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Lucia Pierro e Marco ScarpinatoWritten by: Interviste Mosaico Professione e Formazione

Francesco Miceli: lavoriamo per un cambio di scala

Tra Recovery Fund, New European Bauhaus, formazione e rapporto con gli Ordini: intervista a 360° al neo eletto presidente del Consiglio nazionale degli Architetti Pianificatori Paesaggisti Conservatori

 

Le recenti elezioni hanno portato alla nomina ufficiale dei 15 componenti del nuovo Consiglio nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori, che sarà in carica fino al 2026. Francesco Miceli (Palermo) ne è presidente, Tiziana Campus (Sassari) vicepresidente e Gelsomina Passadore (Biella) segretaria. Gli altri componenti sono: Anna Buzzacchi (Venezia), Carmela Cannarella (Siracusa), Giuseppe Cappochin (Padova, presidente uscente), Massimo Crusi (Lecce), Alessandra Ferrari (Bergamo), Massimo Giuntoli (Torino), Paolo Malara (Reggio Calabria), Flavio Mangione (Roma), Silvia Pelonara (Ancona), Michele Pierpaoli (Como), Marcello Rossi (Milano) e Diego Zoppi (Genova). Le nostre domande al nuovo presidente nazionale.

 

Il Cnappc s’insedia mentre in Italia si discute del Recovery Fund. Cosa farete per dare centralità all’architettura nell’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza?

Il Recovery Fund è un’occasione irripetibile per far ripartire l’Italia e, dato che le nostre competenze sono centrali nel processo di transizione ecologica alla base del PNRR, noi architetti dobbiamo contribuire alla crescita economica, sociale e culturale del paese. Quest’impegno serve anche a valorizzare il ruolo dell’architettura nella definizione del futuro delle città e, soprattutto, nella creazione di un equilibrio tra difesa dell’ambiente e processi di trasformazione urbana e territoriale. Attiveremo meccanismi partecipativi che coinvolgano la nostra categoria professionale nei processi di transizione ecologica; inoltre, in sintonia con le indicazioni dell’Europa, lavoreremo al superamento di modelli che hanno danneggiato la comunità. Occorre promuovere un cambiamento culturale e mettere al centro il rapporto uomo-ambiente per affrontare grandi temi come quello del cambiamento climatico.

 

Si discute tanto sulle modalità d’affidamento da adottare per garantire qualità dell’architettura, trasparenza procedurale e partecipazione. Quali sono le procedure da utilizzare nel PNRR?

L’Europa oltre al Recovery Plan ha lanciato anche la visione del New European Bauhaus volta a costruire un ponte tra scienza e tecnologia, da una parte, e arte, architettura e cultura, dall’altra. Il New European Bauhaus individua le strategie da mettere in campo e i soggetti che devono farne parte e, per primi, ci sono gli architetti come figura ponte tra competenze tecnico-scientifiche ed umanistico-culturali. Questa visione è una grande sponda per riconquistare centralità e rilanciare il nostro ruolo in Italia. Il New European Bauhaus attiva percorsi che coinvolgono soggetti diversi e nel Cnappc vogliamo contribuire alle strategie europee mettendoci a disposizione del sistema ordinistico, per favorire la partecipazione degli architetti nelle azioni del Recovery Plan.

 

Pur rispettando le identità che costituiscono la ricchezza dell’Europa, come è possibile favorire la mobilità e attuare le condizioni affinché gli architetti italiani possano operare nel mercato europeo?

Facciamo parte dell’Architect’s Council of Europe (CAE), l’organismo non governativo che riunisce le organizzazioni degli architetti di tutti i paesi europei. Si lavora per portare le nostre idee ma anche e soprattutto per capire le esperienze degli altri; abbiamo infatti bisogno di crescere superando le logiche nazionali del passato. Non è facile perché bisogna intervenire sul corpo del sistema professionale e far crescere una categoria che è molto diversificata in termini di competenze, specializzazione e capacità d’innovazione. Il modello, tuttora prevalente, del piccolo studio d’architettura non corrisponde alle esigenze del mercato e alla realtà dei paesi europei; dobbiamo quindi fare un salto in cui è centrale il ruolo della formazione che è gestita da Cnappc e Ordini. L’approccio, finora, è stato burocratico e non sempre connesso ad esigenze di mercato e innovazione, occorre invece mettere in campo un’offerta formativa basata su nuovi protocolli di qualità e, in questo, può aiutarci il processo di digitalizzazione previsto dal PNRR. Occorre portare il modello digitale nei nostri luoghi di lavoro e stare al passo con l’innovazione. Dobbiamo poi affrontare il tema della qualità e dei compensi, poiché oggi c’è una distorsione laddove prodotti di qualità differente possono avere compensi analoghi.

 

Come sarà organizzata la formazione, quale sarà il ruolo delle università e come dar risalto alla capacità di ricerca e innovazione espressa dagli studi professionali?

A partire dalla riforma dell’ordinamento professionale occorre smettere di discutere solo all’interno delle mura del sistema ordinistico, per aprire un dialogo con l’università e con tutti gli altri protagonisti del cambiamento. Occorre ridiscutere alcune scelte del passato, come ad esempio il Dpr 328/2001 che ha stabilito la divisione in architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori: una separazione che non funziona se il quadro di riferimento sono le competenze, l’innovazione e il New European Bauhaus. L’università sarà anche un luogo di tirocinio professionale: questa pratica già attiva in alcuni atenei va estesa anche perché il Parlamento sta discutendo il disegno di legge sulle lauree abilitanti. Per questo credo ci siano le condizioni per costituire dei tavoli di lavoro ove affrontare temi e problematiche comuni.

 

Nel rapporto tra Consiglio nazionale e Ordini ci saranno discontinuità con chi vi ha preceduto?

La situazione italiana è diversificata per aspetti interni ed esterni alla professione. Gli architetti assorbono oggi circa il 10-12% di un mercato dei servizi di progettazione che s’è molto ridotto negli ultimi 10 anni. Occorre ampliare il mercato professionale facendo i conti con la programmazione, le opere pubbliche, la rigenerazione urbana e le risorse da mettere in campo. Il PNRR è uno strumento importante ma, per soddisfare le nuove esigenze, servirà esser pronti ad adeguare le strutture professionali. Occorre quindi aver chiaro che chi opera in mercati dinamici può esser più facilitato di chi opera in mercati ristretti e corre il rischio di una dequalificazione professionale. Il Cnappc dovrà supportare il sistema ordinistico territoriale: per questo creeremo un Centro servizi integrato a supporto degli Ordini e destineremo risorse per dare assistenza nella gestione interna e, soprattutto, nell’azione territoriale. Quest’innovazione servirà a uniformare quanto più possibile competenze, conoscenze e ruoli che gli Ordini devono avere da nord a sud del paese. Una struttura complessa con 154.000 iscritti e 105 Ordini dislocati sul territorio nazionale deve fornire elementi di valutazione e critica sui processi in atto, sulle norme e leggi che c’interessano; per questo creeremo un Centro ricerca e sviluppo per la professione: un centro studi che serve per far crescere la nostra categoria elaborando strategie che scaturiscono da analisi strutturate. Infine, per far crescere la nostra categoria occorre sapere cosa, come e con chi comunichiamo. Finora abbiamo comunicato male e quindi investiremo per creare un Servizio di comunicazione integrata e sviluppare una comunicazione diversificata che si rivolga agli architetti, alla società, alle istituzioni e ai luoghi della governance.

 

Negli altri paesi europei apposite casse e fondazioni supportano finanziariamente gli studi professionali, senza depotenziarne indipendenza e creatività ma favorendone anzi l’autonomia di ricerca e progetto. Come sostenere la trasformazione dei piccoli studi aiutandoli a confrontarsi con la dimensione europea?

La domanda è complessa perché l’Italia ha logiche diverse rispetto agli altri paesi europei. Tuttavia, da qualche tempo, alcuni soggetti operano in termini finanziari avvalendosi degli architetti per la loro capacità d’innovazione e creatività. Il livello è ancora embrionale e occorre ampliare questa modalità per investire l’intera categoria. Vogliamo favorire la crescita complessiva della nostra categoria e riportare in campo anche chi ha rinunciato e ora, davanti a nuove opportunità, potrebbe riprendere l’attività professionale. Il nostro ruolo sociale è connesso al ragionamento sull’uso delle risorse nei processi di rinnovamento delle città e del territorio, per costruire una nuova qualità della vita attenta alla società. È un’operazione decisiva e, per questo, con il Consiglio nazionale vogliamo svolgere pienamente un ruolo politico che finora è stato parziale.

 

Abbiamo parlato delle differenze tra nord e sud Italia. Provenire dal sud aggiunge consapevolezza nella guida del Cnappc? Volete affacciarvi nel Mediterraneo?

Credo che l’Italia potrà rinascere e crescere in termini d’innovazione e competitività solo se il sud rinasce. Apprezzo che il PNRR destini il 40% dei fondi al sud; ora però occorre usare le risorse per colmare il divario del paese, realizzando infrastrutture e servizi. Il nord, da solo, non può confrontarsi con l’Europa e, al contempo, il sud può rafforzare l’Italia se diviene il punto di riferimento di un’area mediterranea più vasta. Facciamo parte dell’Unione degli architetti del bacino del Mediterraneo (UMAR) e dobbiamo costruire percorsi comuni con gli altri paesi del bacino. Strumenti come CAE, UMAR e UIA servono per confrontarci e accrescere la cultura del progetto d’architettura nel rispetto delle differenze geografiche.

 

Nel nuovo Cnappc due donne hanno ruoli apicali, è il segno di un’attenzione verso la professione al femminile?

Vicepresidenza e segreteria sono in capo a due donne dotate delle capacità, caratteristiche e competenze necessarie per questi compiti. Non sono legato all’idea delle quote rosa ma credo che le donne siano spesso più responsabili e attente degli uomini. Ho imparato che dietro grandi risultati c’è sempre un lavoro femminile e, tutte le volte che ho potuto definire un “assetto di governo”, ho trovato fondamentale l’apporto delle donne.

 

Quali saranno i prossimi passi che affronterete?

La vera novità negli ultimi 5 anni sta nel lavoro degli Ordini territoriali, che hanno fatto grandi sforzi per svolgere al meglio compiti complessi che includono la formazione. Come Cnappc dobbiamo raccogliere queste potenzialità, migliorarle e farne un patrimonio comune per riuscire a risalire la china tutti insieme riportando l’architettura al centro dell’interesse del Paese. Promuoveremo la Legge sull’architettura sapendo che è la legge della società che deve comprendere il valore aggiunto dell’architettura. Questi temi sono già stati affrontati nel nostro sistema ordinistico e vanno ora ricondotti a unità per diventare la strategia nazionale del nostro Consiglio. Stiamo confrontandoci con l’esperienza della Spagna dove, in questi giorni, stanno elaborando la Legge sull’architettura e siamo in contatto col Dipartimento Infrastrutture e agenda urbana di Madrid che ha attivato una piattaforma per coinvolgere architetti e società nel percorso d’elaborazione legislativa. Vorremmo ripercorrere questa strada e stiamo anche confrontandoci con l’esperienza portoghese. Abbiamo molto da imparare e vorremmo costituire una rete con la Spagna e il Portogallo per creare una piattaforma di collaborazione e affrontare il tema anche in ambito europeo attraverso direttive comuni.

 

Negli altri paesi gli architetti sanno fare rete, come riuscirci anche in Italia?

Dobbiamo parlare con tutti e, quindi, apriremo un confronto con le realtà associative attive nel campo dell’urbanistica, del paesaggio. È chiaro che ognuno mira a salvaguardare il proprio interesse professionale e culturale e che non si tratta di spazzar via le specializazioni quanto, piuttosto, di costituire una piattaforma comune per non esser più frammentati.

 

Se occorre avere studi professionali più grandi e competitivi, tale logica vale anche per i piccoli Ordini? Come trasformare in motori di sviluppo questi presidi territoriali che spesso agiscono come delle piccole patrie decontestualizzate dai grandi processi della professione?

La riforma dell’ordinamento c’induce a ragionare sul ruolo dei piccoli Ordini che ritengo siano una risorsa sul territorio da mantenere e supportare. I nuovi compiti sono pesanti e occorre confrontarci per capire se è utile attivare macroaree regionali che offrano servizi e supportino la gestione locale. Chiudere presidi territoriali in nome di un presunto efficientismo non è, a mio parere, la strada da percorrere; anche perché la presenza sul territorio e l’impegno nei piccoli Ordini permette di acquisire competenze e conoscenze dei problemi maggiori rispetto a chi lavora in strutture più ampie e frammentate. La presenza territoriale è sempre una ricchezza che bisogna garantire e supportare.

 

Chi è il nuovo presidente del Consiglio nazionale degli Architetti Pianificatori Paesaggisti Conservatori

Francesco Miceli (1952) si laurea in architettura all’Università di Palermo nel 1978 e svolge attività professionale occupandosi di progettazione urbanistica, architettura, recupero e rigenerazione urbana. Come relatore ed esperto, partecipa a conferenze ed eventi dedicati all’architettura, la rigenerazione urbana, il paesaggio, l’ambiente e l’urban planning. È stato assessore all’Edilizia privata, ai Lavori pubblici e al Verde pubblico del Comune di Palermo. È stato presidente dell’Ordine degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Palermo e, in ambito ordinistico, ha condotto un’intensa attività culturale per promuovere la figura dell’architetto, il valore dell’architettura e dei concorsi di progettazione come strumento centrale per ricercare la qualità.

 

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Last modified: 18 Maggio 2021