Dopo anni di litanie e retoriche, il territorio torna a essere lautentico protagonista della scena italiana: il radicamento si rivela metafora un po consunta, proprio mentre la possibile funzione anticiclica del suo uso immobiliare torna a balenare nella riscrittura del Piano casa. Nelle tante discussioni che stanno affollando giornali e televisioni dopo il voto amministrativo, queste declinazioni del territorio potrebbero forse essere utilmente tenute assieme, perché sono entrambe frutto di semplificazioni.
I territori, urbani o meno, sono coacervi di diritti e valori, non certo didentità o metaforici pozzi petroliferi «da poveri». La rappresentanza di quei diritti e valori non si esercita quindi sorvegliando i pozzi e garantendo lunico diritto – oltretutto assoluto – della proprietà privata. Perché quando il cittadino si accorge, soprattutto nelle crisi, che non vengono più salvaguardati beni che non sono negoziabili (la qualità dellaria, la salute, la prospettiva di un futuro per chi deve entrare nel mondo del lavoro o per chi vi è entrato in condizioni dinsicurezza strutturali), riscopre anche come il diritto di cittadinanza vada ben al di là del presidio di unintangibile e ritirata home sweet home.
Il distacco tra chi sta governando e la realtà è oggi segnato, quasi emblematicamente, dal ritornare su una legge (il Piano Casa) senza neanche domandarsi perché la prima non abbia funzionato. Lidea che il male sia la legge – da modificare – e non lassenza di qualsiasi simulazione di quel che quella legge induceva, è un retropensiero radicato da sempre nella cultura politica e amministrativa italiana. Ma il territorio non è la scenografia di un western allitaliana, in cui esistono topoi (il saloon, la strada, lalbergo) e gli attori improvvisano il loro copione. Gli attori della scena urbana si muovono spinti da credenze, convinzioni e strategie non solo patrimoniali, e lo spartito di una crescita rilanciata dallimmobiliare, la sola trama che sembra popolare quelle scenografie, non fa più cassetta. Come, per altro, mette in luce anche la vicenda del federalismo demaniale.
Le strutture pubbliche, non perché pubbliche, sono automaticamente portatrici dinteressi. Così i privati, non perché privati, sono di per sé portatori di progettualità. Solo la cattiveria di Hans Christian Andersen potrebbe restituirci la fiaba che si è voluta raccontare e gli esiti più che modesti, rispetto allo scambio politico che la fiaba del federalismo fiscale raccontava, dei 138 protocolli e progetti di valorizzazione delle ex caserme intrapresi. La progettazione a grande scala (lo sa bene chi sta seguendo le vicende del Grand Paris) esiste solo se e quando la strategia di trasformazione urbana è lespressione di una politica capace di riconoscere quelli che la società, parigina in questo caso, ritiene essere beni oggi non negoziabili. E su questo costruisce una pianificazione, anche se in Italia persino il termine provoca disagio, perché i modelli cui si rimanda sono stati oggetto di retoriche politiche bipartisan.
Il dibattito sui beni non negoziabili è stato lasciato invece alle arene elettorali, degradando rapidamente, persino rispetto a un bene fondamentale per la coesistenza sociale: i luoghi dove si può pregare. Trasformare in strumento ideologico un bene inalienabile può diventare un boomerang, soprattutto quando si accompagna a una cultura politica che, di fronte a un fallimento, riscrive le leggi. Il disastro che questi comportamenti portano con sé è esemplificato quasi emblematicamente dal piano governativo dintervento su un altro bene inalienabile: la formazione.
La legge Gelmini e i suoi decreti applicativi stanno rendendo non solo retoriche da bar, ma quasi fastidiose nostalgie, i tanti richiami a fare della formazione un terreno di ricomposizione delle disuguaglianze, dintegrazione sociale, di riavvicinamento tra modi di vivere, lavorare, produrre. Infinite tavole rotonde e auguste autorità, lultimo è stato il presidente della Banca dItalia Mario Draghi, «sgridano» il sistema universitario italiano per la sua incapacità di formare nel senso classico del termine, e mi si scusi il rimpianto che si cela nellaggettivo. Peccato che il legislatore e chi sta scrivendo i decreti abbiano persino eliminato il luogo della responsabilità del progetto formativo e della sua rispondenza alle esigenze di formare il cittadino e il lavoratore. Copiando ancora una volta a pezzi un modello anglosassone, ci si è dimenticati che un progetto formativo è, forse al di là della responsabilità sociale, anche lesito più complesso di una cultura in grado di distinguere tra ricerca e didattica, tra lintegrazione dei saperi necessari per costruire una ricerca ad alto livello e quella, del tutto diversa, per costruire profili formativi e professionali che si vogliono rispondenti alle esigenze del mercato, internazionali e possibilmente anche costruiti sul merito. Lasciando accuratamente ogni concetto privo di qualsiasi contestualizzazione.
La risposta, a questo punto quasi consolatoria, può essere unipotetica volontà demolitoria di ciò che è bene comune, nellultimo caso della scuola pubblica, da parte di un governo di presunti liberali. Forse, e più tristemente, non è che lennesimo esempio di una mancanza di cultura dei processi che si mettono in moto e delle loro conseguenze. Come limmaginario protagonista della Disobbedienza civile di Henry David Thoreau, il cittadino ha solo segnalato, con un voto, che è giusto non rispettare non solo le leggi che vanno contro i diritti inalienabili delluomo, ma ribellarsi alla pervicacia di chi costruisce le leggi, pensando magari di avere sempre Mosé a disposizione.
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