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A milano Spunti per un mercato senza desideri né portafoglio

A milano Spunti per un mercato senza desideri né portafoglio

Milano. Il primo bilancio del FuoriSalone è una raccolta di nuove formule che spostano l’attenzione dal product design a un alfabeto del fare che riordina tempi, modi, protagonisti e priorità di progetto. Gli esiti e l’incidenza del nuovo vocabolario sono ancora da verificare. La certezza è che, ancora una volta, Milano si è imposta non solo come capitale dell’industrial, ma come officina di pensiero. In una chiave di lettura generazionale, la svolta va individuata nelle pratiche di «condivisione», in quell’idea di open design mutuata dalla rete, universo di riferimento di una nuova generazione di (aspiranti) progettisti più interessati a fare ricerca intorno a nuove logiche di processi e/o mercato che intorno al prodotto stesso. Tra gli eventi che hanno dato sostanza ai nuovi attori va senz’altro registrata la mostra organizzata da «Domus», in collaborazione con FabLab di Torino, a Palazzo Clerici: «The future in the making», open source, prototipazione rapida e crowfunding, ma anche alcuni tra i progetti più interessanti della scena europea degli ultimi anni, da «Endless Robot» di Dirk Vander Kooij, Dutch Design Award 2011, a «Solar Sinter» di Markus Kayser, finalista agli Awards del Design Museum di Londra. In Ventura Lambrate, è stato il museo belga Z33 ad aprire nuovi scenari sempre sul terreno dei processi. Tra le iperboli progettuali, «The Metabolic Factory», di Thomas Vailly, è uno studio sulle possibili applicazioni del capello umano come materia prima, vanitas e decadenza, quasi una sorta di bioplastica simile al cuoio, grazie a un composto di glicerina e solfito di sodio. Mentre il Mu di Eindhoven ha esplorato, con buoni risultati curatoriali, il terreno del post-digitale, miniaturizzando per la scena milanese la mostra autunnale «After the Bit Rush», dove ha esordito l’installazione «D-Struct» di Lucas Maassen e Raw Color, un’interessante ricerca sul tema della smaterializzazione dei prodotti e dei consumi.
Altro sostantivo, che quest’anno ha ritrovato spessore in apparente dicotomia con l’universo liquido del fabbing, è «artigianato», l’etica del «fare», così come teorizzata da Richard Sennett. Se alla Fabbrica del vapore Alessandro Mendini ha messo in scena un censimento compilativo dell’autoproduzione a Milano, è da Paola C che l’handmade diventa linguaggio maturo: un piccolo capolavoro di misura, grazie a una nuova collezione di piccoli oggetti in legno firmata da Aldo Cibic e Studio Mumbai.
Vincente anche la sfida (ideologica) di Subalterno1, dove analogico e digitale convergono in chiave di processo. Tra i risultati, la collezione «Introverso» di Paolo Ulian. Ingredienti base: marmo, custom, intelligenza delle mani, prototipazione 3D. Sempre sul fronte della ricerca, da Plusdesign hanno catturato l’attenzione due progetti vicini-lontani: le maschere in nylon e corda di Bertjian Pot, la lampada in rattan «Emil» di Llot Llov. Così come è da registrare la collezione «Extrusion», disegnata da Philippe Malouin per Carwan Gallery: acero, quercia, metodi di lavorazione artigianali libanesi utilizzati circa 800 anni fa.
Tra gli emergenti, impegnati sulla piccola serie, vanno citati David Derksen e Lex Pott, a Milano con «Front Room», i viennesi Mischer’ Traxler, autori di un’installazione di grande garbo, «Balanced», e i berlinesi Ett La Benn che, per Supercyclers, si sono misurati ancora una volta sul tema della sostenibilità. Sul fronte degli under 30, il Royal College of Art si è riconfermato grande fucina di metaprogetto, così come l’Accademia israeliana di Belazel.
In termini di riscontro, i primi dati ufficiali del FuoriSalone 2012 arrivano da Zona Tortona: circa 100.000 visitatori, 2.000 giornalisti accreditati, 200 designer rappresentati tra cui 100 giovani talenti, 53 testate media-partner, 43 aziende espositrici, 26 paesi presenti. Il bilancio appare positivo. Così come la presenza di nuovi brand: da Karimoku New Standard, che già lo scorso anno aveva convinto, a La Chance, nuovo marchio francese lanciato da due talent scout che fanno meno di 60 anni in due, a Edition of 9, che riunisce giovani talenti come Zaven e Oscar Diaz. Segnali di ripresa? Forse, chissà. Di certo, segnali di rotta in attesa di capire dove vanno non solo ricerca e processi, ma soprattutto un mercato senza desideri nè portafoglio.

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Last modified: 18 Luglio 2015