Ore 16.30. Un discreto drappello di convenuti si assiepa davanti all’entrata del Padiglione Venezia. Una signora dal piglio deciso “regolamenta il traffico”. Prima le autorità. Il resto del pubblico, per favore, attenda sui gradini. Ma di autorità, ad onor del vero, non ci sembra di scorgerne. Il vicesindaco Simionato, che avrebbe dovuto presenziare al posto dell’ex primo cittadino Orsoni travolto (paradosso!) proprio dal maremoto lagunare scatenato dalla vicenda Mose, non c’è. A fare le veci istituzionali ci pensa Angela Vettese in qualità di assessore alla cultura. Vettese ringrazia sentitamente Daniel Libeskind per la sua opera che segue la natura liquida della città, le sue fratture e ferite. Ricordando però che ad una ferita seguono anche una cicatrice e una guarigione.
Libeskind appare raggiante: introduce la scultura posizionata davanti al padiglione come un omaggio dedicato ai veneziani e ai visitatori della Biennale, ringrazia la municipalità, gli sponsor, definisce il disegno come lingua universale, forma espressiva che insieme alla musica e all’architettura costituisce la trilogia del padiglione Venezia realizzata in collaborazione con il figlio Lev.
Il titolo è “Sonnets in Babylon”: una “meditazione sulle origini e sul destino della forma architettonica” (ispirata ai sonetti di Shakespeare) a cui l’archistar da libero sfogo attraverso -appunto- il disegno.
All’ interno i sonnets rappresentano 101 scenari possibili verso un inatteso futuro dell’architettura serigrafati su altrettanti pannelli in vetro, retroilluminati e disposti a tutt’altezza in un lungo corridoio semicircolare. Vi predominano i toni ocra e giallo su sfondi bianchi. Difficile, francamente, scioglierne il nesso figurativo…a noi appaiono spazi frammentati da inquietanti deflagrazioni.
A corollario, 86 fotografie frutto di un’ interazione con gli studenti Iuav rimandano alla Venezia contemporanea. “Scegliete uno dei miei disegni e tenendolo in mente cercate l’inaspettata coincidenza tra esso e la realtà dello spazio fisico” esorta in una lettera Libeskind.
Detto fatto: ecco fulmini irrompere sulla laguna, panni stesi al sole e mossi dal vento, bricole…scatti di dettaglio in cui compare persino l’iguana divenuto popolare nelle cronache locali: pare che il proprietario lo lasci scorrazzare liberamente nel ghetto veneziano.
Il Padiglione Venezia apre nel clima plumbeo del post scandalo politico ma Libeskind fa il mattatore
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