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Francesca De FilippiWritten by: Inchieste

Ci sono i disastri silenziosi

L’’arrivo dell’’uragano Sandy lungo la costa Est degli Stati Uniti ha a lungo monopolizzato l’attenzione dei media ma il suo passaggio, pochi giorni prima, su Haiti, Giamaica e Cuba non è stato quasi riportato.
Sandy, abbattendosi su Haiti (paese già devastato dall’uragano Jeanne nel 2004, Isaac nel 2012 e dal terremoto nel 2010) ha colpito circa 1.8 milioni di persone e compromesso gravemente la funzionalità di strade, scuole e ospedali. Secondo i dati di Unocha, sono oltre 60 le vittime e 200.000 le persone rimaste senza tetto. Sandy non ha risparmiato neppure Cuba, in particolare Santiago: 890.000 le persone coinvolte, 11 le vittime e 200.000 le case gravemente danneggiate. Alle Bahamas, l’importo dei danni al patrimonio costruito, pubblico e privato si stima in 300 milioni di dollari, di gran lunga superiore a quello riportato a seguito dell’uragano Irene, l’anno precedente. Si sono registrate vittime anche in Giamaica e nella Repubblica Dominicana.
Sandy non è certo l’unico esempio: uno degli ultimi eventi calamitosi in ordine di tempo, il tifone Bopha, il più terribile degli ultimi anni, si è abbattuto sulle Filippine lo scorso dicembre provocando un centinaio di vittime e l’evacuazione forzata di 200.000 persone.
Architecture for Humanity, associazione no-profit fondata nel 1999, ha avviato, in seguito alle alluvioni che hanno colpito Manila nel 2012, il programma di ricostruzione Philippines Floods Response. Il piano, che conta sul contributo della comunità internazionale e un budget di oltre 100.000 dollari, mira a coinvolgere architetti, ingegneri, urbanisti e comunità locali nello sviluppo, a lungo termine, di soluzioni abitative più resilienti agli effetti dei cambiamenti climatici. Una parte consistente del programma riguarda la formazione della popolazione locale. Se molte sono le organizzazioni che intervengono nella fase di immediata post-emergenza, meno consistenti sono gli interventi (e i fondi allocati) a supporto del reinsediamento delle comunità colpite. A causa di procedure perlopiù stabilite a livello centrale e caratterizzate da un approccio «logistico», gli interventi di risposta all’emergenza si indirizzano quasi esclusivamente alla realizzazione di campi, anche per il rapporto costi-benefici. La maggioranza degli aiuti internazionali finanziano tende, teloni, moduli abitativi provvisori e quasi per nulla i più lunghi e complessi processi di ritorno della popolazione ai propri luoghi di provenienza. È così che il numero di campi (come ben documenta il World Disaster Report 2012 di Ifrc) cresce nel tempo, o troppo lentamente diminuisce; aumenta invece il numero di tende e di persone che vi cercano rifugio, spesso in aggiunta ai destinatari diretti dell’intervento, perché lì si è sicuri di intercettare gli aiuti. I campi si trasformano così in slum permanenti. Ad Haiti, per citare un esempio, sono circa 350.000 le persone che vivono tuttora in campi allestiti a seguito del terremoto del 2010.
Guardando il problema da questa prospettiva, esiste un indubbio spazio di lavoro per gli architetti. Sono necessarie figure con competenze tecniche e capaci di comprendere la complessità dei problemi in campo, mediare e interagire con gli attori coinvolti: governo, società civile, organizzazioni e comunità locali. Un evento catastrofico può rappresentare l’occasione per ripensare ai piani di emergenza, sviluppo e assetto del territorio in luoghi per loro natura vulnerabili. Ripensare all’uso del suolo, alla distribuzione e localizzazione delle attività (residenza, spazi pubblici, zone di transito, aree coltivabili) potrebbe limitare in futuro danni più gravi.

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Last modified: 4 Novembre 2015