Visit Sponsor

Luigi BartolomeiWritten by: Interviste Patrimonio

Monsignor Ravasi: occorrono progetti innovativi e condivisi per il patrimonio degli ordini religiosi

Dialogo con il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della cultura, sul futuro dei beni degli ordini religiosi e sulle strategie per la loro conservazione

 

Leggi gli altri articoli in avvicinamento al convegno

 

Per settembre 2021 il Pontificio Consiglio della cultura e la Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica della Santa Sede hanno indetto il convegno internazionale “Carisma e creatività. Catalogazione, gestione e progetti innovativi per il patrimonio culturale delle comunità di vita consacrata”. In vista dell’appuntamento, di cui questo giornale è media partner, abbiamo incontrato il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio e promotore dell’iniziativa.

 

Il convegno “Carisma e creatività” considera esclusivamente i beni culturali delle Comunità di vita consacrata, ossia i beni degli ordini religiosi e di tutte le congregazioni i cui membri professano i consigli evangelici di povertà, castità e obbedienza. Rispetto ai beni ecclesiastici delle diocesi e delle chiese territoriali, quale ruolo riveste per la Chiesa universale il patrimonio culturale delle comunità di vita consacrata?

All’interno dei beni culturali ecclesiastici, la peculiarità del patrimonio delle comunità religiose deriva dalla loro capacità di adattarsi ai vari contesti umani per corrispondere alle peculiari necessità dei tempi. Lo sottolineava già nel 1994 una lettera circolare della Pontificia Commissione per i Beni culturali della Chiesa ai superiori maggiori degli Ordini: “… La vita delle comunità, in una sostanziale fedeltà al progetto originario, sa adeguarsi ai segni delle varie epoche e all’indole del popolo dove si radica […] organizzando in un’armonica integrazione tra nova et vetera”.

Certo, questa è una caratteristica generale della Chiesa ma, di fatto, nel corso della storia i monaci e i religiosi hanno spesso saputo precorrere l’azione pastorale ordinaria di vescovi e parroci. Si pensi all’opera di preservazione della cultura classica e patristica negli scriptoria dei monasteri benedettini; o all’importanza della presenza dei conventi e delle chiese degli ordini mendicanti nelle “periferie” delle città medievali e rinascimentali; o ancora al ruolo esercitato dagli Ordini nati nell’alveo del Concilio di Trento (Gesuiti, Teatini, Camilliani, Oratoriani, Passionisti) in ambiti di alta specializzazione: insegnamento universitario, formazione del clero, assistenza ospedaliera, predicazione popolare, ecc. Si pensi infine anche alle Congregazioni maschili (Salesiani) e femminili sorte nel XIX secolo per far fronte ai nuovi problemi sociali nelle città industriali. Non si possono ricordare tutte queste opere senza pensare alle corrispondenti architetture, spazi ad immagine dei carismi particolari e a servizio delle esigenze che i tempi e i luoghi hanno manifestato in Europa così come nelle Americhe, in alcune parti dell’Asia e nel resto del mondo, dove sono giunte le più recenti Congregazioni missionarie.

La sfida che si apre oggi, e della quale questo convegno vuole essere come un pungolo e un’occasione di confronto, è intuire e costruire strategie per corrispondere ai tempi attuali, mettendo in campo l’intera ricchezza delle comunità religiose, relativa sia ai loro profondi patrimoni spirituali, sia a quelli materiali e culturali. È infatti inevitabile che il nostro tempo, che si definisce in tutti gli ambiti della cultura con il suffisso “post” (post-secolare, post-moderno, etc.) sia molto interessato, in realtà, al passato sul quale si fonda. Ecco allora che proprio i patrimoni culturali e i depositi che le comunità religiose possiedono in modo ingente, potrebbero divenire un antidoto all’attuale incertezza identitaria e anche una sorgente per un ri-orientamento, così da intuire un possibile futuro comune.

 

Nel contesto italiano, dal 2000 stiamo assistendo a una pervasiva campagna censoria, relativamente ai Beni culturali ecclesiastici, intrapresa dalla CEI e resa fruibile dal portale BEweb, di cui un recentissimo volume celebra i vent’anni. Nel rispetto dell’autonomia degli ordini religiosi, che cosa può fare la Santa Sede per la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale delle comunità di vita consacrata, tenuto conto anche della tendenziale riduzione numerica dei loro membri?

Una mentalità orientata alla salvaguardia del patrimonio culturale è cresciuta negli ultimi decenni in tutta la Chiesa. Lo dimostrano sia i recenti documenti della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata (Economia a servizio del carisma e della missione, 2018) sia le iniziative di questo Pontificio Consiglio, basti ricordare il convegno “Dio non abita più qui?” che si è concluso non solo con la pubblicazione degli atti, ma anche con linee guida sul riuso delle chiese, del 2018.

In Italia, è vero, la catalogazione dei beni culturali ecclesiastici è in corso dagli anni 90, a seguito di accordi con il Ministero dei Beni culturali, ma riguarda solo le diocesi e non i religiosi. Questi, infatti, secondo il diritto canonico, sono autonomi nella loro organizzazione e quindi anche nella gestione dei beni. E così, in Italia come in gran parte del mondo, del patrimonio culturale delle comunità di vita consacrata non si conosce esattamente né la qualità né la consistenza. Tale situazione è grave perché, nonostante le soppressioni ottocentesche, le comunità religiose sono spesso proprietarie di una moltitudine di beni di notevole valore culturale e identitario, sia con riferimento ai beni mobili sia a quelli immobili, di rilevanza paesaggistica. Di tutto questo in moltissimi casi non è stato redatto neppure un semplice inventario, peraltro prescritto dal diritto canonico. Si espone, così, il patrimonio culturale a gravi rischi di vendita e dispersione, specialmente quando i numeri dei religiosi si assottigliano rapidamente. Pensiamo, inoltre, quanto sia più grave ancora il problema per i monasteri sui iuris, specie quelli femminili, che si trovano da soli ad affrontare le difficoltà di gestire patrimoni vasti in un orizzonte normativo sempre più stringente, che richiede professionalità specialistiche.

Il primo obiettivo del convegno che stiamo preparando è pertanto quello di sollecitare i religiosi e le religiose a conoscere e ad apprezzare il patrimonio che hanno ereditato e a considerarlo patrimonio comune della Chiesa, con conseguenti doveri circa le responsabilità (ma anche le possibilità) relative alla sua salvaguardia. Occorre fare conoscere le soluzioni esemplari per la sua gestione e valorizzazione, in modo che esso non sia più visto solo come un gravame, come qualcosa di cui liberarsi senza curarsene, ma piuttosto come un’opportunità per un nuovo apostolato a servizio della collettività e specialmente dei più poveri; come, per altro, già afferma il Codice di diritto canonico.

 

Quale ruolo possono svolgere questi beni per lo sviluppo (culturale, economico e sociale) delle comunità locali e per testimoniare quella “Chiesa in uscita”, “tenda da campo” più volte citata da Papa Francesco?

Un recente studio – fondato sui dati dell’Annuarium statisticum Ecclesiae – ipotizza che nelle Fiandre l’ultimo monastero chiuderà nel 2030. In Italia, nel caso si mantenesse l’attuale decrescita, si arriverebbe alla chiusura dell’ultimo convento nel 2046! Naturalmente ciò non accadrà, perché il futuro non è solo il prodotto di una proiezione matematica, ma il tema della dismissione del patrimonio ecclesiastico da parte di comunità religiose diverrà sempre più ricorrente.

Le “linee guida” già citate, esito del convegno del 2018, circa “La dismissione e il riuso ecclesiale di chiese”, possono essere un orientamento anche in questi casi. Poiché si tratta di beni culturali della Chiesa in cui si rispecchia l’identità della comunità cristiana e civile, le soluzioni vanno condivise con le comunità stesse. Nelle linee guida non si escludono soluzioni estreme come la dismissione e la vendita, tuttavia si auspica che queste non siano frutto di decisioni affrettate, ma vengano ponderate entro una programmazione sostenibile e attenta a quanto i beni ecclesiastici potrebbero ancora servire e significare. In tal senso, prima di ogni altra decisione, occorrerebbe valutare con attenzione gli auspici di Papa Francesco quando afferma: “Auspico lo snellimento delle strutture, il riutilizzo delle grandi case in favore di opere più rispondenti alle attuali esigenze dell’evangelizzazione e della carità, l’adeguamento delle opere ai nuovi bisogni” (Lettera apostolica A tutti i consacrati, 21 novembre 2014).

In sintesi, il declinare nel numero dei religiosi espone i beni culturali a una condizione di fragilità che può essere letta, però, anche come un’opportunità: quella appunto di una “Chiesa in uscita”, alla quale non interessa occupare spazi e posizioni, ma piuttosto “avviare processi” (per dirla sempre con le parole di Papa Francesco). In concreto, processi di condivisione con le comunità civili, con le istituzioni che si occupano di tutela e promozione del patrimonio culturale, con l’associazionismo e il terzo settore, ampiamente dedito anche alla tutela e alla ri-narrazione del patrimonio culturale.

 

In generale, Eminenza, che cosa si aspetta dagli esiti di questo convegno?

Il convegno è ancora in costruzione perché non vedrà solo la presenza di relatori invitati. Sulla gestione dei beni culturali delle comunità di vita consacrata abbiamo voluto lanciare una call for paper rivolta sia al mondo accademico sia agli stessi religiosi, sia ai molti esperti che, agendo come professionisti o con il terzo settore, stanno promuovendo azioni e ricerche innovative. Il convegno sarà un’occasione per scambiarsi punti di vista ed esperienze, raccogliere una moltitudine di casi e tratteggiare alcuni modelli di gestione con carattere di esemplarità.

Ma il frutto più maturo che si auspica da questo appuntamento è la nascita di équipe di specialisti – architetti e storici dell’arte, esperti di amministrazione, di gestione e di diritto – che in ogni nazione si costituiscano come un gruppo di sostegno permanente a servizio delle comunità di vita consacrata. Un progetto che parta da quelle più fragili e isolate. Senza sostituirsi ai tecnici e ai referenti consueti di ciascuna comunità, questi specialisti dovrebbero agevolare una gestione ecclesialmente responsabile dei beni culturali, alleggerendone il carico alle comunità proprietarie e promuovendone cautamente una visione nuova, come oggetto della propria progettazione pastorale e missionaria. Questi “gruppi di sostegno”, lavorando in rete, potrebbero avviare una riflessione intra-ecclesiale consapevole delle peculiarità nazionali ma altrettanto complessiva, in modo da calibrare le scelte generali della Chiesa in materia di patrimonio culturale su una moltitudine di casi noti e con un orizzonte ampio, tanto in senso territoriale quanto di visione e lungimiranza.

Con un tale sguardo, queste équipe di sostegno potrebbero diventare anche un punto di contatto fra le realtà dei religiosi e le altre strutture ecclesiali deputate alla tutela dei patrimoni culturali ecclesiastici (diocesi e Conferenze episcopali), giungendo a coinvolgere tutte le istituzioni delle comunità locali che hanno interesse alla cultura, all’evoluzione della società, al progresso delle comunità locali.

Leggi l’articolo in inglese

 

«Carisma & creatività. Catalogazione, gestione e progetti innovativi per il patrimonio culturale delle comunità di vita consacrata»

Roma, 30 settembre – 1 ottobre 2021

Per maggiori informazioni e iscrizioni: carismaecreativita.net

(Visited 1.596 times, 1 visits today)
Share

Tag


, , ,
Last modified: 10 Maggio 2021