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Alba CappellieriWritten by: Design

Triennale di Milano: così si rinnova il Museo del design

Invece della tabula rasa, il direttore Marco Sammicheli opta per interventi minuti di miglioramento, con l’introduzione di pochi nuovi oggetti, tra cui la Nuova 500 D e l’arredo di Carlo Mollino per casa Albonico, recentemente acquisito

 

MILANO. La Triennale ha dedicato al Museo del design italiano un approfondimento del percorso espositivo con gli obiettivi, nelle parole del direttore Marco Sammicheli, “Di migliorare i contenuti narrativi delle opere, di evidenziare la storia e il ruolo che Triennale ha avuto dalla sua istituzione a oggi e di fare in modo che questa storia fosse accessibile a tutti: agli esperti, ai cittadini, ai turisti”. Rispetto alla precedente edizione, curata da Joseph Grima, si tratta d’interventi dall’impatto minimo sull’allestimento esistente, poco riconoscibili per il grande pubblico ma molto incisivi e utili per la fruibilità e la conoscenza delle opere, in termini di contenuti come di grafica.

Si tratta dell’inserimento di testi e grafiche sulle pareti perimetrali che raccontano la storia di Triennale, che nel 2023 celebrerà i 100 anni dalla sua istituzione, delle Esposizioni internazionali e delle mostre in cui alcuni degli oggetti esposti sono stati presentati, come ad esempio la celebre Mostra dell’industrial design della X Triennale del 1954, con allestimento di Achille e Pier Giacomo Castiglioni.

Sono interventi che accrescono i livelli di lettura e approfondimento, innestandosi nell’esistente con eleganza e rispetto, come i nuovi testi per gli oggetti esposti di cui sono state scritte e riprogettate completamente le didascalie, oltre a testi d’inquadramento storico, che mettono in evidenza le evoluzioni del design decade per decade, le mostre e gli eventi più significativi per la storia del design legati all’istituzione. “Si tratta di un profondo radicamento della collezione del museo nella storia” precisa Sammicheli, facendo riferimento alle numerose “storie” del design che s’intrecciano nella collezione del Museo ma anche ai confini sfumati di una disciplina che per vocazione sfugge ai recinti disciplinari per aprirsi ai transiti e alle contaminazioni.

Nell’epoca del narcisismo e del “nuovismo”, Sammicheli ci offre una lezione di umiltà e di generosità curatoriale, oltre a una riflessione critica. Rinunciando al principio della tabula rasa che ogni cambio di direzione porta inevitabilmente con sé (chissà poi perché), ci dimostra che è possibile un lavoro minuto, interstiziale, una paziente opera di “cucitura” dell’esistente, il cui obiettivo non è la “novità” ma il miglioramento. Perché, come affermava Ludwig Mies van der Rohe ai suoi collaboratori, “It’s not important to be original. It’s important to be good!”.

Per questo non sono molti gli oggetti di nuovo inserimento, come la mitica superutilitaria simbolo del Made in Italy nel mondo: la Nuova 500 D del 1960 di Dante Giacosa per FIAT, che entra a far parte del percorso espositivo del museo insieme, tra gli altri, alla Elettra dei BBPR per Arflex o alla Forma Zero di AG Fronzoni per Valextr. Si arricchiscono notevolmente gli apparati che accompagnano gli oggetti: fotografie, campagne pubblicitarie, packaging originali, materiali grafici, poster e alcuni bellissimi modelli in legno realizzati da Giovanni Sacchi per mostrare l’evoluzione del progetto dalla fase di studio e sviluppo fino alla realizzazione. Particolare attenzione è stata dedicata agli studenti e ai neofiti. Per loro è stato realizzato il Design Menu, una raccolta di 12 parole che mette in relazione gli oggetti con i concetti costitutivi del design: progetto, comfort, modulo, ispirazione, giunto, pezzo unico, produzione in serie, ergonomia…

A dimostrare la natura sistemica del design italiano sono state allacciate relazioni con istituzioni, associazioni e archivi, le cui donazioni e comodati hanno portato all’ampliamento della collezione. Grazie a loro, il percorso espositivo si è arricchito di opere di grafica, textile, automotive ed exhibition design.

Resta confermato anche l’arco temporale del museo, le cui circa 200 opere illustrano le traiettorie del design italiano dal 1946 al 1981, ordinate cronologicamente. Ora che il passato è stato correttamente interpretato non ci resta che attendere la nuova programmazione espositiva dedicata alla contemporaneità, più volte anticipata dal presidente di Triennale Stefano Boeri, perché, non dimentichiamolo, il design è la disciplina del presente, capace di anticipare visioni del futuro. Per questo sarà decisivo come il museo racconterà i frammenti del presente e la loro complessità.

Immagine di copertina: © Triennale Milano-foto Gianluca Di Ioia

 

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Last modified: 14 Luglio 2021