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Davide FragassoWritten by: Interviste Mosaico

Vincenzo Latina: i migliori maestri sono gli edifici

Il progettista siciliano ci accompagna in una riflessione, attraverso le sue opere, sul significato del contemporaneo e sul futuro delle scuole di architettura

Vincenzo Latina, architetto, professore di Composizione architettonica e urbanistica all’Università di Catania, autore del Padiglione di accesso agli scavi dell’Artemision di Siracusa e vincitore del concorso per la rifunzionalizzazione delle due gru del porto di Palermo, è colto progettista della sua Sicilia. Insieme a pochi altri colleghi della sua generazione s’inscrive in una corrente di fini ed attenti interpreti del rapporto tra nuovo ed esistente. Le sue opere presentano una costanza ed insieme un rinnovamento che sono la firma di un talento ed una cultura capaci di unire tradizione ed innovazione. Il risultato di un lavoro costante e rigoroso quanto composto e atemporale. Il nostro dialogo non può non partire dal premio quale miglior architetto italiano 2015 assegnato dal CNAPPC, che segue altri importanti riconoscimenti: il Premio Innovazione e Qualità urbana (2008), la Medaglia d’Oro all’Architettura italiana (2012) o il Premio internazionale di architettura in pietra “ARCH&STONE” (2013).

 

È il riconoscimento di un lavoro costante e paziente, del quale si conoscono per lo più gli efficaci inserti nel contesto storico e archeologico, come ad Ortigia, nella sua Siracusa. Mi chiedevo invece quale fosse il suo rapporto con l’architettura contemporanea.

A mio avviso si tratta di una falsa premessa: non esiste l’architettura contemporanea, in contrapposizione ad una non meglio definita architettura “storica”. Io credo che tutto ciò che è attivo e strumentale al progetto sia contemporaneo. Per me è contemporaneo tutto ciò da cui io posso attingere, tanto che si tratti di rovine archeologiche quanto di volumi più recenti, la contemporaneità è nella capacità di lettura degli elementi che compongono l’architettura, qualsiasi essa sia. Non voglio essere, e non lo sarò mai, specialista di un “tipo di architettura”. Anche se per la più parte ho operato su contesti costruiti ove le stratificazioni storiche hanno un ruolo immanente sul progetto del nuovo, non mi sono limitato a questo e la costruzione di nuove residenze come quelle a Gisira o le “Case blu” non costituiscono un differente approccio all’architettura. L’architettura è una sola, la stessa in entrambi i casi; si tratta solo di sfide differenti, di parametri differenti. In contesti come quello di Siracusa, i progetti che impressionano maggiormente sono necessariamente quelli che più si relazionano con il contesto, il paesaggio marino, come per il progetto di recupero delle gru nel porto vecchio, o quelli che si relazionano con l’architettura della Magna Grecia. Anche nel caso di uno degli attuali cantieri che stiamo sviluppando, il contesto è paesaggistico ed insieme archeologico. Siamo sulle alture di Siracusa in un’antica cava greca ed il progetto si relaziona alla piccola scala con i banchi di pietra tagliata ed alla grande scala con il paesaggio che s’inquadra. Credo che qualsiasi sia il contesto con il quale il progettista è chiamato a relazionarsi, gli strumenti del progetto siano gli stessi: la luce, il suolo, la materia.

 

Abbiamo parlato di contemporaneità, di approccio e di una temporalità dell’architettura, ma di cosa si parla nello specifico rifacendosi alla contemporaneità? Ci sono di mezzo lo “stile”, la moda, la sensibilità, i riferimenti? Quanto la tendenza architettonica dominante influenza l’operato del progettista e quanto forte è il rischio di autoriprodursi in maniera autoreferenziale, di creare cioè un marchio?

Sull’idea di rincorrere dei modelli contemporanei, di essere «alla moda», sono molto scettico. Molta architettura, molti professionisti, pur di essere «contemporanei» si lasciano corrompere da linguaggi che hanno un richiamo internazionale, promossi dalla critica e dai media, e dopo anni di sforzi e lavori pur qualitativamente impeccabili, vedono le loro realizzazioni etichettate come fuori moda! L’architettura è qualcosa di più contaminato, di più complesso. È finito il tempo del controllo totale del progetto. Oggi l’architetto fornisce delle linee guida, delle strategie, e poi la contemporaneità interviene per parte propria.

 

Pur avendo spesso a che vedere con il passato, con l’archeologia, in effetti le sue architetture mantengono un rigore ed una pulizia concettuale depurata di ogni intento formalista. In un certo senso potremmo definirle classiche.

Io ricerco la laconicità, quell’essere essenziale. È importante per me evitare il compiacimento così come di piacere nell’immediato. Bisogna che l’architettura mantenga quel distacco temporale e quella capacità di essere valutata ed apprezzata per il suo valore immanente e non ad un primo colpo d’occhio. Credo che un oggetto architettonico acquisti valore semantico quando non si lascia leggere immediatamente, quando si presta a più interpretazioni, quando pone degli interrogativi e esprime un lato enigmatico. È un concetto fondamentale che tengo a sottolineare: essere atemporale per me vuol dire trascendere dal tempo e dalle sue mode e tendenze per essere sempre nel tempo. Vuol dire allora essere costantemente presente e quindi contemporaneo. Essere contemporaneo significa che l’architettura si relaziona con dei caratteri che superano la barriera del contingente, che vanno oltre tutto ciò che si lega all’aspetto del linguaggio e della forma corrente e ricorrente che fa parte delle mode.
È facile immaginare che, nei prossimi anni, dopo immani sforzi culturali, tecnologici e anche perché no, di propaganda, si abbandoneranno questi linguaggi plastici che hanno anche sensibilmente modificato la concezione e gli strumenti del progetto come pure la struttura delle imprese e il loro know-how, per ritornare a modelli più semplici, più rigorosi. E tutto ciò mi fa chiedere se il gioco sia valso la candela. Ma in fondo, questo è un atteggiamento che si riscontra anche nel mondo accademico. Mi confronto spesso con due filoni, uno più rigido, ideologico, magari fermo a dei modelli scolastici che persevera indugiando su delle forme di riconoscibilità legate a degli ipotetici maestri che in Italia sono ancora quelli della corrente razionale. Modelli scolastici appunto, anch’essi di tendenza, legati agli anni ’70, riproposti in maniera ortodossa, quasi oltranzista. Dall’altra parte ci sono poi coloro che definirei eterodossi, che si aprono a tutte le mode, a tutte le correnti, che rincorrono le novità e che sono sempre pronti a definire il «nuovo» contemporaneo. Ecco, io seraficamente non voglio appartenere ad alcuna di queste fazioni. Sfortunatamente il mondo accademico è fatto di fazioni, correnti e parrocchie: io non mi sento un parrocchiano!

 

A proposito di accademie ed insegnamento, al netto delle riforme degli ultimi anni, come possono essere letti i recenti dati che attestano un calo del numero delle iscrizioni nelle facoltà di architettura. Qual è lo stato dell’arte delle scuole di architettura italiane?

Se da un lato, in quanto docente, la situazione mi preoccupa, dall’altro non nego che è pur vero che in Italia oltre ad avere il più grande numero di architetti d’Europa in valore assoluto e in proporzione alla popolazione, abbiamo anche uno spropositato numero di facoltà di architettura. È inutile negare che si tratti di presidi locali! Anche le più blasonate facoltà trovano la presenza di piccole percentuali di studenti provenienti da regioni limitrofe e di numeri ancor meno confortanti di studenti provenienti da altri paesi. A mio avviso questa è la questione, perché un problema serio nella nostra professione, e quindi nell’insegnamento, è quello dell’omologazione. Molti studenti provengono da esperienze di studio e di vita molto simile, stesse scuole superiori, stessi dialetti ed espressioni, stessi viaggi e stessa cultura di base. Molti sono pendolari durante l’intero corso degli studi, si spostano di pochi chilometri e pochissimi hanno partecipato a programmi di scambio internazionale. Questo insieme di futuri professionisti vive un’inquietante contraddizione: da una parte si tratta della generazione internet che si è aperta al mondo e che ha libero accesso all’informazione nella quantità e qualità più estesa possibile; dall’altro è ferma ad una condizione della quotidianità che è locale, ma nel senso più negativo e statico. Penso che le facoltà siano troppe e che questo, paradossalmente, tolga e non aggiunga possibilità ai nostri giovani: è una realtà che non si può più nascondere. Oggi la formazione nelle facoltà di architettura è già quella di un «post liceo», apertura e visione di respiro ma con scarse prospettive, tra l’altro sempre meno legate alla professione. Stando ai dati ufficiali, ci sono oltre 150.000 professionisti in Italia, una sovrapposizione di professioni senza pari in Europa ed una concorrenza giocata al ribasso; se la proiezione è questa, il problema non potrà che peggiorare portandoci ad una grande perdita di qualità e di conoscenza, nella professione così come nella ricerca accademica.

 

Se ho ben capito, la soluzione che propone è senza mezzi termini: ridurre il numero delle scuole. Vede una coscienza politica del problema? Crede che esista la volontà di cambiare? O dobbiamo sperare in una selezione darwiniana dei professionisti ed in un riequilibrio naturale delle cose?

Purtroppo ho l’impressione che fin quando bisogna fare regole ferree e coercitive la politica risponda ai dettami europei quasi con zelo; se si tratta invece di assumere scelte proprie di responsabilità, magari anche elettoralmente scomode ma capaci di ridare respiro e prospettiva al paese, allora lì manchi non solo la volontà ma anche la capacità. Al contempo non credo che l’autoselezione sia così virtuosa, non credo che rimarranno automaticamente i migliori. Il rischio è invece che proprio i più sensibili e capaci abbandonino capendo che la difficoltà della sfida non si gioca sulle capacità professionali ma su condizioni a contorno che spesso hanno a che fare con fattori terzi non necessariamente legati al merito.

 

Tornando al suo lavoro, abbiamo parlato di mode e tendenze, ma hanno ancora un senso le etichette e le aggettivazioni? Possiamo ad esempio parlare ancora di architettura mediterranea, nordeuropea, vernacolare, ecc? E i maestri, esistono ancora?

Questi sono modelli che vengono usati per semplificare e catalogare questioni più complesse, con un metodo strutturalista. Ma a parte queste definizioni, come non riconoscere nel lavoro di molti studi nordeuropei i tratti dell’architettura mediterranea? Trovo ad esempio, che mediterranei siano Schinkel o Asplund che sono venuti a sud dell’Europa per studiare chi in quel momento guardava ad altri modelli. Sono definizioni di comodo.

Quanto ai maestri, esistono certo dei riferimenti, ma in generale credo che i maestri siano pericolosi! Quando ci si riconosce in un maestro, si riconosce di essere vittima di una personalità e di una forma mentis che in un modo o nell’altro produce un debito di riconoscenza che impedisce di avanzare e di trovare la propria legittimazione. Generalmente quando si riconosce un maestro si diventa la decadenza di quel maestro! Il maestro in quanto tale è per definizione il punto più alto di quel pensiero e che pertanto non potrà essere superato. E mio malgrado la scuola italiana è ricca di maestri e discepoli! Penso che sia necessario usare più delicatezza rispetto a queste categorie ed ai riferimenti. Ovviamente, tutti abbiamo dei riferimenti ma credo che non li si debba usare a scudo del proprio operato, nè per legittimare delle scelte architettoniche. Dovrebbero piuttosto essere gli altri a riconoscere i tratti di un’influenza e della lezione appresa e fatta propria nella totale autonomia di linguaggio. Provocatoriamente, direi che i più grandi allievi di Aldo Rossi sono Herzog & de Meuron. Io ho paura di coloro che ti indicano la strada, tutto è più sfaccettato, segmentato e sfumato. I migliori maestri sono gli edifici!

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Last modified: 2 Agosto 2016