Sostiene Enrico Mentana che «è la migliore del mazzo». Natali piacentini, adolescenza brianzola, studi bolognesi al Dams, esperienze professionali internazionali, Milena Gabanelli è una donna essenziale come il suo giornalismo dinchiesta. Lo pratica dal 1997 con «Report», la sua creatura televisiva, grazie a una formula innovativa che ha fatto scuola: budget all’osso (all’inizio 10 milioni di lire a puntata, spiccioli per la Rai), lavoro sul campo, giovani freelance, telecamerine amatoriali, domande irriverenti, bersagli potenti. Molti nemici, moltissimi fan, parecchie querele, puntualmente vinte. Dopo sei anni di purgatorio notturno, sè conquistata la prima serata. Ora è il programma
più autorevole della televisione pubblica italiana e con il miglior rapporto costi-ascolti-ricavi pubblicitari (spende 2,2 milioni lanno, ne incassa il quadruplo) della televisione pubblica, che per tutta risposta la boicotta.
Signora Gabanelli, cominciamo la nostra conversazione dal suo «Report». Nelle vostre inchieste televisive su Rai Tre trattate temi diversi. Quale posto occupano l’ambiente, il paesaggio anche urbano, la cultura?
L’ambiente occupa un posto importante, basta dare unocchiata al nostro archivio. Avremo fatto decine dinchieste, lo stesso per la scuola e la ricerca. Invece per quanto riguarda la cultura, nel senso di «ministero dei Beni culturali», ne abbiamo fatte un po meno, proprio perchè largomento è più complicato per un programma dinchiesta… e anche meno televisivo. Tuttavia abbiamo realizzato puntate che non sono passate inosservate, per esempio sui fondi destinati al cinema e sulla trascuratezza del nostro immenso patrimonio artistico e storico.
Come progettate il vostro lavoro su questi temi? Quali sono gli ostacoli e le difficoltà? Qual è stata linchiesta più complessa o difficile?
Si parte da un desiderio di comprensione dei meccanismi generali, più che dallo svisceramento di un singolo fatto. È chiaro che poi, quando si arriva a stringere il cerchio attorno alle responsabilità, cominciano i problemi: per esempio diffide a trasmettere parti dinterviste o a parlare di questa o quellazienda o del tal politico. È complicato dire quale sia stata la più diffcile, perchè non ce nè mai una facile…
Vi è mai capitato di dover rinunciare? E perché?
Ci è capitato più duna volta, in genere perchè la fonte a un certo punto si è tirata indietro.
Come reagisce il vostro pubblico, sia dal punto di vista degli ascolti che di mail, critiche, segnalazioni, forum…
È attivissimo: segue, partecipa, interviene alle videochat.
Nelle polemiche sulla tutela del paesaggio si discute molto del ruolo dei comitati spontanei: cè chi li esalta e chi li denigra come forza di blocco (sindrome nimby…). Qual è la sua idea sulla base della vostra esperienza?
Cè sempre un comitato contro qualunque cosa, e la ragione non è dovuta tanto al fatto che la gente non ha voglia di sopportare la presenza di un cantiere o di una discarica davanti a casa, quanto al fatto che non si fida più degli amministratori quando raccontano «questo ponte è fondamentale, in sei mesi sarà finito» o «questo svincolo alleggerirà il traffico» o «questa discarica migliora la qualità di vita». I tempi non vengono mai rispettati, i costi aumentano, e spesso le opere vengono poi abbandonate a metà o si rivelano utili solo per qualcuno. Questo determina una presa di posizione «a prescindere». Con amministrazioni più competenti, i comitati si riducono di numero.
In tutti i sondaggi i temi ambientali, la difesa del paesaggio, la qualità della vita e la vivibilità delle città risultano priorità per gli italiani. Come mai nel dibattito politico e giornalistico non occupano un posto altrettanto prioritario?
Non sono daccordo. Mi pare che si dedichi molto spazio a queste questioni: dai No Tav alla gestione dei rifiuti o le bonifiche dei siti inquinati.
Quando vi siete occupati di urbanistica e sviluppo delle città, spesso lo avete fatto paragonando la situazione italiana a quello che accade allestero. Da questo punto di vista riscontra differenze a livello politico? L’Italia sta andando nella direzione giusta?
No, perché non ha nè progetti nè piani nazionali. Ogni settore va per conto suo, al contrario di quel che avviene in buona parte dellEuropa.
Che reazioni ci sono state quando avete toccato i grandi interessi immobiliari con le inchieste sulle grandi città: dai mega progetti di Milano al Prg di Roma?
Querele (vinte) e tanti mal di pancia da parte dei sindaci e degli assessori coinvolti.
I comitati denunciano un’asimmetria informativa quando sono in ballo grandi opere, mega appalti, progetti rilevanti. Che ne pensa?
Mah, bisogna vedere di cosa si parla, caso per caso. Cè uninformazione che esalta il valore dellopera in sè. Poi cè quella che scava nelle ragioni dellopera e dentro lente appaltante o il soggetto attuatore. Però i giornalisti non sono carabinieri! E quando la magistratura si muove, la stampa non tace. Basta vedere che cosa è successo con le inchieste sul G8 e sulla Protezione civile.
Che cosa pensa della gestione dei beni culturali e del paesaggio basata sulla «valorizzazione», parola che va tanto di moda oggi? E dei restauri affidati ai privati come per il Colosseo?
Penso che i mecenati siano troppo pochi. Chi ha soldi dovrebbe investire di più nel «bene comune». Nel caso del Colosseo, Della Valle è ammirevole, lo Stato un po meno: è possibile non essere in grado di restaurare il più famoso monumento al mondo? 4 milioni di visitatori ogni anno che pagano un biglietto da 12 euro, e le istituzioni affidano a un privato il restauro… Beh, parliamone!
Un’ultima domanda che è anche una speranza da telespettatore. Qual è l’inchiesta sul paesaggio o sui beni culturali che le piacerebbe fare?
Quella che andrà in onda a ottobre. Rai permettendo.
Pochi giorni dopo l’intervista, il Consiglio di amministrazione della Rai ha votato (quattro voti contro quattro, ma in questi casi quello del presidente Paolo Garimberti vale doppio) la clausola sulla tutela legale che consente a «Report» di andare in onda. Ma si tratta di una clausola provvisoria e parziale. Inoltre Milena Gabanelli attende ancora il rinnovo del suo contratto. Dunque «Report» torna, ma sempre «Rai permettendo»…