Colombo's Archive, Archivio Vivo di Antonio Colombo, Milano, 2026 (©Marcello Manca)
Testimonianza straordinaria di design e impresa, tra arte e biciclette. Una storia lombarda di successi, sperimentazioni e accumulazioni: di oggetti e di esperienze. Un luogo ricco di suggestioni
MILANO. Se Auguste Perret teorizzava che “la bella architettura fa belle rovine”, pur resistendo alla tentazione di estendere la similitudine in altri campi, si può utilizzare l’assioma per valutare fenomeni e lasciti che ci vengono dal passato.
Per chi ha coraggiosamente affrontato il traffico di Milano in una piovosa serata di ottobre per raggiungere uno sperdutissimo avamposto incastrato, non si sa bene come, a ridosso dello scalo ferroviario di Rogoredo – prova provata di come la città moderna abbia prodotto rimasugli che nemmeno il più dotato degli scenografi può riuscire ad immaginare – la ricompensa è stata grande.
È stato, infatti, inaugurato e aperto al pubblico, su appuntamento, il Colombo’s Archive, uno spazio di ricerca di Antonio Colombo, eclettico animatore della scena culturale milanese fra arte contemporanea, comunicazione visiva e valorizzazione del patrimonio industriale.
Da Marcel Breuer a Mario Schifano, in sella ad una Cinelli
Nel 1919 il padre Angelo Luigi Colombo ha fondato la storica azienda di tubi in acciaio A.L. Colombo che fornisce tra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta il semplice, ma prezioso, manufatto al settore dell’arredo di design (del 1933 è l’incontro con Marcel Breuer). Lo stesso che viene utilizzato per le biciclette da corsa (del 1978 l’acquisizione del marchio Cinelli), ambito nel quale Antonio è protagonista a partire dal suo ingresso in azienda negli anni Settanta per poi diventare collezionista e ricercatore nel campo nell’arte contemporanea e della cultura visiva, impegno che dura fino ai giorni nostri.
Tre filoni che costituiscono l’ossatura di un patrimonio archivistico che documenta un secolo di storia industriale, di cultura materiale e artistica, grazie a prototipi, brevetti, disegni originali, cataloghi, fotografie, oggetti e opere d’arte che chiedono solo di essere ammirati e studiati. Così se vi avventurate negli spazi di via Pestagalli, effettivo luogo di produzione dell’azienda dagli anni Settanta agli anni Noventa, potete ammirare un’opera di Mario Schifano a tema bicicletta, misurarvi con una grande libreria di sedie in tubo di acciaio, scoprire su un disegno originale le impronte digitali di Giuseppe Terragni e Angelo Luigi Colombo, o indagare una lettera nella quale lo stesso Terragni reclamava le royalties a lui spettanti. Il tutto scelto a campione fra una quantità di pezzi e documenti davvero notevole, per non parlare delle decine di scatoloni che Antonio Colombo preannuncia come ancora da scoprire.
Ma, forse, la parte ancora più ghiotta è rappresentata dalla seconda e terza file di scaffalature metalliche, dove prototipi, pezzi arrugginiti, sedute stracciate rappresentano le tracce di una storia pluridecennale e la prova di un duro lavoro svolto con uno spirito di ricerca e innovazione che all’epoca non si sapeva neanche di avere e che, per questo, è ancor più prezioso.
Collezioni e grandi nomi
Tornando alle rovine di Perret, impressiona in questa ultima fatica di Antonio Colombo il fatto che questo grande patrimonio sia il risultato non di un preciso programma di conservazione, ma dell’accumulo, nei decenni, di tutto ciò che l’azienda e le attività hanno prodotto, conservato e immagazzinato per un domani che, finalmente, è arrivato e promette di donarci ancora moltissimo.
Quello che si percepisce, nei capannoni voltati a botte, è la verità di ciò che è stato messo sugli scaffali e in vetrina, e così si rivivono, con semplicità e immediatezza, gli incontri che hanno scandito l’ultimo secolo. Accanto ai progetti su licenza di Breuer, la Columbus sviluppa un rapporto diretto con architetti italiani quali Giuseppe Pagano, Giuseppe Terragni appunto, Piero Bottoni, Luigi Figini e Gino Pollini, e partecipa alle Triennali di Milano del 1933 e 1936 non senza dare il proprio apporto alla realizzazione di pietre miliari della storia dell’Architettura. Come la Casa del Fascio e l’Asilo Sant’Elia a Como e l’Istituto Gaslini di Genova o l’Università di Roma. Progetti in cui il tubo metallico è tratto distintivo.
Le biciclette realizzate con tubi Columbus accompagnano su strada e su pista le stagioni del ciclismo internazionale, con atleti come Fausto Coppi, Gino Bartali, Francesco Moser e Marco Pantani impegnati nei record dell’Ora e nelle grandi classiche. Con Cinelli, ridefinito il marchio a partire dalla “C” alata commissionata a Italo Lupi nel 1979, si inaugura una nuova idea di bicicletta, realizzando mezzi come il Rampichino, la prima mountain bike europea, la CMX, la Laser e la Passatore, che fanno della bicicletta un vero e proprio progetto culturale. Basti pensare alle collaborazioni attivate con il gruppo di Studio Alchimia e con Alessandro Mendini.
Nel campo dell’arte contemporanea internazionale Antonio Colombo incontra nel 1984 Keith Haring a Milano, e la bicicletta diventa un oggetto da collezione artistica. Nel 2021 i marchi Columbus e Cinelli vengono ceduti.
L’archivio costituisce una ulteriore tessera di quello straordinario mosaico che è il patrimonio archivistico di impresa milanese e lombardo, frutto di un duro lavoro che ha sempre guardato ai risultati prima che alla comunicazione, certo che la distanza storica ne avrebbe riconosciuto la consistenza e il valore. L’importante è non buttare via niente e, prima o poi, trovare un luogo dove conservarlo, studiarlo ed esporlo.






























