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Written by: Inchieste

New York: collaborare con la natura invece di combatterla

Le riviste americane sono sommerse da svariate proposte su come affrontare il prossimo uragano. Non stupisce, però, che ci sia consenso soltanto sulla necessità di intervenire. A New York la situazione è critica. La città è seconda solo a New Orleans per numero di abitanti che vivono a meno di un metro e venti sul livello dell’alta marea. Le acque costiere, salite di cinque centimetri al decennio nel secolo scorso, ora salgono di 15, il che significa che nel 2150 l’aumento sarà di circa 60 cm.
I politici vogliono soluzioni da poter realizzare in fretta mentre sono in carica, così da prendersi tutto il merito. Pur sapendo che l’ingegneria, l’urbanistica e la scienza del clima puntano ormai su ibridazione, collaborazione e pianificazione a lungo termine, loro pensano ancora alle opere monumentali, ovvero a barriere, chiuse e dighe.
Gli olandesi dimostrano da secoli l’efficacia dei frangiflutti, imponenti infrastrutture «pesanti» che garantirebbero migliaia di posti di lavoro, miliardi di dollari e fama per i politici. A pochi giorni dall’uragano Sandy sono fioccati i paragoni con le chiuse di Rotterdam, Londra, Amburgo e Shanghai e gira voce di una richiesta di fondi al governo federale per costruire i frangiflutti a New York. Quelli di tre chilometri di Stamford, in Connecticut, che hanno frenato ondate di oltre tre metri, sono stati citati a riprova dell’efficacia di tali strutture, ma non si è parlato dell’enorme differenza che c’è tra una cittadina di mare e New York, situata alla confluenza tra il fiume Hudson, il Long Island Sound e l’Oceano Atlantico. Persino nei Paesi Bassi, però, si sa che le dighe possono danneggiare l’ecosistema marino intrappolando sedimenti e detriti, alterando la salinità e causando altre mutazioni ambientali che rischiano di degenerare in cambiamenti catastrofici. Secondo il tecnico di New York Guy Nordenson, autore di On the Water: Palisade Bay, uno studio interdisciplinare di infrastrutture interconnesse per la protezione di New York, gli ostacoli del mare possono dare alla gente «un falso senso di sicurezza, è invece importante continuare a impegnarsi e non dimenticarsi il problema».
Come altri imponenti progetti finanziati dai fondi del governo e dalle tasse, i frangiflutti sollevano un dubbio: dove sorgeranno? Circondare l’intera New York, le cinque circoscrizioni che comprendono isole, penisole e ampie distese di terra irregolari, non è fattibile. Proteggendo solo Manhattan, zone più povere come Coney Island e Staten Island restano vulnerabili. Mentre il dibattito pubblico si concentra sui costi e sulla velocità di erigere le barriere, in alcune cerchie di ingegneri e architetti prendono piede le infrastrutture «leggere», intelligente alternativa e complemento alle soluzioni «pesanti». Definire le infrastrutture leggere non è semplice. Prevedono infatti paludi per frangere le onde, banchi di ostriche per ritardare l’erosione, scogliere artificiali ma anche attività ricreative come kayak e passeggiate. Tale approccio, più evolutivo che strutturale, mescola elementi di ingegneria e iniziative sociali difficili da spiegare e da propagandare. La casistica dell’efficacia delle infrastrutture leggere, però, a New York esiste già. Oltre la punta più meridionale di Manhattan, separata da Brooklyn da uno stretto canale, Governors Island ha avuto un’importanza strategica per oltre due secoli prima di essere abbandonata dalla Guardia costiera e venduta alla città nel 2003. Lo studio olandese di architettura del paesaggio West 8 ha vinto il concorso per progettare un parco pubblico. La prima fase del progetto, già in corso, prevede l’innalzamento di tre metri e mezzo circa dell’isola. I vecchi frangiflutti sono stati sostituiti da protezioni leggere specie sul versante sud esposto all’oceano. A est stanno crescendo due banchi di ostriche donati dai ristoranti della zona. Nel complesso il piano punta a prevenire le inondazioni eccezionali. Queste misure relativamente modeste stanno già funzionando. Situata nella Upper New York Bay, dove Sandy è stato violentissimo, Governors Island non ha subito quasi nessun danno malgrado le ondate di tre metri e mezzo.
«Il nostro team di design riflette da tempo sulle inondazioni, da prima che i newyorchesi ne sperimentassero una», ha detto Leslie Koch, presidente del Trust for Governors Island. «E ora abbiamo le drammatiche prove che un progetto in armonia con la realtà funziona».
Governors Island non è l’unica zona di New York che contempla le infrastrutture leggere. Il noto Brooklyn Bridge Park dello studio Michael Van Valkenburgh Associates riunisce in un luogo vivace, attento alle esigenze della gente e degli ecosistemi, pontili un tempo abbandonati, un centro kayak e paludi che trattengono e assorbono l’acqua, essenziali per rallentare le onde. Malgrado la posizione critica, neanche il parco ha subito grossi danni. Nonostante le prove, però, i politici di New York perseverano nei loro progetti di imponenti frangiflutti come se questi fossero in grado di opporsi alla forza della natura. Il governatore Andrew Cuomo ha detto: «New York ha un vantaggio naturale. Parte da uno straordinario spirito imprenditoriale, da un’impareggiabile capacità di recupero e da una lunga storia di progetti impossibili. […] Non permetteremo che la paralisi nazionale sul cambiamento climatico ci impedisca di seguire la via necessaria per costruire il futuro». Resta da vedere se New York ha anche il coraggio e la determinazione necessari per collaborare con la natura invece di combatterla fino alla fine.

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Last modified: 30 Marzo 2016