Ricordo del docente e studioso, impegnato, con ironia, sarcasmo e irriverenza, sui temi del territorio e della ricerca
È mancato Pier Luigi Crosta. Chi scrive non può che rendere esplicita un’amicizia nata tra Torino e Venezia, costruita sulle rispettive forme di rappresentazione del proprio essere accademici. L’ironia e l’autoironia, in primo luogo, radicalizzata da improvvise fiammate di rispettive scomuniche. A tenere realmente insieme ironia e scomunica, forse sono riusciti solo alcuni grandi padri gesuiti. Ma l’ironia consentiva a Crosta di spaesare un’accademia troppo permeata da un narcisismo sin stucchevole. La scomunica, inaspettata e fulminea, spiazzava invece chi vedeva nella pianificazione territoriale il ricongiungersi di razionale e reale. Entrambi i termini, nella sua ricchissima produzione scientifica, vengono fatti lavorare, quasi con una punta di sadismo nei confronti del suo studente-collega o del suo lettore, per introdurre dubbi, stimoli, nuove forme del discorso comunque e sempre politiche. Certo il dubbio era molto più vicino a quello ironico di Michel de Montaigne che a quello sistematico di Cartesio. Era un dubbio insieme divertito e propositivo da cui nascevano letture inattese, esempi fuori contesto, citazioni che ti sorprendevano.
Il primo libro che ho ripreso in mano, appena ho saputo della sua scomparsa, è una curatela (Pier Luigi Crosta, “L’urbanista di parte”, Franco Angeli, 1973), perché Crosta è rimasto fedele a quell’essere di parte che a volte portava sino al conflitto e a volte, al contrario, era la condizione per creare una scuola. Una scuola non si costruisce sul consenso e sulla condivisione, una scuola di conformisti e cantori del mainstream non è una scuola. Per alcuni aspetti, lui laico, non solo razionalista, ricordava don Milani, il suo essere volutamente altro, distante, qualche volte altero e soprattutto capace di provocazioni davvero fruttuose.
Crosta giocava con il disagio in cui sapeva mettere il suo interlocutore. Grande e accanito lettore, di cui non sarà facile ricostruire labirinti concettuali avvicinabili a quelli di Gabriel Garcia Marques e di Italo Calvino, nel 2019 pubblica la più chiara delle sue provocazioni, “Pratiche: il territorio è “l’uso che se ne fa”” (Franco Angeli).
Ancora più chiaro è il suo ultimo dialogo pubblico, tra lui e Cristina Bianchetti, uscito da Donzelli nel 2021, “Conversazioni sulla ricerca”. Perché? Ricerca è una parola dai troppi padroni, in un mondo per di più inquinato da regimi di storicità (François Hartog, “Régimes d’historicité. Présentisme et expériences du temps”, Edition du Seuil, 2003) tutti interni a regole che escludono perché troppo soggettiva la qualità. Per chi abbia voglia di leggere, senza paraocchi, di quale ricerca parlano Crosta e Bianchetti, si troverà in compagnia di ragioni davvero non solo quantificabili. È una conversazione che richiama molto le riflessioni di Nicole Loraux e Jacques Rancière su una delle bete noire non solo degli storici, l’anacronismo. Ma anche di fronte a una ripresa, forse cosciente e voluta, del Laing più intimo e, a sua volta, ironico e provocatorio, il Laing di “Nodi. Paradigmi di rapporti intrapsichici e interpersonali” (Einaudi, 1975).
La ricerca, in quella conversazione, viene fatta scendere dal suo scranno di algoritmi e appartenenze e ricondotta alla molteplicità di ragioni che costituiscono il suo entrance knolewdge. Una lezione insieme del saper far valere i lieux communs, se si vuole, di saper recuperare il significato aristotelico di quel sintagma (Francis Goyet, “Le Sublime du “lieu commun”. L’Invention rhétorique dans l’Antiquité et à la Renaissance”, Classique Garnier, 1996), ma anche del voler mettere in gioco il bagaglio esistenziale di sentimenti, intuizioni, paure, intuizioni che motivano soprattutto gli incipit della ricerca.
Molti penseranno che queste siano ragioni da escludere, se e quando si entra nell’Asclepion della ricerca. In quel dialogo entra invece una sottile, quasi sarcastica presa di distanza dai modelli in uso nelle indagini istituzionali, private, ormai purtroppo guidate da protocolli spesso neanche resi trasparenti, della ricerca oggi, in favore di un fare ricerca come divertissement nel senso pieno che ne dà Diderot: il resto, in primis legittimazioni e formalizzazioni, vengono dopo.
Altri scriveranno sul contributo di Crosta alla pianificazione e allo studio delle politiche pubbliche. Ma Crosta era soprattutto quanto ho cercato di ricordare, salutandolo, con una tenerezza che lui, diventato burbero negli ultimi anni, mi rimprovererebbe.
IUAV, dove Crosta è stato per molti anni professore ordinario di politiche urbane e territoriali e ha inaugurato e diretto il corso di dottorato in pianificazione e politiche pubbliche del territorio, sta ricordando la figura con questa pagina.























