato talvolta pareti di mattoni pieni a una testa come rivestimento di murature continue di calcestruzzo. Si tratta dunque di sostanza, non solo immagine. Essere piuttosto che apparire. Amo le fotografie di Edward Weston e Ansel Adams, che lasciano intravedere la profondità della materia e non illustrano solo superfici o volumi. La predilezione per l’uso del mattone forse è stata suggerita dai luoghi dove sono cresciuto, ma è anche un valore aggiunto per edifici molto semplici. Ho usato mattoni diversi per ogni opera, pensati e fabbricati appositamente. In Italia le tipologie sono molto simili tra loro da nord a sud, forse a causa della richiesta di omogeneità da parte dei bassi livelli della produzione edilizia e del tentativo d’imitare, con procedimenti industriali, i mattoni fatti a mano. Ho visto mattoni molto belli e autentici in Norvegia, Olanda, Germania, Inghilterra, Cina. In Italia gli ultimi veri mattoni sono stati prodotti negli anni Cinquanta, ad esempio per la chiesa di San Giovanni al Gatano di Saverio Muratori a Pisa.

Studiando il suo lavoro, mi ha sempre colpito il senso di solidità e quasi di preesistenza delle opere. I nuovi manufatti non sono così diversi dai restauri, i materiali concorrono tutti in un grande gioco di squadra e la squadra vincente non cambia. Ma c’è spazio per le «new entries»? Per essere più esplicito, tutti i materiali e le tecnologie finalizzate alla sostenibilità hanno possibilità di avere un ruolo compositivo?
Il senso di solidità e soprattutto di preesistenza che le suggeriscono i miei lavori lo considero un complimento. Mi permetta di dubitare che le new entries favoriscano la sostenibilità, come le pareti ventilate, fragili come gusci, rifugio di parassiti e di umidità, la cui modestissima durata non ripagherà gli ipotetici risparmi energetici. Le immense superfici di metallo e cristalli sono giustificabili forse per un grattacielo ma non certo per una villetta. Purtroppo sembra che gran parte dell’architettura contemporanea di successo e del cascame dei suoi imitatori non possa fare a meno di questi materiali, imposti dall’industria e dalla moda senza particolari convenienze energetiche né economiche. Dove necessario uso comunque altri materiali: cemento liscio a vista, travertino, acciaio o ottone in spessori notevoli e vetro stratificato per gli infissi. Materiali destinati a una lunga durata con evidenti risparmi economici nel tempo.

Nel processo produttivo del progetto, che ruolo hanno le tecniche costruttive per l’ottenimento di uno specifico risultato? La scelta è definita dalla specificità delle tecniche e delle maestranze locali, oppure è definita a priori per ottenere un risultato specifico?
I miei progetti si basano su poche tecnologie artigianali delle quali credo di dominare le modalità costruttive e d’impiego, secondo regole sintattiche e grammaticali perfezionate nel tempo. Le maestranze artigianali, in particolare muratori e carpentieri, provengono ormai dalle regioni e dai paesi più poveri. Per costruire buone murature di mattoni occorrono bravi muratori, a cui bisogna indicare le tecniche di posa desiderate. L’esperienza, a volte, si può costruire durante il cantiere. Per quanto riguarda le carpenterie di ferro ho incontrato buone imprese, «allevandone» qualcuna per raggiungere i risultati migliori. Ma ho incontrato anche imprese pessime, alle quali, nonostante la disponibilità di esecutivi molto precisi in scala 1:1 e prezzi adeguati, è stato inutile chiedere risultati accettabili.

«La fuga nella vita chi lo sa che non sia proprio lei la quinta essenza» (Paolo Conte, Fuga all’inglese). Come progettista mi confronto spesso con questa frase, quando devo definire dimensione, colore e tipologia di quel sottile strato di malta che separa i singoli mattoni. Sbaglio o anche per lei questa frase potrebbe avere un significato costruttivo?
Fuori di metafora, la fuga connota il livello qualitativo della muratura, testimonia la ricerca di autenticità o lo spirito vernacolare, può essere un accidente fra materiali necessari o una comparsa fra primi attori. Esistono molti tipi di fuga, ciascuno dei quali deve corrispondere al tipo di muratura che si vuole ottenere. Nella regione di Tolosa, è diffusa una tipologia molto curiosa di fuga a rilievo che emerge dai filari lisci di mattoni arancioni come un piccolo toro chiaro semicilidrico. Io preferisco fughe sottili, quasi invisibili, come se il materiale fosse murato a secco. Ho usato mattoni industriali pressati con vaschetta interna adibita ad accogliere la malta, in modo da produrre una muratura come una massa compatta di terracotta.

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