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Luigi BartolomeiWritten by: Interviste Patrimonio

Archivi e beni mobili degli ordini religiosi, patrimonio da non disperdere

Il parere di Carlo Birrozzi, direttore dell’Istituto centrale per il catalogo e la documentazione

 

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La Santa Sede ha posticipato al 4-5 maggio 2022 il convegno internazionale “Carisma e Creatività”, di cui questo Giornale è media partner. A proposito del sottotitolo del simposio, “Catalogazione, gestione e progetti innovativi per il patrimonio culturale delle comunità di vita consacrata”, abbiamo incontrato l’architetto Carlo Birrozzi, già soprintendente in Molise, a Bari e nelle Marche, oggi direttore dell’Istituto centrale per il catalogo e la documentazione (ICCD).

 

Una volta dismesso il loro uso proprio, conventi e monasteri navigano tra due casi estremi: da un lato l’abbandono, dall’altro la trasformazione in resort, hotel, agriturismi… Tra questi due estremi la Chiesa oggi ne reclama l’uso per le fasce più deboli della popolazione, per i poveri e per i bisognosi. Ove fissare il compromesso con la magniloquenza e il pregio storico che in moltissimi casi hanno questi spazi? Quale ruolo potrebbero avere le Soprintendenze in questi processi?

Oltre la porta e i muri che separavano la clausura dal mondo esterno, la comunità religiose hanno sempre offerto un servizio al resto della città: per la salute pubblica, con farmacie e ospedali, per la formazione e l’assistenza o per l’ospitalità. Perpetuare questa vocazione sarebbe di certo opportuno. Tuttavia, nella frammentazione e diversificazione delle situazioni non credo che si possa individuare una strategia comune, se non fare attenzione a non perdere il valore e il significato degli edifici, con la stessa cura che si riserva al resto del patrimonio, almeno per quanto riguarda gli immobili. Diverso il caso del patrimonio mobile, degli archivi e delle biblioteche che sono spesso segno evidente di cura e attenzione per alcuni aspetti della vita collettiva. In definitiva, credo che i provvedimenti di tutela ai sensi del Codice dei beni culturali siano una delle possibilità per salvaguardare i patrimoni dei religiosi, ma non sempre la più efficace. Basti pensare alla rovina cui sono destinati i complessi edilizi che non hanno trovato un possibile reimpiego. Per individuare nuove possibilità di uso sono convinto che un confronto fra proprietà, uffici preposti alla tutela e comunità locali sia necessario affinché chiese e conventi conservino nella forma e nelle possibilità di uso una memoria forte della loro vocazione originaria: case e chiese non si possono considerare dei semplici contenitori. Sulla possibilità di riutilizzo di una chiesa non dimenticherei mai la rilevanza che nel tempo ha assunto nell’evoluzione della città: non tutti gli usi sono compatibili.

 

Il fatto che non esista ancora un censimento unitario è una delle ragioni della polverizzazione del patrimonio. L’ICCD ha fatto a questo proposito delle sperimentazioni?

Cataloghi e archivi sono luoghi di raccolta e conservazione dell’informazione, ma anche di diffusione della conoscenza, e sono tanto più utili quanto più le informazioni che contengono sono strutturate; così, grazie alle associazioni possibili tra i diversi contenuti, sono capaci di offrire narrazioni e suggerire ipotesi interpretative. ICCD ha fatto la scelta di offrire in formato aperto i propri dati e attraverso i LOD (linked open data) consente anche relazioni con banche dati esterne. La creazione di proprie ontologie [modelli concettuali adatti al web e così utilizzabili dalle macchine; ndr] facilita la ricerca e le associazioni tra dati. Quelle offerte dalla tecnologia sono potenzialità indiscutibili nella raccolta di dati, nella possibilità di fornire chiavi interpretative e nella ricostituzione di unità non più leggibili di fatto. Basti pensare a questo proposito alla facilità con cui nel catalogo è possibile ricostruire la mappa integrale della distribuzione degli ordini, le cui case sono ora di proprietà diverse, evidenziando le dipendenze e le filiazioni. Il catalogo può restituire l’idea della diffusione e della presenza in ogni territorio nel tempo.

 

Ma che dire della conservazione di tale patrimonio mobile?

Se la trasformazione degli edifici ha una sua prassi consolidata, il comportamento nei confronti degli arredi e delle collezioni contenute nelle case ha ancora dei margini di discussione, e credo che si possano avviare tavoli di confronto con le comunità e la chiesa locale per individuare le migliori modalità di gestione. Oggi anche il mercato antiquario sembra disdegnare oggetti che solo pochi anni fa avrebbero fatto la gioia dei collezionisti, condannando vasti repertori alla dispersione e con essi all’annientamento di tradizioni, consuetudini, saperi. A questo processo si deve porre rimedio: la comunità che resta, civile e religiosa, può opporsi alla perdita progressiva della memoria. Tutti i centri, grandi e piccoli dispongono, ad esempio, di musei che possono essere il luogo in cui rappresentare l’importante lascito delle comunità di vita consacrata alle città. Anche nel caso di oggetti in apparenza modesti, è la relazione tra loro e con il paesaggio a istituirli come fonti autorevoli di narrazioni. Il catalogo, poi, o meglio i cataloghi, accessibili e aperti, soprattutto nei casi in cui le informazioni gestite siano rese disponibili per essere riutilizzate, costituiscono un dispositivo formidabile di sostegno al ricordo, di progressivo recupero di segni e tracce alla cui raccolta e gestione possono partecipare le stesse comunità religiose e laiche che insistono sul territorio.

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Immagine di copertina: foto di Elena Franco

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Last modified: 10 Maggio 2021