Forse vincerà unamara risata. Come racconta George Simenon nel suo primo romanzo, Au pont des Arches, lironia spesso è drammaticamente involontaria. Potrebbero tornare a leggere quel testo quanti stanno gestendo la cultura italiana, in modi che si possono definire solo umoristici. «Il Giornale dellArchitettura» pubblica, in questo numero, i programmi dei dieci studiosi chiamati a partecipare a una singolare competizione: si potrà così confrontarli almeno
ex-post. In qualche ignota stanza del Collegio Romano, forse suggestionati dai tanti, illustri fantasmi che lo popolano, un signor/signora sconosciuto ha infatti scelto dieci cavalieri o, forse, otto, e altri due vengono decisi in qualche altra stanza del palazzo. I dieci, che nelle voci che sempre accompagnano scelte non trasparenti, diventano otto, poi undici, poi
enne, devono presentare in pochi giorni un loro progetto curatoriale per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia, senza avere che vaghe indicazioni e senza sapere chi altro è chiamato a competere. Una scelta tanto «oculata» si accompagna a unassoluta opacità su chi e come decide.
Vera e involontaria traduzione in scena di vita reale de Il pedone dellaria di Eugène Ionesco, questo guazzabuglio medievale – ma Merlino era molto più simpatico! – arriva oltre ogni decente scadenza. Il Padiglione Italia dovrà essere inaugurato a fine agosto, mettendo comunque tutta la cultura architettonica italiana in una posizione di per sé paradossale. È vero, siamo la patria della vulgata oraziana, ma forse per costruire una riflessione e una proposta che risponda in maniera non conformista alle stesse pur vaghe domande del Mibac meno di tre mesi hanno il sapore amaro del disprezzo proprio per il lavoro del critico che il prescelto è chiamato a svolgere. Questa vicenda è ulteriormente triste, perché espone lItalia a un confronto con quanto stanno facendo da un tempo che è inconfrontabile gli altri paesi che hanno un padiglione alla Biennale. Ma il vivere in un paese incapace di guardare al di fuori delle mura (aureliane o meno) lo sintuisce anche da unaltra vicenda, ancor più grave: quella del Maxxi.
Non è un colpo di mano lo strumento migliore per tracciare il bilancio di unoperazione che tra scelta del luogo, concorso, cantiere e primi anni di gestione delle attività copre quasi un decennio dinvestimenti pubblici. Forse, nuovamente, chi sta gestendo questa per lo meno singolare procedura ha letto troppe volte lAntigone di Jean Anouilh. Il vero nodo di questa intricata vicenda che ha scatenato petizioni, prese di posizione, cordate e tante, troppe illazioni, è che, così facendo, si offre a chi italiano non è uno spettacolo penoso. Il Maxxi, al di là di valutazioni che richiederebbero trasparenza e tempo (e un… tribunale meno prossimo alle tradizioni che proprio nel Collegio Romano hanno a lungo coltivato le loro non certo migliori espressioni), è diventato in pochissimo tempo un luogo importante per una cultura internazionale che ha visto, in tutta loperazione, una scelta coraggiosa, capace di costruire, in una Roma congelata nelle sue strutture museali, un luogo più aperto, oltre tutto un luogo urbano, non solo artistico e culturale.
Come tutte le iniziative che impegnano risorse pubbliche è non solo giusto ma doveroso sottoporla a valutazione, proprio in un paese che sta dimostrando, sulla valutazione della ricerca scientifica dei propri accademici, tutta la paura e la difficoltà di procedere. Ma le valutazioni, per essere credibili, devono definire giudici e criteri non solo trasparenti ma competenti, capaci cioè di valutare lopera sia rispetto agli obiettivi che si era posta, sia rispetto agli esiti, economici, culturali, urbani e dimmagine internazionale che, lo voglio ripetere, ha raggiunto. Invece, la «risoluzione» lascia solo il sapore amaro dellesecuzione del suo principale protagonista, Pio Baldi. Chi governa strutture e potere pubblici dovrebbe non solo rispettare ma sottolineare le forme della democrazia; così non è al Collegio Romano.
In questi giorni sono stati eletti i nuovi membri di un organismo ancor più importante nella vita del Ministero, il Consiglio superiore dei Beni culturali. Per una volta, forse, e visto il clima avvelenato che il paese respira, ma anche per la delicatezza dellorgano che si andava a formare, coinvolgere le competenze e le conoscenze scientifiche, almeno nella definizione della rosa dei membri poteva essere il «minimo sindacale» per chi esercita un potere forse in nome di qualcun altro. Non è avvenuto. Sinvocherà la procedura, come sempre accade quando le risposte che si danno sono solo espressione di scelte di natura privatistica.
Forse, di nuovo involontariamente, cè un personaggio letterario che può aiutare a capire quel che sta succedendo, nei modi, non solo nelle scelte, al Collegio Romano. Come Gregor Samsa, chi entra in quel luogo sembra subire una metamorfosi, che vive non già del ruolo etico e scientifico che la cultura rivendica sempre per se stessa, ma della passione per lintrigo e le scelte costruite, rendendo sempre difficili capire ragioni e forme delle decisioni. Un piacere quasi masochistico, oggi più che mai, senza capire che la lettura che ne darà il mondo, non solo quello internazionale, sarà quella di tanti piccoli azzeccagarbugli e di alcune piccole o grandi rese dei conti.
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