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Luca GibelloWritten by: Reviews

Biennale: siamo tutti africani?

Denunce, ricerche, rivendicazioni, orgoglio: la mostra principale della curatrice Lesley Lokko pone domande scomode e scuote le coscienze ma è confusa, dispersiva e avara di risposte

 

VENEZIA. Per approcciare la mostra principale è forse opportuna una triplice premessa: lo statuto disciplinare dell’architettura è completamente in discussione, compresi gli attori legittimati a trattarne; la «distinzione sfumata tra idee e oggetti», affermata dalla curatrice Lesley Lokko, implica modi di rappresentazione assai diversi tra loro (d’altronde, non siamo sempre lì a lamentarci che i temi dell’architettura e della pianificazione del territorio non riescono a intercettare l’interesse del pubblico allargato?); l’offerta di “pari opportunità”, data dalla curatrice a quella parte del mondo che in genere non ha voce, con molte figure giovani, spesso esordienti, sprovviste delle risorse di blasonati partecipanti dai fatturati milionari, designa un confronto impari con la messa in scena di precedenti edizioni.

 

Prese di posizione

La guida curatoriale di Lokko è tanto forte nelle linee d’indirizzo, quanto impalpabile e confusa nella regia scenografica. Buona la scelta di partire dal Padiglione centrale ai Giardini, accostando pezzi forti che fanno da “padrini” ad altrettanti debuttanti. Ma le sale d’ingresso, riservate alle introduzioni, sono piene solo di citazioni alle pareti. Vieppiù dicasi per l’incipit all’Arsenale: nessun allestimento coup de coeur, oltre alla negazione della straordinaria assialità delle Corderie per via della suddivisione caotica a zig zag dei “lotti”. 

Gli stimoli presentati al pubblico dagli 89 partecipanti (età media, 43 anni) vanno in molteplici direzioni: dall’approfondita ricerca storica, economica oppure sociale di matrice accademica anglosassone (Baloji, Office 24-7), al report d’indagine sul campo, incrociando analisi del territorio (Estudio A0, Weizman) e data journalism (Killing); dalla riconcettualizzazione di alcuni topoi, dalla casa fino al totem, passando per le membrane (Barnes, MOE, Dhaliwal, Vally e Musbahi, Canty) all’interpretazione artistica di storie, fenomeni, costumi (Adeyemo, Camp, Clottey); dalle buone pratiche (Elementerre, SCAPE) alla costruzione di appartenenze di comunità (Biemann, DAAR, poi premiato con il Leone d’Oro), finanche a scenari distopici (Grandeza, Basis). Ne emerge un quadro di particolare ricchezza epistemica che giocoforza assume, in chiave geopolitica e storica, i connotati della denuncia e della rivendicazione, per i popoli e in nome della salvaguardia dell’ambiente.

Raramente, tuttavia, tali messaggi riescono a impattare sullo spettatore per via di una latitanza dell’allestimento, troppoaffidata al supporto del video (documentario), che genera assuefazione nel visitatore. Una grande mole di lavoro, dunque, spesso restituita in maniera poco efficace e dispersiva.

Un caso, però, in cui l’operazione riesce riguarda la lettura di Stephanie Hankey, Michael Uwemedimo e Jordan Weber (Synthetic Landscapes), inerente le depredazioni ambientali nel delta del fiume Niger, restituite con immagini e suoni cui gli spettatori assistono su un battuto di terra riciclata da un’opera della Biennale Arte 2022 (“Eartly Paradise” di Delcy Morelos), aggregata con semi di mais geneticamente modificati e perline veneziane con cui, in passato, si barattavano esseri umani. 

 

E l’architettura?

In continuità con la precedente edizione (How we will live togheter?), questa Biennale suscita domande ancor più profonde e scomode, basate sulla compatibilità sociale e ambientale dei paradigmi di vita occidentale; mette definitivamente in crisi le verità sui “primati” acquisiti e su improbabili “sorti magnifiche e progressive”; arricchisce il patrimonio di conoscenze a disposizione; accresce le consapevolezze, così come le responsabilità individuali.

Tuttavia, è ancor più avara di risposte. Risposte che, vista l’impostazione, non potranno trovarsi nell’architettura con la A maiuscola. In questo, alcuni dei pochi big, steccano (l’avreste mai detto?). Su tutti, Sir David Adjaye, onnipresente in Laguna: valgano sia l’oscuramento della sala affrescata da Galileo Chini all’ingresso del Padiglione centrale ai Giardini per ospitare un cinerama degno del National Geographic su 4 sue opere, sia un’ampia seconda sala dedicata a una parata di raffinatissimi super modelli (tutti del medesimo legno) per grandi progetti culturali da far invidia a Mario Botta o a David Chipperfield (sia per i modelli che i progetti, beninteso). In misura minore, ma analoga, stonano anche il cinese ZAO o gli scozzesi Dualchas, mentre i catalani Flores & Prats individuano il laboratorio del futuro nella manipolazione del patrimonio edilizio del passato (come fanno i cinesi Neri&Hu), ma replicano l’allestimento di una precedente Biennale trasportando il loro atelier in Laguna e invadendo un’area delle Corderie. 

C’è poi chi fa autopromozione di bassa lega, a metà tra il rampante developer e Tecnocasa (Koffi & Diabaté), e chi invece s’impegna alla scala della micro-committenza e dei processi produttivi, tra autocostruzione e industrializzazione degli elementi costruttivi. In particolare, il riferimento va all’impegno decennale di Low Design Office, che presenta un kit di progettazione di piccoli chioschi modulari open source, a partire dal riciclaggio di componenti recuperati da discarica.

Sulla strada dell’umiltà, infine, le due partecipazioni più toccanti. A differenza del blasonato collega Adjaye (che non vanta, come invece lui, il Pritzker), Francis Kéré mette in scena una chiara sintesi di evidenza sillogistica tra modi di costruzione tradizionali e incongruenze del “moderno”, con la prefigurazione di un accogliente spazio domestico per la casa africana del domani, in cui l’abitante possa riconoscersi; efficace messaggio, grazie al nesso tra allestimento e progetto di uno spazio. Riesce a fare tanto con poco anche Mariam Kamara (atelier masōmī). L’architetta nigeriana occupa poeticamente una grande stanza pittandola total brown, vi disegna a tutt’altezza con il gesso a mano libera (!) sezioni, piante e prospetti di edifici storici e v’incastra 3 elementi decorativi di finestra, oltre a 4 modellini e 3 piccoli schermi raffiguranti suoi progetti. Nesso passato-futuro, minimal, low cost: chapeau!

Gli italiani

Tra i practicioner diasporici, come definisce Lokko la sua brigata, non è facile ambientarsi. Per raccontare un significativo progetto di conversione (dell’ex base NATO di Monte Calvarina a Roncà, Verona, a uso della fondazione Security and Freedom for Europe), AMAA (Marcello Galiotto e Alessandra Rampazzo) presenta un allestimento tanto d’impatto quanto poco comprensibile. A loro agio negli ampi spazi delle Corderie quelli del collettivo orizzontale, che ovviamente plasmano uno spazio pubblico tra arena e playground (ma la direzione della Biennale non doveva fargli togliere racchette e pallina da tennistavolo!), dandone poi evidenza entro una reinterpretazione di Roma vista a partire dalla periferia che si fa centro: idea buona, ma incompleta. Decisamente più understated, tendente al bonjour tristesse, la nostra terza presenza: il progetto del campus scolastico Kappaert, tema su cui BDR bureau (qui, con i belgi carton123) lavora da tempo è riletto, un po’ troppo concettualmente, esplorandone gli elementi di soglia. 

 

Che cosa resterà

Di ogni Biennale, forse è questa la domanda cruciale, perché ne riguarda l’impatto. Ricordiamo ancora l’edizione Reporting from the front, cui questa tende, approfondendo le domande, ma perdendosi troppo per strada, con troppa arte, troppi video e quasi nessun rendering (che non è affatto un male, dato il loro iperrealismo, ma, parlando di futuro, qualcuno ci stava).

La ricorderemo? Certamente, almeno per il tentativo di ridistribuire opportunità e pesi rispetto al sud del mondo. E’ una Biennale molto politica, antagonista, e questo non può che far bene nello stimolare un dibattito allargato. Probabilmente ne usciamo senza risposte, ma sarebbe già tanto se, una volta tornati a casa, la coscienza che accompagna il nostro inquieto presente si fosse un poco increspata.

 

Immagine di copertina: atelier masōmī (Mariam Kamara), particolare della partecipazione nella sezione “Force Majeure” al Padiglione centrale dei Giardini – Foto © Fabio Oggero

 

Autore

  • Luca Gibello

    Nato a Biella (1970), nel 1996 si laurea presso il Politecnico di Torino, dove nel 2001 consegue il dottorato di ricerca in Storia dell’architettura e dell’urbanistica. Ha svolto attività di ricerca sui temi della trasformazione delle aree industriali dismesse in Italia. Presso il Politecnico di Torino e l'Università di Trento ha tenuto corsi di Storia dell’architettura contemporanea e di Storia della critica e della letteratura architettonica. Collabora a “Il Giornale dell’Architettura” dalla sua fondazione nel 2002; dal 2004 ne è caporedattore e dal 2015 direttore. Oltre a saggi critici e storici, ha pubblicato libri e ha seguito il coordinamento scientifico-redazionale del "Dizionario dell’architettura del XX secolo" per l'Istituto dell’Enciclopedia Italiana (2003). Con "Cantieri d'alta quota. Breve storia della costruzione dei rifugi sulle Alpi" (2011, tradotto in francese e tedesco a cura del Club Alpino Svizzero nel 2014), primo studio sistematico sul tema, unisce l'interesse per la storia dell'architettura con la passione da sempre coltivata verso l’alpinismo (ha salito tutte le 82 vette delle Alpi sopra i 4000 metri). Nel 2012 ha fondato e da allora presiede l'associazione culturale Cantieri d'alta quota

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Last modified: 31 Maggio 2023