La mostra, a cura di Valerio Terraroli, celebra le arti decorative moderne con un’esposizione di documenti italiani. Fino al 18 giugno presso i Musei San Domenico—
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FORLÌ. Con la mostra “Art Déco. Gli anni ruggenti in Italia”, Forlì conferma la sua vocazione di Città del ‘900 chiudendo il «periplo della Modernità artistica italiana», come ha scritto Antonio Paolucci, direttore del comitato scientifico che sovrintende all’esposizione allestita presso i Musei San Domenico, ideale completamento dell’indagine già avviata con le mostre sul Novecento (2013) e il Liberty (2014), senza tralasciare l’influenza di Piero della Francesca (2015) nell’arte del Ventesimo secolo. La mostra è organizzata su 15 sezioni sincroniche che raccontano, tramite la produzione artistica e industriale tra gli anni 1919-1929, lo stile di vita, il gusto per la raffinatezza elitaria esplosa con la ritrovata pace nel Vecchio Continente. I riflettori sono puntati principalmente sull’Italia che affrontava quel decennio con sognante ottimismo, con la consapevolezza di essere uscita da un disastroso conflitto tra imperi e di trovarsi testimone dei nascenti totalitarismi. La struttura dell’ex convento asseconda la suddivisione in capitoli del racconto sul Déco, che si apre con una necessaria premessa sulle sue radici nelle Secessioni. Le prime opere si allineano scandendo un ritmo dettato dall’alternarsi cromatico, dimensionale e materico degli oggetti (marmo, bronzo, terracotta smaltata, vetro) la cui cifra plastica, tipicamente Art Nouveau, si stempera progressivamente in favore della decorazione. Le tecniche di lavorazione, spinte alla loro massima potenzialità, compensano lo svuotamento da qualsiasi ideologia permettendo il mescolamento delle arti nel segno della leggerezza e dell’ironia, come avviene per l’orecchio di Adolfo Wildt in marmo di Candoglia (1922), divenuto citofono di un palazzo milanese. L’area lombarda è quella in cui maturano le iniziative più prolifiche dalle quali passa anche la diffusione internazionale del movimento, grazie alle mostre organizzate presso il Palazzo Reale di Monza (1925-30), prodromi della Triennale di Milano. Sono le classi più agiate a favorire la rinascita artistica (e del mercato) segnata dal progressivo avvicinarsi delle culture; l’arte è messa a disposizione non solo dell’ambiente costruito (teatri, residenze private, impianti termali), ma anche di treni, piroscafi e automobili, mezzi meccanici capaci di annullare le distanze. Nell’esposizione forlivese questo si traduce nei forti richiami alle espressioni artistiche lontane, su tutte prevale il misterioso oriente, e ai viaggi, immaginari e reali. La grafica pubblicitaria, geometrica e dai colori decisi, esalta la civiltà della macchina, promuovendo la libertà di movimento delle grandi traversate oceaniche e verso le più rinomate località turistiche mediterranee e alpine. L’oriente, tuttavia, può anche avere la forma rassicurante di un soprammobile e di un dipinto, o essere rappresentato a teatro. La Turandot viene allestita alla Scala di Milano nel 1926 e dal manifesto di quella prima rappresentazione la mostra trae la propria immagine simbolo oltre alla fastosità dei bozzetti per i costumi e le imponenti scenografie, in tutto paragonabili alle architetture coeve più intrise di Art Déco, come le Terme Berzieri di Salsomaggiore. La volontà di raccontare un’intera epoca, e un gusto artistico totale, è dimostrata dalla ricostruzione di uno scorcio del Vittoriale degli Italiani e dalla presenza della monumentale Isotta Fraschini personalizzata per Gabriele D’Annunzio, poli opposti di uno degli assi espositivi.
L’architettura fa da fondale a molte delle opere decorative o diventa essa stessa decorazione nelle ceramiche di Gio Ponti che attraversano tutta la mostra, aprendone e chiudendone l’esposizione, mentre la sezione “Architettura e linea Déco” individua come principali protagonisti Marcello Piacentini e Pietro Portaluppi. Del primo sono esposti gli schizzi per il Cinema Corso a Roma che rivelano l’impiego di un linguaggio ancora legato alla storia, tendenza che gli valse la caricatura di Luigi Mastropasqua nella quale l’architetto romano è raffigurato traballante sotto il peso dei modelli degli edifici progettati per l’Esposizione Internazionale di San Francisco del 1915; nel secondo la citazione viene chiamata in causa per inventare e l’ironia torna protagonista grazie alle figure che popolano le sue prospettive urbane o negli improbabili acronimi, come nel caso dello studio per il grattacielo S.K.N.E. (1920) immaginato per New York. L’idea del recupero dell’ideale medioevale ha una sua realizzazione pilota nel progetto per Predappio Nuova, rappresentata nei disegni di Florestano di Fausto, in particolare nella planimetria di insieme nella quale spicca l’approvazione autografa di Mussolini (1926).
La mostra, che ad un mese dalla sua inaugurazione ha già registrato circa 30 mila presenze, definisce il Déco come sistema di segni autonomo dai movimenti che lo hanno preceduto e dei quali si è comunemente considerato come semplice prosecuzione e rappresenta il centro di un sistema diffuso che prolunga l’esposizione nel Padiglione delle Feste delle Terme di Castrocaro e nel Museo Internazionale della Ceramica di Faenza.
Immagine di copertina: Mano della fattucchiera (G. Ponti, 1935), riproduzione ingrandita sul piazzale di ingresso al Museo (foto © Domenico Mollura)



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allestimenti , mostre
Last modified: 11 Marzo 2017