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Luigi BartolomeiWritten by: Città e Territorio Mosaico

The Student Hotel a Bologna, tassello della gentrificazione

La pur pregevole trasformazione edilizia dell’ex Telecom alla Bolognina sembra rinnegare la vocazione sociale del contesto

 

BOLOGNA. Tenuto conto della fisionomia urbana, per il profilo che la città detiene nella realtà e nell’immaginario, non si può introdurre The Student Hotel solo per il suo programma e la sua architettura. Prima di celebrare questa, occorre pur dire che la sede bolognese di TSH nasce sulle ceneri della politica.

 

Dalla comunità autogestita al TSH nel ruolo del mostro

Quando, nel dicembre 2014, l’ex Telecom alla Bolognina veniva occupato da una comunità multietnica di circa 280 persone e molti minori, l’ampio edificio era vuoto ormai da un decennio, proprietà di un fondo immobiliare tedesco. Nel giro di una settimana esso divenne una delle più ampie comunità autogestite del Nord Italia, proprio sotto le pareti vetrate della nuova sede del Comune (progetto di MCArchitects), sull’altro lato di via Fioravanti.

La Bolognina, la città delle residenze operaie disegnata dal piano del 1889 sull’altra sponda dello scalo ferroviario, oggi è uno dei più vivaci laboratori di nuova urbanità della città. Lo storico profilo popolare è iniettato di nuove presenze multiculturali per un’evoluzione del quartiere non senza contrasti, ma altrettanto senza rivoluzioni, per un cambiamento dal basso che non stravolge il profilo originario dei luoghi, costruito su una rete di relazioni sociali empatiche, tra i blocchi abitativi di primo Novecento e il mercato di via Albani, spazio d’incontro già divenuto di cultura e spettacolo circondariale.

In questa graticola, via Fioravanti disegna uno spartiacque nord-sud. Ad est, la città che abbiamo descritto; ad ovest, celato dalla facciata razionalista dell’ingresso all’ex Mercato ortofrutticolo (1930) e dalla pensilina Nervi – che pare poi di Nervi non sia -, il cantiere perpetuo della nuova area Navile, con il solo edificio di Cino Zucchi fuori scala e fuori luogo, in tenuta mimetica tra lotti occupati da sterpi in luogo d’isolati mai nati.

Le quote inizialmente previste di edilizia residenziale sociale (2007) nel tempo sono state ridotte, ma è recente (marzo 2021) la notizia di prossime prime cantierizzazioni per una nuova rimodulazione del progetto che consegnerà appartamenti di taglio più grande, per mettere al primo posto le esigenze di famiglie con minori. Chissà se tra queste ve ne saranno alcune che furono allontanate dall’ex Telecom tra tensioni e due cordoni di poliziotti in tenuta d’assalto, il 20 ottobre 2015. Una scena raccapricciante, difficile da dimenticare, che anche all’alba dell’inaugurazione del TSH (e siamo all’ottobre 2020), ha dato il destro per manifestazioni e cortei. A valle dei fatti, è difficile prescindere dalle ideologie e il TSH ha assunto il ruolo del mostro, ostello di lusso ad obliterare la spontanea vocazione sociale che aveva assunto il fabbricato.

In realtà i prezzi sono concorrenziali, in una cornice di servizi integrati (dalla palestra, al coworking) che fanno dell’ospitalità una nuova esperienza, con lo spazio fisico dell’Hotel a crocevia di diverse utenze: dalla famiglia che attende la ristrutturazione, agli studenti Erasmus semestrali, al professionista che qui può trovare la flessibilità per organizzare un evento o una riunione e scappare in bicicletta.

 

Un progetto inclusivo, aperto e innovativo

La formula non manca di originalità, e TSH pare la ricaduta concreta di un social, uno di quei fenomeni dalla genesi nuova perché invertita: non dalla realtà al web, bensì, viceversa, dal web alla realtà, con software che ispirano nuovi ruoli professionali, come quello del “connector” a ibridare le competenze e promuovere sinergie. Nel tessuto della Bolognina e dalle memorie dell’edificio, TSH è riscattato dalla sua inclusività, perché in via Fioravanti 27 si può entrare per lavoro, per un caffè, per una camera o un alloggio: un hub aperto, all’opposto dell’esclusività dei distretti del lusso.

L’architettura conferma il programma funzionale. Nei suoi quartieri basamentali e nelle camere l’edificio è stato scorticato fino alla membratura portante, col cemento armato lasciato a vista nei pilastri e nei soffitti, mai schermati da cartongesso o velette. Se ne ottengono spazi eccezionalmente alti, ridotti solo dagli impianti a vista. I bagni sono 315, moduli monoblocco prefabbricati, inseriti nel quadro di una ristrutturazione curata dallo studio Open Project, autore di un progetto integrato di architettura, strutture e impianti che include l’adeguamento sismico e la soprelevazione di un piano. Gli interni e l’accattivante atmosfera underground, animati dalle vivaci cromie degli elementi tecnologici, sono invece opera dello studio Rizoma: strutture e architettura a chilometro zero, di due note firme bolognesi.

 

Comunità cosmopolita vs abitanti stanziali

Un buon progetto d’architettura, nella complessità delle sue componenti, è comunque più facile da ottenere di una visione di città. La questione che in questa vicenda rimane inevasa, ben prima del pregio dell’architettura, è il reale potere che resta agli amministratori locali per perseguire un disegno di città indipendente o in opposizione ai flussi di mercato e agli interessi economici che investono il territorio da orizzonti globali, favorendone la gentrificazione. Perché prediligere la comunità cosmopolita (ma in fondo standardizzata) di consumatori del suolo che attira un hotel, alla comunità ugualmente cosmopolita dei suoi abitanti stanziali? Tanto più che in Italia, costituzionalmente, la proprietà privata non è assoluta, ma “riconosciuta e tutelata dalla legge allo scopo di assicurarne la funzione sociale” (art. 42) come ha recentemente ribadito Paolo Maddalena sulle pagine de “il manifesto”.

E allora “Commons”, insegna d’angolo di TSH ad indicare il ristorante, pare indelicata rispetto ad un destino che l’edificio avrebbe potuto avere, innalzando i beni comuni a qualcosa di più di un piatto di pasta.

 

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Last modified: 8 Luglio 2021