Cecil Balmond è un ingegnere molto particolare perché, parallelamente a una lunga e brillante carriera nello studio Arup di Londra (che ha lasciato tra ottobre e novembre per fondare un proprio studio), ha cominciato a firmare alcuni progetti in prima persona; da architetto, insomma. Il «New York Times», in un articolo scritto da Nicolai Ouroussoff in occasione dellinaugurazione del suo primo progetto da solo, il ponte di Coimbra nel 2006, lo ha definito «il mago ingegnere che presto diventerà architetto». Fra laltro nel 2003 è stato il primo ingegnere a ricevere il Riba Jencks Award (premio inglese di architettura poi andato tra gli altri a Peter Eisenman, Foreign Office Architecture, UN Studio, Zaha Hadid, etc.) di cui va molto fiero. Nato in Sri Lanka nel 1943, Balmond ha studiato ingegneria allImperial College di Londra. È Deputy Chairman di Ove Arup and Partners dove dirige il ramo di ricerca sperimentale Advanced Geometry Unit (Agu). Tra le sue collaborazioni più note, il padiglione del Portogallo dellExpo 98 di Lisbona per Alvaro Siza , i progetti per Rem Koolhaas e Oma, con cui ha collaborato per più di ventanni, e il Serpentine Pavilion del 2002 a Londra per Toyo Ito. È direttore della Non-linear Systems Organization, un gruppo di ricerca della University of Pennsylvania School of Design dove è Paul Cret Professor. Balmond il 7 aprile è stato invitato dalla School of Architecture della Syracuse University e dallOsservatorio sullArchitettura della Fondazione Targetti, a Firenze, dove ha tenuto una lectio magistralis allinterno di un edificio progettato da uno dei suoi idoli di sempre, lIstituto degli Innocenti di Filippo Brunelleschi (unaltra personalità dotta in geometria, a cavallo fra architettura e ingegneria). Abbiamo incontrato lo strutturista inglese per capire meglio come riesca a districarsi agevolmente fra queste due discipline.
Lei, al contrario di molti suoi colleghi, ha pubblicato alcuni testi teorici (tutti pubblicati da Prestel: «Number 9. The Search for the Sigma Code», 1998; «Informal», 2002; «Element», 2007) in anni recenti anziché allinizio della sua carriera; ciò significa che per Lei la teoria è una conseguenza de lla pratica? E che cosè per Lei la teoria dellarchitettura?
Per me sicuramente la teoria è una conseguenza dellesperienza sul campo più che unidea a priori. Direi che la teoria è anzitutto un sistema di valori che mi è necessario per rianimare la geometria in termini del tutto nuovi. Sono convinto che gli antichi templi greci siano nati dalla geometria, o meglio da una certa geometria. Per dirla altrimenti, Dio non gioca a dadi, come si sa, e credo che abbia dei piani sebbene spesso restino segreti. Nasce da qui la mia fiducia nelle discipline. In ogni modo posso dire che i libri di teoria restano comunque prodotti della propria cultura. Nel mio caso lincontro fra saperi umanistici e scientifici nasce dalla mia biografia: mia madre era una pianista classica, mio padre invece svolgeva un lavoro tecnico-scientifico: da ragazzo leggevo allo stesso tempo Einstein e Shakespeare. Quanto ai miei libri, per il primo ci ho pensato bene diversi anni prima di pubblicarlo; ho lasciato che il tempo e altre esperienze lo arricchissero. Due amici architetti mi hanno incoraggiato molto a scriverlo, Daniel Libeskind e Rem Koolhaas.
Lei ha collaborato molto con Oma a partire dalla metà degli anni ottanta, e colpisce la definizione che Koolhaas ha dato di lei: un ingegnere che ha letteralmente scosso il terreno alle fondamenta dellingegneria – un campo dove la terra si muove molto di rado – e ha permesso così allarchitettura di essere immaginata diversamente. Questa idea di movimento è davvero così presente nel suo lavoro di strutturista?
In un certo senso sì. Ho collaborato con Oma sin dal progetto per la Kunsthalle di Rotterdam del 1986 e da allora, insieme con Koolhaas, abbiamo cercato di realizzare degli episodi architettonici, degli «spazi narrativi» allinterno dellarchitettura. Potrei dire che abbiamo interrogato lo spazio alla ricerca di una certa idea di movimento: penso sempre a come le persone si muoveranno in un edificio e a come vedranno la luce in uno spazio preciso. Nel progetto della Kunsthalle, in un lotto non molto grande, alla fine abbiamo dato vita a una successione di quattro tipi diversi di spazi. In realtà questa ricerca sulla natura dello spazio architettonico lavevo iniziata già un decennio prima, alla metà degli anni settanta grazie anche ad altre collaborazioni o a incontri per me decisivi come quello con James Stirling, che ho frequentato spesso a Londra e con cui ho collaborato per il suo museo di Stoccarda. Quello con Koolhaas resta comunque un incontro fondamentale e assai stimolante anche sul piano teorico.
Come definirebbe il suo nuovo gruppo Agu (Arup and the Advanced Geometry Unit)?
Un gruppo di architetti e ingegneri multidisciplinari.
Pensa che un gruppo che si occupa di progetti speciali come Agu, separato dalla casa madre Arup, sia ancora necessario vista levoluzione delle capacità professionali specie nei progettisti più giovani?
Sì e no. Nel mio gruppo speciale i progettisti vanno e vengono, naturalmente ci sono delle presenze stabili, ma in generale direi forse di no.
Che cosa pensa del fenomeno dei gruppi specializzati in geometria allinterno di studi di progettazione più grandi, chiamati altrimenti «computational groups»? Penso al gruppo Smart di Buro Happold, solo per fare un esempio. Credo che gli studi più grandi ne abbiano bisogno, ma dipende molto dalla scala dei progetti che si devono realizzare.
Pensa che i nuovi strumenti digitali possano agevolare il superamento della rigida separazione fra architettura e ingegneria in termini di p rofili professionali? Crede che il software favorisca lallargamento delle competenze professionali?
Personalmente credo che i modelli parametrici che oggi il computer ci offre costituiscano soprattutto uno stimolo progettuale. Il computer resta uno strumento ovviamente, ma è in grado di far innalzare la propria intuizione intorno allo spazio.
Crede che ingegneri e architetti dovrebbero intrecciarsi ulteriormente, per esempio fra i più giovani? In altre parole, crede che abbiano ancora senso studi di soli architetti o di soli ingegneri?
Penso che le competenze professionali siano profondamente differenti pertanto la separazione rimarrà tale. Non cè ragione per cui ingegneri e architetti debbano stare insieme per forza. Larchitettura potrebbe essere intesa in senso lato come un settore molto più ampio di quello che siamo abituati a considerare. Daltro canto credo anche che le specializzazioni troppo accentuate finiscano per limitare le nostre ambizioni.
A proposito del progetto che dovrà realizzare insieme con Anish Kapoor per le prossime Olimpiadi di Londra del 2012: che differenza cè a lavorare con un artista contemporaneo, il cui lavoro è spesso cangiante e difficile da definire? E in fin dei conti, larchitettura può essere arte?
Onestamente non ho incontrato nessuna difficoltà particolare; cè tuttavia ununica, enorme differenza: nellarte non devi affrontare il problema della funzionalità e in questo senso è un lavoro che può essere liberatorio. Nel progetto di torre di Kapoor è leggibile anche il mio intervento, ovviamente, cioè quello di uno strutturista che deve reggere in piedi lopera; ma lArcelor Mittal Orbit è anche unopera dingegneria sperimentale perché sarà la prima torre alta circa 120 metri con una struttura a connessioni intermittenti: un lavoro davvero stimolante. Credo quindi che larchitettura possa essere artistica, ma mai propriamente arte; se larchitettura cercherà di identificarsi con larte perderà la sua strada.