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Written by: Mosaico Progetti

Vienna, per Heidi Horten un museo a effetto (facile)

Visita alla collezione privata d’arte, su progetto – non del tutto convincente – dello studio the next ENTERprise

 

VIENNA. Nel cuore della città asburgica, e a pochi passi dall’Albertina, con il suo sconfinato patrimonio di disegni e incisioni di ogni epoca, si apre in modo discreto l’accesso al nuovo edificio che ospita la HHC-Heidi Horten Collection. La nascita di un museo privato è un evento sempre più frequente che meriterebbe di essere analizzato a parte con attenzione. Nel nostro caso troviamo, anzi tutto, la mecenate e padrona di casa, Heidi Göess-Horten, che è anche “la donna più ricca dell’Austria”, come dimostra la sua stabile presenza nella lista annuale che “Forbes” stila sulle persone più abbienti del pianeta. Poi, la sua collezione privata, che conta opere che vanno dai primi espressionisti ai contemporanei, offrendo un inedito spaccato delle correnti e delle posizioni artistiche, anche le più recenti. Gli appassionati viennesi hanno già avuto modo di apprezzare la consistenza di questa collezione grazie ad un’anteprima che il Leopold Museum (“WOW. The Heidi Horten Collection”) le ha dedicato nel 2018. Dal 3 giugno, la mostra inaugurale “OPEN” offre nuovamente al grande pubblico una selezione dei pezzi principali di questa importante raccolta d’arte.

 

La collezione

Risale al primo dopoguerra, quando Horten comincia ad acquistare, assieme al marito, alcuni pezzi significativi del periodo moderno. Le acquisizioni procederanno in maniera sempre più sistematica, ampliando l’ambito d’interesse fino al contemporaneo. Un posto di rilievo, accanto a opere di maestri riconosciuti come Lucio Fontana, Robert Rauschenberg e Dan Flavin, lo trovano anche artisti austriaci come Franz West, Erwin Wurm e Brigitte Kowanz. L’ordinamento della collezione si è sviluppato nel tempo con la collaborazione di Agnes Husslein-Arco, oggi direttrice della nuova istituzione museale dopo i turbolenti trascorsi nello Schloss Belvedere. La bellezza dei pezzi in mostra non basta, però, a far scivolare in secondo piano l’ombra inquietante proiettata sull’origine delle fortune di Helmut Horten, costruite in maniera opportunistica sotto il nazismo, nonostante la pronta diffusione di uno studio storico, appositamente commissionato.

 

Il museo

L’edificio della HHC è un corpo di fabbrica che risale al 1914, realizzato all’interno di un cortile del blocco urbano (Hanuschhof) che si affaccia proprio di fronte all’Albertina. Un luogo difficile: la sua ristrutturazione è stata vincolata dalle limitazioni dovute alla ristrettezza dello spazio e al breve tempo concesso alla realizzazione. Per il progetto di adattamento sono stati invitati tre gruppi di architetti: Ortner&Ortner, Kuehn Malvezzi e the next ENTERprise, che si sono aggiudicati il primo premio e la realizzazione del museo.

L’edificio originale era costituito da un corpo classicheggiante in forma di C. I due architetti vincitori, Marie-Therese Harnoncourt e Ernst J. Fuchs, sono intervenuti conservando le facciate preesistenti e svuotando completamente l’edificio al suo interno per ricostruirlo. Mentre le testate laterali conservano ancora tracce della struttura originaria, la parte centrale del nuovo museo è costituita da pesanti piastre che ruotano rispetto ai muri esterni.

I diversi livelli sono collegati da scale metalliche, in acciaio inossidabile sabbiato, che si protendono a gomito nel vuoto. L’ingresso principale è ricavato dallo svuotamento di un angolo del vecchio edificio al piano terra, dove troneggia anche la “Vibrosauria” di Constantin Luser, appositamente realizzata per l’occasione. Gli spazi espositivi interni sono illuminati quasi esclusivamente da luce artificiale proveniente dai soffitti luminosi; un telo traslucido ricopre all’interno le facciate, filtrando opportunamente la luce solare per proteggere le opere.

 

Antico e nuovo

Il nuovo edificio offre spazi espositivi chiari e funzionali, ma non risolve in maniera convincente la relazione fra il preesistente e il nuovo, né quella fra il museo e la città. Le piastre dei nuovi livelli sembrano “nuotare” nell’involucro antico come prive di punti di riferimento. Anche la cromia delle finiture, in giallo e rosso, appare sbilanciata e finisce col compromettere l’equilibrio visivo degli spazi. Le stanze laterali sono timide imitazioni dell’edificio preesistente, mentre gli allestimenti che vi sono ospitati, la Tea Room di Markus Schinwald e Hans Kupelwieser, e anche gli specchi di Andreas Duscha, convincono solo grazie alla loro autonomia espressiva.

Nonostante l’interesse artistico della collezione, l’edificio non riesce, nel suo complesso, a proporre uno spazio museale attraente. L’adattamento si concentra su alcuni facili effetti (le scale a sbalzo, l’ingresso d’angolo), invece di proporre un concetto complessivo efficace. Questa ricerca del facile effetto è, anche a livello comunicativo, quello che forse maggiormente nuoce al nuovo museo: un eccesso di personalizzazione della mecenate e della direttrice e, forse, anche la vaghezza del programma culturale lasciano spazio a interrogativi insoluti.

Immagine di copertina: © Heidi Horten Collection

 

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Last modified: 6 Giugno 2022