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Ernst May, organizzatore geniale ma anonimo architetto

Francoforte. Non tutti gli architetti sono uguali di fronte alla Storia. Non mi riferisco a come appaiono a posteriori nei libri, ma agli eventi quotidiani che accompagnano la loro vita e che influenzano la loro carriera. Il xx secolo fu caratterizzato da guerre tragiche e sappiamo bene che impatto ebbero su personaggi come Bruno Taut o Mies van der Rohe.
Prendiamo il caso di Ernst May, nato nel 1886 a Francoforte sul Meno, morto nel 1970 ad Amburgo, la cui vita è stata segnata da cambiamenti vorticosi degni di un romanzo d’avventura. La bella retrospettiva (la prima) a lui dedicata è molto densa, a tratti troppo nell’aspirazione all’esaustività, ma è organizzata a regola d’arte. La curatrice Claudia Quiring, assistita da Philipp Sturm, ha scelto una soluzione piuttosto semplice per segnare i momenti salienti della carriera dell’architetto: partendo dai vari luoghi in cui ha vissuto e lavorato, ha individuato una suddivisione per periodi chiara a illuminante. Così, ad esempio, vediamo che durante la prima guerra mondiale May progetta monumenti ai caduti e cimiteri militari nel nord della Francia. Tra il 1919 e il 1925 si occupa dell’ampliamento di Breslavia (ora in Polonia ma all’epoca in Germania) per rientrare in seguito a Francoforte dove, fino al 1930, gli viene affidata la costruzione di migliaia di case popolari che compongono gli insediamenti delle siedlungen. Dalla Germania, l’architetto-urbanista parte per l’Unione Sovietica dove inventa, letteralmente, delle città intere (Magnitogorsk, Stalingrado, Novosibirsk…); nel 1933 arriva in Tanzania e nel 1942 si sposta in Kenia per rientrare in Germania nel 1953. Tutti paesi e continenti dove, ogni volta, May progetta città, costruisce edifici moderni, razionali e funzionali, realizza abitazioni private, hotel, immobili d’affitto. La mostra propone un intelligente lavoro attorno alla fotografia d’architettura. Grazie a semplici immagini a colori raffiguranti lo stato attuale degli edifici, si può osservare una realtà completamente diversa dalle icone dei libri pubblicati ormai da decenni. E ci si domanda perfino se quello che amiamo così tanto della modernità non siano in fondo quelle splendide immagini in bianco e nero a grana grossa con le auto e i passanti in abiti d’epoca. Realizzando numerose immagini ad hoc e mettendole in relazione con quelle storiche, la mostra svela la realtà di un edificio e dei suoi abitanti a distanza anche di molti anni dalla scomparsa dei suoi artefici.
Alla fine della visita, si resta comunque con un dubbio: esiste uno stile «Ernst May», una forma architettonica riconoscibile che lo renda unico? Sfortunatamente, sembra che May non abbia mai avuto l’occasione di realizzare il suo «capolavoro» (è sconcertante, tra l’altro, il triste classicismo della casa che disegna per sé a Amburgo nel 1956). May appare dunque soprattutto come un geniale organizzatore e pianificatore, capace di associarsi politicamente al potere (ciò che Taut fece a Berlino), di convincere gli investitori pur aspirando al progresso e al benessere degli abitanti dei suoi edifici. Ma certe scale sono semplicemente disumane (come il progetto che May fece di una città di 1.400.000 abitanti in Unione Sovietica) e questo riporta alla mente le parole di Jean Nouvel che in una conferenza disse: «un architetto che cerca di progettare una città, è come uno scrittore che vorrebbe scrivere una biblioteca».
 
« Ernst May 1886-1970. New Cities on Three Continents», a cura di Claudia Quiring, con Philipp Sturm, Dam, Francoforte, fino al 6 novembre
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Last modified: 22 Luglio 2015