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Davide Tommaso FerrandoWritten by: Reviews

Con gli innesti, i catalani fanno sul serio

Immaginate di essere alla Biennale di Venezia e trovare, in una location rigorosamente off, un padiglione interamente dedicato all’architettura piemontese. Vi verrebbe probabilmente da ridere, se non altro per la curiosità dell’operazione. Eppure i catalani fanno proprio sul serio: giunto alla sua seconda edizione, l’evento collaterale promosso dall’Institut Ramon Llull (organizzazione dedicata alla promozione della cultura e della lingua catalana nel mondo, operante sotto l’auspicio del Governo Catalano e della Città di Barcellona) risponde alla call di Rem Koolhaas con una mostra dal titolo “Grafting Architecture” (allestita presso i Cantieri navali di San Pietro in Castello) nella quale – in maniera del tutto simile al praticamente omonimo Padiglione Italiano – la capacità di dialogare con l’esistente, introducendovi nuovi elementi, è presentata quale caratteristica dominante di una cultura progettuale tipica della regione spagnola.
Selezionata in seguito a un concorso pubblico indetto in collaborazione con l’Ordine degli Architetti della Catalogna (COAC), la mostra curata da Josep Torrents invita a mettere in relazione l’architettura catalana del secondo Novecento con la Casa Bofarull: un particolare progetto di restauro realizzato da Josep Maria Jujol tra il 1913 e il 1933. In tale intervento, secondo il curatore, sono infatti già presenti tutti i caratteri principali di un certo modo di fare architettura sviluppatosi localmente nei decenni successivi, riassumibili nell’idea di “aggiornare una tradizione sentita come viva, rilanciandola verso il futuro”. Tale attitudine, facilmente riscontrabile nella maggior parte dei progetti presentati, si traduce nell’uso sapiente di materiali e tecniche povere, nel gusto della rovina e del non finito, nell’accostamento senza remore di storia e contemporaneità, e nella valorizzazione di contesti marginali.
Sedici architetture di indubbio interesse sostengono in maniera più che convincente l’ipotesi di Torrents, con l’unica eccezione dei due progetti non realizzati: una residenza sociale di Josep Llinàs a L’Hospitalet e un grande intervento urbano di AV62 Arquitectos, Pedro García e Pedro Azara a Bagdhad, che poco hanno a che fare con il fil rouge dell’innesto. Seppur liberi di preparare i propri allestimenti in maniera indipendente, tutti gli architetti partecipanti sono stati invitati a presentare i rispettivi progetti per mezzo di sketches, modellini e immagini che ne rendessero manifeste le idee generatrici, più che l’aspetto finale. A tale tipo di rappresentazione del processo, utile per comprendere in maniera più profonda il materiale esposto, si affiancano video e fotografie volti a illustrare le diverse maniere in cui la vita quotidiana si è appropriata delle architetture in mostra.
Quattro dei sedici progetti, infine, sono stati ulteriormente reinterpretati per mezzo di performance artistiche svoltesi al loro interno, registrate e trasmesse in loop su una serie di monitor: insieme alla Casa Bofarull, il liceo La Llauna di Carme Pinós ed Enric Miralles (1984-1986), lo spazio teatrale urbano La Lira di RCR Arquitectes e Joan Puigcorbé (2004-2011) e lo Spazio per la trasmissione del Tumulo di Toni Gironès (2007-2013).
Ci si potrebbe interrogare su quale sia il rapporto tra i noti moti indipendentisti dell’attuale Governo Catalano (il cui presidente attuale, Artur Mas, è anche presidente dell’Institut Ramon Llull) e lo sforzo di ricerca identitaria che ha caratterizzato entrambe le edizioni di questo giovane padiglione. Resta però il fatto che, almeno per il momento, la qualità dei progetti curatoriali e delle architetture presentate fa passare simili questioni in secondo piano.

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Last modified: 6 Luglio 2015