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Written by: Interviste

Non mi hanno ascoltato e io me ne vado

A fine maggio è uscito l’ultimo numero di «Urbanisme» curato da Thierry Paquot. Professore all’Institut d’Urbanisme de Paris e autore di numerose pubblicazioni, nonché conosciuto conduttore di «Coté ville» su France Culture, questo «filosofo dell’urbano», come ama definirsi, dirigeva dal 1994 la prestigiosa rivista nata nel 1932. Gli abbiamo rivolto alcune domande circa le sue dimissioni.

Quando e come è iniziata la sua esperienza alla direzione di «Urbanisme»?
«A fine anni ottanta già vi lavoravo come semplice redattore. Curavo una rubrica mensile intitolata Petit rien urbain, dedicata a piccoli «aneddoti urbani». Nel 1989 la Caisse des depôts et consignations divenne proprietaria della rivista. Proprio in quegli anni le «politiche urbane» diventavano in Francia una sorta di priorità nazionale, tanto che venne costituito un ministero apposito. Era dunque perfettamente coerente con la sua natura di ente pubblico che la Cdc sostenesse una rivista specializzata. Pochi anni dopo, nel 1994, vista la situazione di dissesto economico in cui versava «Urbanisme», la Cdc decise di tagliare i finanziamenti e in sostanza di chiudere bottega! Vennero avviati una serie di licenziamenti e io espressi immediatamente tutta la mia contrarietà, tanto più in un momento in cui la città stava diventando un argomento centrale nel dibattito politico. A Bernard Écrement, incaricato dalla Cdc di gestire l’operazione, dissi che sarebbe stata più che mai necessaria una rivista per la produzione e la diffusione di una «cultura urbana». Il mio interlocutore si mostrò sensibile al tema e, dopo aver letto un mio libro di cui gli avevo fatto dono, Vive la Ville! (Corlet-Arléa, 1994), mi invitò ad avanzare una proposta editoriale «economica». A quel punto io suggerii semplicemente di cambiare la periodicità (da mensile a bimestrale), di non pagare più gli articoli, ma soprattutto di realizzare una rivista meno tecnica e più generalista, nell’obiettivo di allargare il pubblico. La proposta fu accettata».

L’operazione ebbe successo?
«Effettivamente riuscimmo a rilanciare la rivista: la redazione si trasferì in una sede meno onerosa e vennero modificati formato e carta per realizzare ulteriori economie. In pochi anni le vendite della rivista aumentarono considerevolmente e gli abbonati si moltiplicarono, senza tuttavia permettere un equilibrio finanziario, tanto che il sostegno della Cdc rimase indispensabile».

Veniamo all’oggi: quali sono le ragioni delle sue dimissioni?
«Cambiati i vertici, la Cdc ha deciso di dimezzare i nostri finanziamenti a partire dal 2014, presentandoci un piano che prevede di trasformare la rivista in trimestrale (4 numeri da 80 pagine al posto di 6 numeri da 100 pp.), più quattro inserti speciali. Considero questo progetto nefasto: credo che la logica finanziaria non debba in alcun modo prendere il sopravvento sulla logica editoriale. Non sono certo contro un trimestrale, ma allora che sia di 140 pagine! E con articoli di spessore e ben scritti! In questo momento stiamo vivendo due tipi di trasformazioni: quella della carta stampata e quella dell’urbanistica. Questo radicale cambiamento può costituire un’opportunità, ma solo a patto di avere le idee chiare: con internet ciascuno è sommerso d’informazioni e ciò che un lettore esigente reclama sono dunque dei testi di riferimento, spesso anche inaspettati. Un trimestrale non deve farsi carico dell’attualità e ha tutto il tempo per la riflessione e la rielaborazione. Ritengo dunque che ci sia ancora posto per questo tipo di rivista e di lettori. Ma non mi si chieda di pubblicare l’ennesimo articolo sulle virtù di un eco-quartiere! Al contrario, m’interesserebbe proporre ogni volta un’inchiesta su un tema sensibile, sollecitare a intervenire scrittori e filosofi, tradurre un testo importante o ripubblicare un articolo dimenticato. Questo tipo di lavoro potrebbe essere affiancato a un sito che lo “agganci” all’attualità e stimoli uno scambio interattivo con i lettori. Per quanto riguarda poi l’urbanistica, a causa delle nuove sensibilità ambientali e della globalizzazione conosce un profondo cambiamento, tanto nella pratica che nei suoi riferimenti culturali. Nuovi temi sono diventati imprescindibili: la flessibilità, la trasformabilità, la dimensione paesaggistica, la cronotopia, la concertazione con gli abitanti, etc. Una rivista dovrebbe essere il luogo privilegiato per questo tipo di riflessioni. Non sono stato ascoltato, dunque me ne vado».
Ha nuovi progetti editoriali per il futuro?
«Avrei il desiderio di una cooperativa fra professionisti, intellettuali e artisti, disponibili per incontri, conferenze, università popolari o atelier. Potrebbe avere un sito web dove troverebbero posto al contempo recensioni, testi esauriti o traduzioni di articoli. Si potrebbe prevedere una pagina quotidiana decisamente combattiva e militante, per sensibilizzare l’opinione pubblica sui disastri architettonici e urbanistici in corso, e un semestrale, il cui titolo potrebbe essere L’Esprit de la ville».

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Last modified: 8 Luglio 2015