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Written by: Professione e Formazione

La lunga attesa per la qualificazione è finita

Finalmente qualcosa si è mosso: il settore dei restauratori e della loro qualificazione professionale, da anni nel caos, ha fatto un passo avanti. Il 6 ottobre il Governo ha finalmente approvato il disegno di legge che dovrebbe modificare l’articolo 182 del Codice dei beni culturali, norma base che stabilisce qualifiche e caratteristiche della professione precisate dal Mibac con il regolamento del 13 luglio 2009 (prevede due livelli: «restauratore dei beni culturali» e «collaboratore restauratore dei beni culturali»). L’articolo 182 del Codice sembrava a molti troppo restrittivo. Per questo, il 30 novembre 2010 l’allora ministro Sandro Bondi aveva sospeso il «bando» di selezione lanciato nel 2009, in attesa di modificare quell’articolo.
È passato quasi un anno ma ora, secondo l’attuale ministro Giancarlo Galan, il ddl da lui proposto il 6 ottobre «recepisce le istanze più ragionevoli e sostenibili provenienti dalle categorie operanti nel settore riguardo la griglia di selezione, identificando un punto di equilibrio tra l’esigenza di una rigorosa preparazione professionale e le richieste di ampliamento dei requisiti di ammissione alla selezione». Il provvedimento contiene due modifiche importanti. Primo: verranno iscritti ope legis nell’elenco dei «restauratori di beni culturali» anche alcune centinaia di dipendenti statali che hanno la qualifica di restauratore conseguito in un concorso. Erano stati ingiustamente esclusi. L’altra novità riguarda i periodi di lavoro che devono essere documentati per l’iscrizione all’elenco ope legis in questa fase transitoria: il vecchio articolo 182 imponeva come requisito essenziale 8 anni di lavoro come restauratore entro e non oltre il 2001 (come stabilito dalla legge e dal Codice dei beni culturali del 2004). La nuova legge stabilisce che bastano 4 anni di lavoro entro quella data e di seguito almeno altri 4 di attività per conto di una Soprintendenza o aver ottenuto il diploma di restauratore in un corso professionale regionale. Per tutti gli altri, resta la possibilità si sostenere il complesso esame previsto dal bando.
Il provvedimento allarga dunque le maglie della selezione ma conserva principi di rigore. Insomma non consente quella «sanatoria» di fatto, richiesta da alcuni sindacati del settore, che avrebbe consentito l’iscrizione negli «elenchi» di migliaia di restauratori o supposti tali senza una rigida selezione e con incerte capacità professionali. Si preme però per un nuovo provvedimento che inserisce la maggior parte dei 15.000 aspiranti restauratori che faranno domanda entro il 30 novembre 2011. Tanti per un mercato del restauro in profonda crisi (molte imprese specializzate stanno chiudendo) e davvero troppi per garantire le professionalità necessarie. Del resto, il problema andrebbe probabilmente ridimensionato. Il numero dei restauratori realmente attivi sembra assai minore di quei 15.000 aspiranti, molti dei quali mancano dei requisiti di base richiesti. Da una ricognizione sulle partite Iva e sui relativi studi di settore condotta dall’Ari (Associazione che rappresenta un’elite dei restauratori), nel 2011 hanno dichiarato di svolgere «attività di conservazione e restauro di opere d’arte» appena 2.309 contribuenti: 1.711 persone fisiche e 598 società. Dunque, l’insieme dei «restauratori» non dovrebbe superare i 4.000, tecnici-collaboratori compresi.
Ma si rinnovano comunque le proteste dei sindacati. La Ragione del Restauro, una delle associazioni del settore, denuncia la «mancata riforma» dell’articolo 182 e annuncia azioni su Governo e Parlamento e ricorsi in appello al Consiglio di stato per arrivare alla Corte costituzionale, visto che finora ben nove Tar hanno respinto ogni ricorso che tentava di annullare o modificare il «bando». L’associazione sta studiando un ricorso alla Commissione europea. È in campo anche il Partito democratico, che ha presentato un disegno di legge alternativo a quello del Governo. Per l’iscrizione dei restauratori nell’elenco prevede un sistema di selezione a punti (25 per ogni anno di lavoro) invece di quello per titoli ed esami previsto nel bando del Mibac. Ma quel progetto non prevede differenze tra restauratori di primo livello e tecnici-collaboratori e questo, secondo l’Ari, impedisce quella chiara distinzione di qualifiche e di ruoli previsti ormai da leggi e regolamenti (ultimo, il decreto ministeriale n. 87 del 2009).
Intanto sembra avviato a soluzione l’altro problema irrisolto, quello della formazione dei restauratori. Un decreto del ministero dell’Istruzione (del 2 marzo 2011) ha istituito corsi di laurea magistrale in Conservazione e restauro dei beni culturali. Cinque anni di studi che andranno organizzati dalle università. Allo stesso livello saranno gli istituti di alta formazione del Mibac. Anche le Accademie di belle arti potranno rilasciare titoli di studio equivalenti, mentre «l’attivazione dei corsi da parte di altri soggetti pubblici o privati resta subordinata al previo accreditamento in applicazione degli articoli 4 e 5 del decreto interministeriale n. 87 del 26 maggio 2009».
I tempi saranno ancora lunghi per risolvere davvero i tanti problemi del nostro restauro. Non si sa ancora quando le commissioni parlamentari cominceranno l’esame dei due ddl sui restauratori, premessa necessaria per rimettere in moto il meccanismo di selezione, né quali saranno i tempi tecnici per concludere gli esami con migliaia di candidati. Insomma non siamo ancora usciti dalla estenuante fase del «regime  transitorio» che dura dal 2004 e che ha provocato un preoccupante degrado della qualità del restauro italiano, nonostante tutto ancora famoso nel mondo.

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Last modified: 10 Luglio 2015