Fino a qualche anno fa il tema del rischio idrogeologico si trovava solo nelle agende delle associazioni ambientaliste, in qualche programma politico e nelle riunioni scientifiche. È stata levidenza degli eventi a farci ritrovare una delle «emergenze nazionali», attraverso successioni di fenomeni certamente impressionanti, per entità, ripetitività e danni prodotti. Ci si è giustamente domandati quanto fossero attribuibili al cambiamento climatico.
Le strutture dello Stato non sono state insensibili a questi richiami, ma solo il Piano Clini sembra aver indicato una ripresa di attività, tanto più per aver indicato gli elementi di copertura finanziaria sui quali basare gli interventi. Pur con dubbi sulle modalità con cui il prossimo governo si porrà rispetto a questo piano, i giudizi apparsi delle associazioni professionali possono dirsi positivi. Questo vale in particolare con riguardo allapproccio alla gestione del suolo e allattenzione posta al rispetto delle scadenze UE relative alla Strategia di adattamento ai cambiamenti climatici.
Meno sottolineata ma forse ancora più importante, è la parte relativa allaggiornamento, entro la fine del 2013, dei famosi Pai (Piani di assetto idrogeologico), che è espressa in modo molto sintetico. Molte voci del Piano Clini relative agli aspetti urbanistici e assicurativi sono in effetti connesse alle zone che i Pai indicano «ad alto rischio». Dato che il governo del rischio sul territorio come concepito attualmente fa perno su di essi, è quindi di primaria importanza esaminarne la coerenza dei contenuti sul territorio nazionale.
Resi urgenti dalla legge Sarno (L. 267/98), i Pai sono in buona parte basati su elaborazioni svolte alla fine degli anni novanta dal Gruppo nazionale per la difesa dalle catastrofi idrogeologiche (Gndci). Mai disciolto ma non più operante, il Gndci aveva elaborato dati di piene fluviali per lo più precedenti agli anni ottanta, essendo poi venute a mancare le risorse al Servizio idrografico per continuare le misure. In alcuni casi, come nel Pai del bacino del Po, sono stati considerati aggiornamenti nei dati, ma poco significativi se confrontati con quanto reso disponibile di recente dallArpa Piemonte sui fiumi del Nord Ovest italiano. Questi territori, sviluppandosi anche in alta montagna, sarebbero tra i più sensibili alla minaccia di aggravamento dei rischi determinata dal riscaldamento globale.
Tra gli altri aspetti sui quali i Pai richiederebbero profonde revisioni ci sono quelli che hanno causato i disastri che si sono verificati negli ultimi mesi del 2012 a ridosso delle aree costiere, caratterizzati da precipitazioni di tipo «esplosivo» e nei quali è spesso difficile distinguere cosa sia frana e cosa invece alluvione. In Sicilia, o nelle Cinque terre, si parla di bacini idrografici di dimensioni piccolissime, a stento censiti nei Pai e per i quali, per forza di cose, le valutazioni di rischio sul territorio risultano approssimative.
In sostanza, se è lodevole predisporre unagenda delle cose da fare per mitigare il rischio idrogeologico, sarebbe anche doveroso chiedersi quanto bene oggi si conosca il rischio sulle diverse aree del territorio nazionale, come sottolineato in un documento prodotto lo scorso anno dal Consorzio interuniversitario di idrologia (Cinid). In passato, grazie anche alla spinta emozionale di eventi molto gravi, si era ricorsi allo strumento delle commissioni nazionali. Dopo lalluvione di Firenze del 1966 fu ad esempio costituita la Commissione De Marchi, dal nome del suo presidente. Questa aveva lo scopo di individuare azioni sinergiche, sia di programmazione, sia operative, per risolvere i problemi tecnici, economici, legislativi e amministrativi connessi con la difesa del suolo. Non a caso, la commissione suggeriva la creazione di una «struttura amministrativa a scala di area idrografica vasta» che venne successivamente definita Autorità di bacino con la legge 183/89 e poi, nella direttiva UE 2000/60 Autorità di distretto idrografico.
Anche oggi arriva da più parti la richiesta di ricreare un momento di riflessione condivisa, attraverso una nuova Commissione De Marchi, che esamini ordinatamente i numerosi aspetti connessi alla salvaguardia delle persone e dei beni dalle catastrofi idrogeologiche. Il Piano Clini non ha, e non può avere, lo scopo di riordinare la strategia complessiva nazionale di mitigazione del rischio idrogeologico. Non si sofferma, per esempio, sulle cruciali questioni relative alla comunicazione verso la popolazione e alla standardizzazione delle procedure di allertamento; questioni non certo secondarie ai fini della salvaguardia della vita umana durante gli eventi climatici estremi. Analogamente, non cè spazio per suggerire come rilanciare le competenze dei tecnici che operano negli enti di governo del territorio, ai quali per ora si chiede di applicare sulla porta la targhetta delle Autorità di distretto, ma senza indicazione di come questi distretti troveranno la forza economica e tecnica che a loro competerebbe. Manca ancora, nei commenti fin qui fatti, la discussione sul cosa fare con gli interventi previsti e non realizzati per mancanza di risorse, come lormai noto scolmatore del Fereggiano, la cui assenza determinò i gravi costi umani ed economici del disastro di Genova del 4 novembre 2011.
Oltre che di metodologie e di norme, la difesa del suolo è fatta di pratiche amministrative, così che il nostro territorio è pieno di «nodi idraulici» che a volte diventano inestricabili. Pare improbabile che si possano ottenere successi in questo campo senza che gli aspetti scientifici, tecnici, giuridici e amministrativi vengano esaminati congiuntamente, con soggetti rappresentativi, e con un tempo sufficiente per evitare di prendere decisioni affrettate, specie in tempi, come questi, di gravi ristrettezze economiche. La sfida di mettervi mano attraverso una commissione con ampia rappresentanza di competenze sembra ben accompagnarsi alle sfide che ci attendono per portare il nostro paese fuori dal declino in cui sta scivolando.
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