Un ricordo della studiosa napoletana che sfuggiva a ogni tentativo di ridurla ad un’etichetta, occupandosi di semiotica, linguistica, storiografia e filologia
Il 4 marzo ci ha lasciati Maria Luisa Scalvini. È sempre difficile essere distaccati appena una persona e una grande studiosa ci fa fare i conti con il lutto. Ancor più lo è se a quella persona si è legati da un’amicizia profonda, consolidata in decenni, fatta d’imprese editoriali ma anche d’incontri nella via Monte di Dio in cui abitava a Napoli. Billie, così alcuni potevano chiamarla, concedeva la sua confidenza a pochi, proprio lei chi era estremamente generosa sia scientificamente che umanamente. Ma se ci entravi, non uscivi più da quella piccola cerchia, anche se abitavi a Torino, a Milano o a Palermo.
Il primo ricordo che rompe il muro del silenzio che il dolore frappone tra noi e la memoria di chi non accettiamo sia mancata, è popolato di facce. Giovani studiosi poi diventati professori, in primis Fabio Mangone, altri che hanno con lei, prima a Ingegneria, poi ad Architettura, a Milano come a Napoli, appreso rigore e curiosità, due beni inestimabili, soprattutto se congiunti. Rigorosa lo era nella scrittura – la sua era una scrittura tanto letteraria, quanto di un nitore sorprendente – come nella vita accademica: mai vissuta con un protagonismo troppo frequentato in quegli anni. Curiosa lo era nel suo inquieto viaggiare – con flash al ritorno dai luoghi di quella autentica topografia che si arricchiva di anno in anno – come nei suoi studi.
È arduo anche solo accennare ai campi di studio che ha frequentato. Almeno quattro devono essere però accennati in questo primissimo ricordo. La semiotica e la linguistica che Scalvini ha condiviso con Renato De Fusco in quindici anni di collaborazione nella rivista “Op.cit.”, e il cui esito più importante è L’architettura come semiotica connotativa (1975). Quasi alla fine di una stagione che dalla fine degli anni cinquanta aveva logorato quell’approccio, rendendolo quasi indisponente, Scalvini nel suo libro ha saputo riportarlo al cuore: la capacità di connotare lo spazio che una semiotica, quasi alla Gille-Gaston-Granger, consentiva, come avrebbero poi fatto alcune magnifiche voci dell’Enciclopedia Einaudi. La storia della storiografia, in un’accezione quasi venturiana, dove non poteva esistere critica senza storia della critica, storia senza storia della storiografia. Il suo (quasi interamente suo) libro L’immagine storiografica dell’architettura contemporanea da Platz a Giedion (1984, con Maria Grazia Sandri), sarebbe diventato, quasi ironicamente, uno dei libri del kanonbildung di cui lei stessa parlava. Impostazione che ha accompagnato il suo lavoro scientifico e quello di alcuni suoi amici e allievi, primo Fulvio Irace. Il Dizionario dell’architettura, i sei volumi dell’edizione Allemandi (2001) e i quattro dell’edizione Treccani (2003), avventura condivisa con chi scrive per quasi dieci anni ed in cui lei ha svolto non solo un grandissimo lavoro ma ha anche affiancato chi scrive nel suo cammino inizialmente travagliato e poi nella responsabilità dell’opera, sino a curare con Mangone il volume di saggi e la straordinaria iconografia del primo volume dell’edizione Treccani. L’attenzione per i testi e le loro edizioni critiche. Un lavoro scientifico che davvero restituiva a Scalvini la sua passione tedesca per la filologia e la sua attenzione feroce per la riflessione teorica sull’architettura. Un lavoro che ha portato avanti con altri amici e allievi, Maria Giuffré per prima, ma Lucio Villari e molti altri, in riviste, curando collane, collaborando con filosofi, linguisti, storici.
Ma Billie era anche un personaggio pubblico, che ha fatto della città non solo lo spazio dove esercitare il suo diritto di cittadinanza – in primis connesso con la musica e il San Carlo – ma anche l’oggetto di un numero davvero rilevante di studi e non solo su Napoli.
Chi scrive non può terminare questo troppo breve ritratto di una persona che sfuggiva a ogni tentativo di ridurla ad un’etichetta, non ricordando la donna prima, la studiosa e l’accademica che forse più gli ha insegnato la connessione tra rigore, passione e motivazione, che più gli ha mostrato con l’esempio che il lavoro del professore universitario è un privilegio, ma anche una straordinaria fonte di divertimento.
Grazie Billie. Ci mancherai troppo.