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Ugo CarughiWritten by: Progetti

Gallerie d’Italia Napoli, per conservare occorre modificare

Visita all’intervento di Michele De Lucchi – AMDL Circle nel Palazzo del Banco di Napoli per il programma museale di Intesa Sanpaolo

 

NAPOLI. «L’esigenza di conservare […] non significa affatto […] pretendere di lasciare le cose come stanno, bloccando ogni iniziativa. Le cose, lasciate a sé stesse, non restano affatto ferme, e per conservare occorre […] modificare la realtà». Queste considerazioni di Leonardo Benevolo, risalenti al 1957, suonano quanto mai attuali a proposito della conversione di alcuni storici edifici bancari in altrettanti musei, condotta da Intesa Sanpaolo.

Il nome che li accomuna, Gallerie d’Italia, sottolinea ad un tempo l’unitarietà e la portata nazionale di un’iniziativa che coniuga le esigenze dell’economia con quelle della cultura, rappresentata da opere d’arte d’ogni tempo e di straordinario rilievo. Riunite nelle collezioni dell’Istituto, esse risultano ulteriormente valorizzate dall’importanza degli stessi edifici bancari, nonché dall’esser parte di un “patrimonio consolidato” aperto al pubblico.

 

Il Palazzo del Banco di Napoli

L’intervento condotto sul palazzo del Banco di Napoli nella città partenopea ne costituisce un esempio di rilievo, con l’esposizione di ulteriori opere provenienti dal MANN e dalla collaborazione con il MIC, che amplificano gli orizzonti dell’iniziativa.

Fin dalla prima metà del Cinquecento un lungo processo di trasformazioni urbane aveva interessato il grande isolato di San Giacomo, delimitato da via Toledo, via Imbriani, piazza Municipio e via San Giacomo. Il sito aveva acquisito una progressiva importanza nel processo di urbanizzazione della città a occidente. Vi erano sorte una chiesa dedicata al santo, rivolta verso il largo di Castello e il mare, un ospedale prospettante su via Toledo e il Banco di San Giacomo, oltre a numerose residenze. Prima delle trasformazioni novecentesche, il palazzo dei Ministeri di Stato, realizzato da Stefano Gasse (1819-25), fu l’ultimo intervento di rilievo: una delle più vaste fabbriche d’Europa, con una strada interna parzialmente vetrata che collegava il largo di Castello a via Toledo.

La costruzione del palazzo del Banco di Napoli,a firma di Marcello Piacentini (1936-39), aveva comportato la chiusura della galleria interna e l’arretramento di due metri della facciata sulla popolosa via Roma, oggi Toledo. Una facciata connotata da un classicismo semplificato, con aperture “cavate nel masso”, secondo le parole dello stesso Piacentini, e con lesene e colonne esibite in una dimensione gigante per esprimere, come osservato dallo storico dell’architettura Sergio Pace, «un sistema di valori astratti […] la sicurezza, l’affidabilità, l’inviolabilità, l’economia, la sobrietà, il decoro, l’eleganza, la convenienza, che connotavano la tipologia degli edifici bancari».

 

L’intervento di De Lucchi e il mantenimento dei valori dell’edificio

I valori espressi dall’edificio sono ancora tutti presenti dopo gli interventi di Michele De Lucchi: il primo, nel 2008, con l’obiettivo di conferire ai saloni del piano terra un senso di apertura e libertà (riducendone) la rigidità funzionale, secondo le sue stesse parole. Inaugurato il 21 maggio, a 4 giorni di distanza dall’apertura della sede di Torinol’intervento odierno ha riguardato varie parti dell’edificio, a cominciare dall’esterno, dove alcuni gradini in metallo dorato si stendono come un tappeto prezioso in corrispondenza del fronte d’ingresso, saldandosi alle fontane disegnate da Nicola Pagliara nel 1987. L’atrio, in diretto e luminoso rapporto con l’esterno, è dominato dalla scultura ellenistica dell’Atlante Farnese, proveniente dal MANN. Nel salone centrale destinato alle esposizioni temporanee, la mostra della XIX edizione di “Restituzioni”, con le opere restaurate in attuazione del programma biennale di salvaguardia e valorizzazione condotto da Intesa Sanpaolo con il MIC.

Le strutture allestitive, disposte in diagonale, si contrappongono alla severa ortogonalità delle membrature marmoree del salone. Confidiamo che quel senso maestoso di vuoto che vi si respirava, oggi gravato dalla quantità e dimensione dei materiali espositivi, possa in qualche modo essere salvaguardato nei successivi allestimenti. Ai primi due piani, impeccabilmente allestiti, i nuovi ambienti museali. Il primo piano accoglie dipinti e sculture d’ambito meridionale, tra cui il “Martirio di sant’Orsola”, ultima opera di Caravaggio, oltre a tre aule didattiche e una biblioteca. Al secondo piano si aprono gli altri due itinerari: le ceramiche attiche e magnogreche e le opere dei secoli XX e XXI.

Possiamo, dunque concludere ancora con una considerazione di Benevolo del 1957: «Una delle prerogative più importanti dell’architettura […] è di non essere legata univocamente alla funzione originaria, ma di contenere sempre un margine, più o meno vasto, per altre utilizzazioni […]. Ciò comporta una corrispondente possibilità di trasformazioni d’ordine formale, che l’edificio sopporta senza perdere la sua individualità e il suo carattere».

Immagine di copertina: © Ciro Fusco

 

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Last modified: 1 Giugno 2022