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Written by: Interviste

Segreti anti-archistar

I partners del Renzo Piano Building Workshop sono 13, gli associati 6 e i consultants 3. Tra i partners (entrati a quattro riprese, nel 1984, nel 1989, nel 1992 e soprattutto nel 1997), 12 sono architetti e uno, Philippe Goubet, laureato in business administration all’Hec, svolge il ruolo di managing director dello studio di Parigi. Soltanto 4 sono italiani (Emanuela Baglietto, Giorgio Bianchi, Giorgio Grandi e Susanna Scarabicchi); tra i senior partners (Bernard Plattner classe 1946, Paul Vincent classe 1955, Mark Carroll classe 1956) Shunji Ishida (1944) è il più anziano, diplomato presso il Tokyo Institute of Technology, già collaboratore di Arup e dello studio Rogers & Piano. Gli uffici Rpbw a Vesima, Parigi e New York misurano rispettivamente 1.000, 1.400 e 200 mq. Sotto la sede ormai storica di Vesima, dal 2009 la Fondazione Renzo Piano occupa 2.000 mq di un palazzo d’epoca restaurato: nel giardino sono esposti alcuni prototipi e all’interno si ritrova circa un terzo dei progetti dello studio (la parte consistente dell’archivio Rpbw è custodita a Voltri, negli spazi di una vecchia fabbrica: 3.000 mq circa). La Fondazione, nata da un’idea di Lia Piano (laureata in lettere alla Sorbona), è diventata luogo d’incontro e confronto anche con la città di Genova; accoglie studiosi e studenti e gestisce i rapporti con le università: Cept University (Ahmedabad, India), Czech Technical University (Praga), Ensapm (Parigi), Harvard Design School e Columbia University ( New York), Itesm (Monterrey, Messico), Rice University (Houston), Technische Universität (Dresda), Università di Genova, Universidad del Diseño (San Josè, Costarica), Univeridade de Brasilia, University of Cape Town (Sud Africa), Waterford Institute of Technology (Irlanda), Scuola di Architettura dell’Università Tsinghua (Cina). Gli studenti entrano a far parte dei team di lavoro e partecipano all’attività progettuale dello studio.

Primo premio Fondazione Piano
Gli emiliani Iotti+Pavarani Architetti (entrambi classe 1973, già vincitori, tra l’altro, della Medaglia d’oro all’architettura italiana 2003 della Triennale di Milano e del Mipim Architectural Review Future Projects Award 2011 per il nuovo stadio di Siena), con il progetto della Domus Technica a Brescello (Reggio Emilia, 2009-2010, nella foto), si sono aggiudicati la prima edizione del premio bandito dalla Fondazione Renzo Piano con l’Associazione italiana di architettura e critica_presS/Tfactory per opere realizzate da under 40. Con le due menzioni ex aequo, premiato invece il fenomeno degli architetti che lavorano all’estero pur mantenendo rapporti diretti con l’Italia: ARCò – Architettura e cooperazione di Rozzano (Milano), per la scuola di bambù nel campo di Abu Hindi, a Gerusalemme est (2011), progetto di cooperazione internazionale della Onlus Vento di terra; Carlo Ratti e Walter Nicolino (carlorattiassociati, Torino) per il Digital Water Pavillion all’Expo 2008 di Saragozza, con pareti composte di gocce d’acqua che possono generare scritte e spostarsi in funzione del numero di visitatori. La valutazione dei progetti (circa 70, visibili su www.presstletter.com) si è svolta in due tempi: selezione dei 12 finalisti a cura dei redattori di PresS/Tletter e di alcuni progettisti Rpbw, poi l’individuazione del trittico da parte di Renzo Piano. Iotti+Pavarani, con il diafano «laboratorio aperto» costruito per il Centro di formazione avanzata Immergas, e soprattutto con la loro capacità di progettare a scale diverse e di seguire tutte le fasi fino alla direzione lavori hanno così avuto la meglio su chi si occupa di cooperazione con tecniche di autocostruzione volte al riciclo e su chi, con pareti a controllo numerico, valorizza ricerche sviluppate con l’insegnamento al Mit di Boston.

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Last modified: 10 Luglio 2015