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Written by: Forum

Napoli non è un’isola

Riceviamo e pubblichiamo un botta e risposta tra Gerardo Mazziotti e Pasquale Belfiore, ex assessore all’Urbanistica, sulle molte questioni metropolitane della città partenopea

 

Francesco Saverio Nitti sosteneva nel 1903 che “I problemi di Napoli possono trovare soluzione soltanto se inquadrati in quelli dei comuni della provincia che la stringono in una corona di spine”. Perché Napoli non è un’isola in mezzo al mare, ma è al centro di una conurbazione di 92 comuni, forse la più mostruosa e anche la più brutta d’Europa, che è lo specchio di un disordine urbanistico selvaggio, di un degrado sociale spaventoso e di un’evidentissima illegalità di massa.

E mostruosa e brutta è rimasta, a dispetto delle promesse di darle “un razionale assetto” attraverso l’istituzione nel 2016 della Città metropolitana, in attuazione della legge n. 7 del 7 aprile 2014. Una Città metropolitana, che, in cinque anni, non è stata in grado di dare precise indicazioni per la soluzione dei problemi dell’abitazione, della sanità, della scuola, della mobilità, del disinquinamento dell’aria e del mare, del rinnovo del patrimonio edilizio degradato e privo di qualità, della rivitalizzazione dei centri storici, del recupero delle periferie degradate, del riuso delle aree industriali dismesse, del ciclo dei rifiuti, degli impianti produttivi ecocompatibili, delle attività commerciali e del turismo, e ai problemi del sottosuolo, del razionale utilizzo delle risorse idriche e, non ultimo, al problema drammatico della criminalità organizzata. Si è limitata a sostituire l’ente Provincia (un’inutile struttura amministrativa che andava comunque abolita) ma non ha azzerato i 92 comuni esistenti nel territorio provinciale. I quali continuano ad essere amministrati (si fa per dire) da 1.804 consiglieri comunali, 728 tra sindaci, vice sindaci e assessori, 441 consiglieri delle municipalità napoletane, per un totale di 2.973 dilettanti che mandano allo sbaraglio 3 milioni di poveri cristi. La Città metropolitana di Berlino ha una popolazione di 3.419.623 abitanti e un’estensione di 892 kmq con una densità di 3.834 ab/kmq (superiore a quella dell’area metropolitana di Napoli di 1.172 kmq e con una densità di 2.559 ab/kmq) ed è amministrata da un solo sindaco, da una sola giunta e da un solo consiglio comunale. Come tutte le città metropolitane del mondo.

Sic stantibus rebus, viene da chiedersi che senso ha la richiesta di Pasquale Belfiore di un nuovo PUC (Piano urbanistico comunale) per Napoli, limitato nella sua asfittica cinta daziaria di appena 117 kmq, come se a occidente non fosse legata intimamente con Pozzuoli, Bacoli e Monte di Procida e a oriente con Portici, San Giorgio a Cremano, Ercolano, Torre del Greco. Torre Annunziata, Castellammare e Sorrento fino a Massa Lubrense e a nord con Melito, Casoria, Casavatore, Afragola e gli altri comuni fino a Frattaminore. Ognuno di questi comuni è tenuto a dotarsi del PUC, per cui il “razionale assetto dell’area metropolitana attraverso il riordino della mostruosa conurbazione” è affidato a 92 PUC e non a un Piano strategico redatto dalla Città metropolitana. Una follia, se non una vera e propria idiozia.

Ecco perché è necessario istituire la Grande Napoli, proposta alcuni anni fa da Marco Pannella e da chi scrive. Basta una legge che aggreghi alla città capoluogo tutti i 91 comuni della provincia. Come è stato fatto nel passato con il Regio Decreto n. 2183 del 15 novembre 1925 e con il Decreto Legge n. 1002 del 3 giugno 1926, con i quali sono stati aggregati alla città di Napoli i comuni di Barra, Chiaiano, Pianura, Ponticelli, San Giovanni a Teduccio, San Pietro a Patierno, Secondigliano e Soccavo. Una Grande Napoli con un solo sindaco, con un solo consiglio comunale e con un adeguato numero di municipalità.

Quanto al centro storico napoletano, ricordo che nemmeno il Piano, redatto da Belfiore come assessore comunale, ha pensato di salvare il prezioso portone ligneo del palazzo Diomede Carafa e il palazzo rinascimentale Carafa di Montorio.

Gerardo Mazziotti

 

Rispondo ai rilievi mossi da Gerardo Mazziotti al mio scritto su questo Giornale. Scrive che non ha senso la mia richiesta di procedere subito alla redazione del PUC di Napoli. Dice una cosa inesatta. Non sono io che chiedo il Piano, è la Regione Campania che obbliga il Comune a farlo in base al Regolamento Regionale (n.5 4 agosto 2011), più volte aggiornato. Senza Piano, Napoli diventerebbe ancor più ferma di quanto sia oggi.

Scrive ancora che, per superare la frammentazione di 92 PUC, tanti quanti sono i Comuni della Città metropolitana, occorre un Piano Strategico. In realtà, questo Piano già esiste, ma riguarda gli investimenti e, soprattutto, non può sostituire i PUC dei singoli Comuni. Invoca poi una legge per aggregare in uno solo i 92 Comuni dell’ex provincia di Napoli. Lodevole proponimento, ma non ci sono precedenti in Italia in questa direzione. Il caso citato della “Grande Napoli” degli anni venti riguarda un Regio Decreto del periodo fascista quando le annessioni decise d’imperio erano, ovviamente, più facili a farsi.

Disegnare scenari nei quali ogni cosa va subito e docilmente al suo posto – “basta una legge”, scrive Mazziotti, basta imitare la virtuosa Città metropolitana di Berlino – è esercizio facile che spiazza chi invece tenta di fare i conti con la durezza e la complessità delle situazioni, confrontandosi con il reale e cercando contemporaneamente di modificarlo, laddove insensato. Ho collaborato di recente con altri al volume Verso Napoli Città metropolitana, curato da Patrizia Bottaro e Massimo Pica Ciamarra. Un contributo al dibattito per cambiare le cose con metodo e raziocinio.

Scrive infine che il sottoscritto, come redattore del Piano di interventi sul Centro storico Unesco (2010), non ha inserito nel programma il restauro del Palazzo Diomede Carafa e di un portone ligneo monumentale. Non so cosa c’entri un episodio di dieci anni orsono parlando del futuro di Napoli. Forse Mazziotti voleva sottolineare i miei errori presenti, sempre probabili, e le mie omissioni passate, altrettanto probabili. Insomma, una mia perdurante inconcludenza. Sulle omissioni, gli ho spiegato più volte che si tratta di beni privati sui quali non si può intervenire con fondi pubblici. La prima precisazione risale ad oltre un lustro or sono, e non è stata la sola.

Pasquale Belfiore

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Last modified: 6 Ottobre 2021